Archivio mensile:novembre 2011

Il sonno del Papa

Immaginare il Papa mentre dorme è qualcosa di strano. Il solo pensiero ha un sapore difficilmente interpretabile; è quasi inimmaginabile. Una cosa è certa, se io fossi Papa non dormirei sonni tranquilli.

No, non fraintendetemi, non parlo di un riposo disturbato dalle preoccupazioni intrinseche alla carica di Sommo Pontefice. Non mi riferisco nemmeno ai tormenti che la Chiesa (come stato sovrano e come comunità  di fedeli)  potrebbe comportarmi e neppure a quell’ansia religiosa che il mondo che è fuori potrebbe procurarmi: ateismo dilagante, anticlericalismo divampante, ecc. Quando parlo di agitazione del sonno non mi riferisco neppure ai problemi legati alla pedofilia, o alla deriva amorale che probabilmente riempirebbe i miei pensieri quotidiani o al fatto che qualche governo non è sufficientemente in linea con i dettami della Chiesa cattolica.

No. La tremenda insonnia che mi colpirebbe deriverebbe dalla consapevolezza che un giorno dovrò trovarmi faccia a faccia con il Creatore. E che, probabilmente, se questo Dio esiste, mi chiederà (così come tremendamente predicato) conto della mia vita da Pontefice. Domanderà spiegazioni del mio stile di vita, della tranquillità che ho avuto nel convivere con una promessa di  povertà quotidianamente disattesa di fronte a me stesso e al mondo. Dovrò consegnare motivazioni dell’ostentata opulenza e della sfacciata presunzione del possesso della verità. Della martellante predicazione alla carità, comodamente seduto sul trono, del continuo spiare nella vita privata delle persone e, infine, della sicurezza che questo stile di vita così diverso dalla gente normale e assurdamente additato e criticato da me stesso, mi porterà alla beatitudine.

Sì, le mie notti sarebbero tremendamente lunghe e estenuanti perché avrei la consapevolezza che trovandomi di fronte a Dio non avrei che una cosa da fare: andare direttamente all’inferno.

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I segreti di Onophrio (terza parte)

Il libraio rimase a fissare la mano del religioso senza fiatare, poi si mosse e gli passò di fronte evitando di ricambiare quel gesto e dirigendosi verso la porta a vetri che inavvertitamente era rimasta aperta. Una folata di vento appuntita come una lama gli schiaffeggiò il volto e gli provocò un istantaneo starnuto. Onophrio socchiuse gli occhi, afferrò con forza la maniglia e chiuse la porta con decisione, tornò sui suoi passi soffiandosi il naso con un fazzoletto di stoffa che estrasse dalla tasca dei pantaloni e diede un’occhiata fugace al ragazzo che, occhio e croce, poteva avere una trentina d’anni. L’uomo evitò di fare una domanda che chiunque di fronte a quella presentazione avrebbe fatto e si limitò, come suo solito, ad attendere le parole del cliente. Il frate, però, contrariamente a quanto si aspettava il libraio, non aprì bocca, anzi, cominciò a curiosare dentro la libreria. Si portò verso l’interno e ne ispezionò gli angoli più nascosti. Esaminò dall’alto verso basso le pile di libri e la quantità esagerata di volumi che erano infilati nelle scaffalature. Chiunque avesse assistito alla scena avrebbe notato lo sguardo del giovane frate e di contro lo sguardo torvo del libraio il quale rifletté che, da che egli ne avesse memoria, nessuno era mai entrato nella sua libreria senza dirgli subito che libro desiderasse. Ma il frate non sembrava intenzionato a concludere la sua esplorazione e questo provocò un aumento di nervosismo in Onophrio che, a quel punto, si sentì in dovere di parlare. «Non sono invisibile. E anche se non sono grasso e la mia carne non trasborda dal mio corpo, credo che potresti fare il sacrificio di chiedermi che libro stai cercando.»
Mark si voltò verso l’uomo e accennò ad un sorriso. «Sa che potrei farle la stessa domanda? Mi sono presentato e ha fatto finta di non vedermi, allora ho pensato che tutto sommato la mia presenza non era così necessaria e che, dunque, mi avrebbe fatto bene fare un giro qui dentro e curiosare un po’, prima di decidere cosa e se acquistare.»
«Fai come credi» aggiunse Onophrio, facendo spallucce.
«Perché è così sgarbato?» gli domandò improvvisamente il frate.
«Perché voglio andare in paradiso! O preferisci indicarmela tu, la strada?» gli domandò con un ghigno beffardo.
«Dove trovo la letteratura per ragazzi?» chiese Mark, ruotando la testa a destra e a sinistra. Onophrio lo fissò ancora una volta e si diresse verso il banco della cassa. «Trent’anni mi sembrano davvