Archivio mensile:ottobre 2011

La felicità si è sposata

Quand’anche uno pensasse che la felicità stia dietro l’angolo ad attenderlo, non si illuda; non è così. Essa non sempre è accondiscendente e non brama di farsi trovare con facilità. Può succedere che si affacci di tanto in tanto alla porta o che sia di passaggio e si intraveda alla finestra, ma non porta con sé le valigie e non è sua abitudine soffermarsi a lungo. La felicità è nomade per natura, è vagabonda.

Una volta mi capitava di incontrarla più spesso, era così luminosa e gratificante…e anche se le sue visite erano brevi e fugaci, amava ritornare più frequentemente di quanto non accada oggi. Forse è invecchiata anche lei come me e le viene più difficile raggiungermi!

Era sempre sola, la felicità. Non arrivava mai accompagnata da nessuno. Adesso, invece, la vedi sempre arrivare con un compagno, che sembra non desideri mai di lasciarla. Credo si sia sposata, la felicità. Il suo compagno è il dolore, e ha la brutta abitudine di restare anche quando lei è ripartita.

Contrassegnato da tag , ,

i colori delle parole (quarta parte)

Incuriosito da quella ragazza sconosciuta, Carlo si fece avanti e la salutò timidamente. La fanciulla aprì gli occhi di colpo e si scostò velocemente dalla sedia. Come se fosse stata colta in flagrante nell’atto di compiere qualcosa di sbagliato, si guardò intorno imbarazzata e, senza rispondere al saluto, si allontanò dalla festa. Il giovane non la rivide più per diverso tempo fino a quando, terminata la festa e lasciatolo solo con sua madre, era uscito a buttare fuori la spazzatura. Con il viso in penombra, la ragazza se ne stava di fronte all’ingresso di casa sua e sembrava in attesa.

«Stai aspettando qualcuno?» domando Carlo, voltandosi da una parte e dall’altra della strada.

La ragazza fece di no con la testa e accennò un sorriso. Poi tese la mano verso le buste dell’immondizia, come per offrire il suo aiuto. Carlo restò senza parole a fissare quella mano, poi, come se quel gesto fosse naturale, le allungò una delle due buste e lasciò che lo aiutasse.

I due giovani percorsero il tragitto verso i cassonetti in silenzio. Carlo non tentò nemmeno di fare qualche domanda e la ragazza non aggiunse nulla a quel momento. Quando si ritrovarono nuovamente di fronte all’ingresso della casa di Carlo, lei si fermò e pronunciò il proprio nome tendendogli la mano. «Elena!» Lui ricambiò il gesto e le sorrise.

«Prima ti ho visto…» Lei lo interruppe appoggiandogli un dito sulle labbra. «Non dire niente. Ti prego!» Carlo la guardò stranito, ma annuì alla richiesta. Elena gli sorrise ancora. «Ti va di venire con me ad un concerto di musica classica?» gli domandò. Carlo restò in silenzio, poi inarcò le sopracciglia.

«Non è esattamente il genere di musica che ascolto» ammise. «Ma se ti fa piacere…»

Elena guardò un istante verso il cielo stellato. «Vorrei parlarti di me, proprio di me» gli confessò con voce un po’ tremante. «Ma posso farlo solo se accetti di accompagnarmi!»

Carlo rimase nuovamente in silenzio e ammise a se stesso che quella ragazza era davvero strana, così come lo era la sua richiesta. Non rispose subito. Si voltò indietro, verso casa, per controllare che sua madre non fosse uscita, poi guardò ancora la ragazza. «Va bene. Ti accompagnerò con molto piacere.»

Ma all’appuntamento non si presentò nessuno. Carlo restò ad aspettare di fronte al teatro comunale per quasi un’ora oltre l’inizio del concerto, ma di Elena nessuna traccia. Inutili furono i suoi tentativi di rintracciarla, nessuno era riuscito a dargli una benché minima informazione di chi potesse essere o dove vivesse. Eppure qualcuno doveva averle parlato della sua festa, non poteva esserci capitata per caso.

Passarono i giorni e così le settimane e i mesi e gli anni e in men che non si dica Carlo si ritrovò un giovane alto alle soglie dei diciotto anni, in procinto di organizzare la festa che lo avrebbe condotto alla maggior età.

Diversamente da quanto era successo cinque anni prima, Carlo invitò molti amici e compagni di scuola. Tra i presenti c’erano anche ragazzi e ragazze facenti parte del club di lettura al quale si era iscritto qualche anno prima: aveva imparato a godere di quella particolare capacità che aveva, e quale luogo era più adatto se non quello in cui le persone leggono e ascoltano! Ogni racconto, per lui, diventava un oceano di colori dalle tonalità e sfumature più svariate. Aveva imparato a lasciarsi avvolgere da quell’arcobaleno e allo stesso tempo aveva compreso che resistergli gli avrebbe causato solo dolore. Perché, dunque, sottrarsi a qualcosa che gli provocava piacere? Perché mai privarsene? Non era come tutti gli altri? Non importava, godeva di qualcosa in più. Ciò che solo anni prima lo aveva turbato e gli aveva insinuato il dubbio che non fosse normale, si era – adesso – trasformato in un’occasione per approfondire le sue passioni e gli stati d’animo.

La festa fu affollata e allegra. I suoi amici passarono una serata piacevole, senza farsi mancare qualche eccesso. Carlo trascorse la maggior parte del tempo intrattenendo gli ospiti, passando da una compagnia all’altra e stando molto attento che non venisse a mancare nulla. Passate le due di notte, il neo diciottenne accompagnò gli ultimi invitati alla porta e quando si voltò per rientrare in casa una voce alle sue spalle lo costrinse a voltarsi. Con i capelli lunghi, il trucco leggero ma evidente, una linea impeccabile e con qualche anno in più come lui, Elena se ne stava immobile con il sorriso sulle labbra. Carlo sgranò gli occhi, indeciso se colei che aveva davanti fosse chi pensava, e quando il suo cervello si mise finalmente in azione, balbettò una frase che suonava come un: “sei proprio tu?” .

(continua)

Contrassegnato da tag , ,

comunità civica

Mi piace condividere con voi alcuni frammenti di un libro interessantissimo che sto leggendo in questo periodo. Sono brevi proposizioni ed enunciati che condivido, che ho sempre condiviso e che mi piacerebbe condivideste anche voi, perché credo che alla base di una sana e corretta vita sociale ci sia proprio tutto questo.

Il fattore di gran lunga più importante per spiegare il buon governo e il successo economico di una data regione è il grado in cui la vita politica e sociale della regione stessa si avvicna all’ideale della comunità civica, cioè alla comunità i cui membri partecipano attivamente alla vita pubblica, si considerano uguali tra loro e manifestano mutuo rispetto e fiducia, anche quando le  loro idee e  i loro interessi differiscono. (Robert Putman, sociologo)

Lo sviluppo economico e istituzionale delle regioni italiane è maggiore dove è più forte il senso civico, misurato in base a indicatori come numero di associazioni presenti, tasso di partecipazione ai referendum e grado di diffusione di quotidiani locali. Ebbene, il senso civico in italia risulta correlato in modo estremamente negativo con tutte le misure di religiosità e clericalismo considerate da Putman. Le regioni italiane in cui il senso civio è minore, come la Calabria e la Campania, sono quelle in cui è più alta la frequenza alla Messa, più frequente il matrimonio religioso (contrapposto a quello civile), meno frequente il divorzio e in cui risulta più forte l’identità religiosa espressa nelle risposte ai questionari. […] È come se per questi cittadini italiani contasse di più la Città di Dio che la Città degli Uomini.

(da Nati per credere di Girotto, Pievani, Vallortigara)

Contrassegnato da tag

I colori delle parole (terza parte)

Carlo si trascinò a casa sconsolato. Nemmeno la sua insegnante era stata capace di dare una risposta esaustiva alle sue domande, e quella sensazione che nella sua testa non fosse tutto a posto era ricomparsa più forte di prima.
La cena con sua madre si consumò silenziosamente e la notte gli presentò un sonno irrequieto. Immagini confuse e cariche di angoscia riempirono la veglia e quando il mattino seguente si svegliò, era sudato e tremava dal freddo.

Carlo, dentro le coperte, rimase in attesa, in ascolto di rumori familiari che provenivano dalla cucina: suoni di stoviglie e di una radio che teneva compagnia a sua madre. Risonanze ovattate, che conosceva bene e che lo accompagnavano ogni domenica mattina. Il bambino aveva paura di alzarsi dal letto perché ascoltare sua madre o chiunque altro avrebbe significato nuovamente entrare in contatto con ciò che detestava di se stesso, fino a quando la fame non lo costrinse ad alzarsi. Così, mogio e senza voglia, si alzò e si avviò stancamente verso la cucina, definitivamente rassegnato a convivere con qualcosa che non gli apparteneva e che, con ogni probabilità, si sarebbe portato dietro per tutta la vita.

Gli anni trascorsero cupi e in solitudine per Carlo, a dispetto delle parole che la sua mente, giorno dopo giorno e ora dopo ora, trasformava nelle più svariate combinazioni cromatiche.

Il tempo aveva modificato quello stato, rendendolo, se fosse possibile, ancora più sensibile alle parole udite. I colori accentuavano o inibivano le proprie tonalità e le tinte a seconda del volume dei vocaboli che venivano pronunciati o dallo stato emozionale delle persone che comunicavano con lui. Le immagini che gli si presentavano davanti modificavano la velocità a seconda dell’argomento ascoltato o della velocità con la quale venivano pronunciate certe frasi.

Carlo, con il passare del tempo, aveva imparato a convivere con tutto ciò, ma questo gli aveva provocato una chiusura interiore che in pochi riuscivano a scalfire o minimamente penetrare.

Al compimento del suo tredicesimo compleanno, il giovane chiese a sua madre di preparargli solo una piccola festa che avrebbe condiviso con pochi amici. La madre acconsentì come sempre faceva, arresa dal fatto che suo figlio fosse così timido. Mai avrebbe pensato che quella discussione avuta anni prima avrebbe condotto suo figlio a quello stato. Mai avrebbe creduto che quelle domande che aveva trovato così innocenti fossero in realtà cariche di tanta inquietudine e portatrici di tanta sofferenza.

La festa si protrasse per gran parte del pomeriggio e della sera con il doppio degli invitati, amici che avevano invitato amici, che avevano invitato amici, ai quali Carlo non era riuscito a dire di no. Così, quando il pavimento era ormai diventato un miscuglio di bicchieri di plastica, salviette e bevande appiccicaticce, e la musica era salita di intensità, Carlo notò una ragazza in disparte, con gli occhi chiusi e il viso rivolto verso l’alto in uno stato di apparente soddisfazione. La ragazza non sembrava minimamente interessata a ciò che le accadeva intorno. Serena e indisturbata, se ne stava seduta, immobile.

(continua)

Contrassegnato da tag


P e G

Un bicchiere colmo d’acqua, se eccessivamente pieno, rischia di traboccare. Una cena abbondante, se troppo abbondante, rischia di fare male. Il calore, se eccessivo, rischia di bruciare un raccolto, mentre il freddo, se estremamente rigido, rischerebbe di gelarlo. Se il vento è troppo forte causa distruzione, vittime e dolore.

Ogni eccesso su questa terra provoca una mancanza e per questo è necessario che ogni cosa sia dosata al punto giusto.  Un eccesso di amore causa dolore, un eccesso d’odio provoca lo stesso dolore.

Così deve essere per il piacere e la gioia? Vanno dosati perché non rischino di divenire ingestibili? O possiamo lasciare che ci invadano fino all’orlo, fino a traboccare e lasciare che riempiano anche tutto ciò che ci sta intorno?

Contrassegnato da tag , ,

Pensieri (a random)

Si può essere ostaggi delle opinioni degli altri o liberi dal giogo. Si può scegliere di abbracciare un’idea e di lasciarla quando diventa inutile o senza senso, ma sempre liberi di farlo nei tempi e nei momenti stabiliti. Si può scegliere di lottare per le proprie convinzioni o lasciare che muoiano dentro, sotterrate dalla paura.

In un mondo in cui la quantità di chi afferma un’idea vale di più della verità affermata, c’è ancora posto per chi bisbiglia la sua opinione? C’è la possibilità di fare sentire la propria voce o siamo costretti ad unirla ad altre se pur simili alla nostra? Se le energie che sprechiamo per dare ragione a qualcuno le convogliassimo per dare forza alle nostre idee, forse ciò che diciamo acquisterebbe più tono e la nostra fatica sarebbe più gratificante; il mondo sarebbe più grato.

I colori delle parole (seconda parte)

Il giorno dopo Carlo si alzò molto presto e si diresse verso la finestra, aprì le tende e una flebile luce entrò dentro la sua camera da letto. Il sole era ancora pallido e timidamente cercava di farsi strada tra le nuvole. Il bambino rimase fermo di fronte alla finestra e ripensò alle parole dette la sera prima dalla madre. Avrebbe voluto crederle come sempre faceva, perché sua madre era tutto per lui e tutto ciò che diceva era vero, ma qualcosa nella sua spiegazione non tornava. Senza pensarci due volte andò in bagno e si lavò la faccia. L’acqua era piacevolmente fresca e lavò via dal suo viso quel poco di sonno che gli era rimasto, dopo qualche minuto sentì sua madre che usciva dalla sua camera e che si dirigeva in cucina: le andò incontro carico di energia. Fecero colazione insieme: una tazza di latte e caffè e una collina di biscotti che Carlo inzuppò tutta insieme, formando così una squisita pastella dolce. Poche parole accompagnarono quell’inizio di giornata e un tiepido saluto lo accompagnò a scuola.

Lungo il tragitto che separava la sua casa dalla scuola la mamma di Carlo raccontò al piccolo quante faccende avrebbe sbrigato quel giorno e quante cose avrebbero fatto insieme una volta uscito da scuola. Queste parole assunsero, per Carlo, una variegata sequenza di colori e di tonalità diverse che lo mandarono in visibilio. Carlo ascoltava il fiume di parole della madre come in estasi perché nella sua mente le immagini multicolore si alternavano ritmicamente, variando con il variare dell’intonazione e dei fonemi che la mamma pronunciava. Come poteva essere solo il ricordo di un disegno a provocare quella magia di colori? Come? Anche se aveva solo dieci anni sapeva benissimo che la spiegazione della madre era, questa volta, insufficiente a spiegare un fenomeno tanto bizzarro. Ma nella sua sacca di possibilità Carlo ne aveva un’altra: avrebbe chiesto alla maestra che, certamente, gli avrebbe dato una spiegazione valida.

La signora Carmen era una donna formosa, ma le sue dimensioni erano proporzionali alla sua bontà, nonché alla preparazione culturale e alla devozione per l’insegnamento. Amava lavorare con i suoi alunni e ogni giorno si spendeva perché loro potessero uscire da scuola con un bagaglio di conoscenze più grande di quanto non fosse il giorno prima. Non si tirava mai indietro difronte alle domande dei bambini e anche di fronte alle richieste più astruse rispondeva sempre con serietà, cercando di consegnare una risposta che fosse soddisfacente. Anche se spesso le domande degli alunni non erano attinenti a ciò che stava spiegando tentava, per quanto poteva, di trovarvi un collegamento per far sì che non risultassero troppo inappropriate: questo accadeva ogni giorno – a parte oggi.

Mentre spiegava che l’impero romano stava per cadere a causa delle invasioni barbariche, Carlo le chiese, a voce alta, dei colori delle parole e lei rimase incredibilmente a bocca aperta e senza sapere cosa rispondere.

(continua)

Copiando (spudoratamente) Waslawa Szymborska

Preferisco l’ordine.
Preferisco il sole.
Preferisco il rosso al nero.
Preferisco muovermi in bici.
Preferisco chiudere.
Preferisco ragionare, che le ragioni degli altri.
Preferisco il sabato.
Preferisco il mare alla montagna.
Preferisco uscire da una chiesa, che entrarci.
Preferisco tutto ciò che sta a oriente.
Preferisco il verde.
Preferisco i gatti ai cani.
Preferisco sognare.
Preferisco conoscere, che essere conosciuto.
Preferisco imparare.
Preferisco l’alba.
Preferisco il caldo.
Preferisco il silenzio.
Preferisco essere sicuro, che rischiare.
Preferisco viaggiare.
Preferisco un letto grande ad uno piccolo.
Preferisco la giustizia all’impunità.

I colori delle parole (prima parte)

«Sono malato?» chiese il bambino a sua madre, dopo aver terminato di consumare avidamente un piatto di pastasciutta. La mamma si pulì la bocca col tovagliolo, mandò giù il boccone che stava consumando e fece di no con la testa.«Perché dovresti?» domandò, incuriosita.
«Vedo dei colori…quando parli. E anche mentre parla il papà e la zia e la nonna!»
«Dei colori?» puntualizzò la mamma, per essere sicura di aver capito correttamente. «In che senso?»
«Nel senso che se tu dici casa io vedo il giallo chiaro, se tu dici papà io vedo nero, se tu dici mamma io vedo arancione, e anche per i numeri è così. Se tu dici il cinque io vedo giallo, il sei e io vedo rosso, il nove e io vedo bianco…»
«Figlio mio» disse dolcemente la mamma «Forse ti sembrerà di vedere dei colori perché ti è capitato di vedere qualche disegno di case o di numeri tinteggiati di un certo colore e la tua testolina, ogni volta che senti queste parole, si ricorda di quel colore. Tutto qui. Non sei malato, amore della mia vita!»
Carlo accolse la risposta della mamma e la fece sua, come sempre gli capitava. Qualunque cosa gli avesse detto, lui l’avrebbe accettata senza troppi perché. Lasciò cadere l’argomento e iniziò a mangiare le polpette con il purè di patate: era il suo piatto preferito.

Terminata la cena, il bambino guardò un po’ di televisione con sua madre fino a quando non arrivò l’ora di andare a letto e la mamma non lo condusse in camera sua. Prima di addormentarsi, Carlo si fece rimboccare le coperte e attese – come ogni sera – che sua madre si sedesse a fianco a lui per parlare dei tanti perché della vita. E tra i tanti perché ritornarono con forza le domande che aveva fatto a cena.
«Perché le parole hanno un colore?»
«Le parole non hanno colore, figlio mio, è la tua mente che le immagina di un colore ben preciso. Ti faccio un esempio: se io ti dico sole, tu a quale colore pensi?»
«Al giallo!»
«E se io ti dico erba?»
«Al verde!»
«Hai visto? Hai pensato al giallo per il sole perché i tuoi occhi lo vedono giallo, infatti se dovessi decidere di disegnare il sole e dovessi scegliere quale colore utilizzare per colorarlo, sceglieresti sicuramente il giallo, mentre hai detto verde per l’erba perché l’erba è effettivamente di colore verde. Non sono le parole che hanno un colore, Carlo, è ciò che significano che ha colore! Se io ti dico la parola fiore, a cosa pensi?»
«A un fiore!»
«Esatto! E sicuramente penserai all’ultimo fiore che hai visto. Ti ricorderai che colore aveva quel fiore e da quel momento, quando sentirai la parola fiore, la immaginerai di quel determinato colore, così è per la parola mare: non potrai che immaginarla di colore azzurro o blu!»

Carlo rimase in silenzio a fissare la mamma, poi chiese ancora:
«E i numeri? I numeri non indicano una cosa che ha un colore…perché io li vedo colorati?»
«Adesso però, figlio mio, non pensarci, non fissarti su questa cosa. Dormi che è tardi, ne riparleremo domani, quando sarai rientrato da scuola» e rimboccategli le coperte gli appoggiò un bacio sulla fronte.

(continua)

In risposta a “Orgoglio di abitare in un paese” di Marino Moretti (1885 – 1979).

Non so se qualcuno di voi abbia mai letto “Orgoglio di abitare in un paese” di Marino Moretti. Be’, in caso non l’avesse fatto, ve lo pubblico con tanto di mia (personale) risposta.

“Voi che siete nati nelle piccole o nelle grandi città, voi non sapete la dolcezza, l’orgoglio, il privilegio d’essere “paesani”. Voi non sapete come sia fatto l’amore per il paese dove si è nati e cresciuti,  perché la città natìa, anche piccola, è sempre troppo grande, e il paese, il borgo, il villaggio, il “paesello” s’ama casa per casa, gronda per gronda, sasso per sasso, direi anche viso per viso. Voi non sapete che cosa sia possedere il proprio luogo d’origine, perché le vostre strade, le vostre piazze, i vostri crocicchi, son sempre di tutti, anche di chi arriva dalla stazione in questo momento, mentre il paese è proprio nostro, di noi che ci viviamo, di noi che ce ne siamo impossessati per diritto di nascita; e il forestiero che ciondola per la contrada con la valigetta in mano è nostro ospite e non ci fa nessuna invidia,  povero pellegrino, ma forse una grande pietà.    Voi non sapete che cosa sia il mutarsi del cielo, l’avvicendarsi delle stagioni, l’arrivo e la partenza delle rondini, il passaggio del postino amico di tutti, la distribuzione del giornale, un temporale, un corteo, un organetto, una carrozza, una nuvola; tutte cose bellissime che ci fanno ancora impressione, che hanno ancora un significato, poiché in ciascuno di noi ci sarà sempre tanta rusticità da goderne”. 

Risposta:

Io che sono nato in un piccolo paese di provincia so cosa significa uscire di casa e riconoscere ogni volto che si incontra. So come ci si sente ad essere a mia volta riconosciuto, in ogni angolo di strada, in ogni crocicchio o in qualunque vicolo io mi trovi.

Ogni sasso e ogni balcone è a conoscenza di ciò che faccio e di ciò che farò, ogni viso sa da dove vengo e dove andrò.La noia del paese si propaga per ogni viuzza e per l’unica piazza di cui dispone. Si attacca sulla pelle e vi si addentra attraverso i pori, fino alle ossa, per ricordarti che domani sarà come oggi.

Voi che abitate nelle città non potete capire quale dono prezioso sia l’anonimato e quanto meraviglioso sia passeggiare per le strade senza sentirsi continuamente domandare chi siano i nostri genitori per poi sentirsi aggiungere: ma certo!

Sentirsi pellegrini in una grande città è ciò che stimola maggiormente l’uomo ad andare avanti, e a non sentirsi prigioniero. Uscire di casa o stare in casa non fa differenza perché nessuno, fuori, aspetta o scruta ciò che farai oggi o a che ora uscirai domani.La città è una ventata di aria fresca, un luogo dove i pensieri possono galleggiare liberi su un mare aperto, anziché stagnare su una piccola e opprimente pozza d’acqua.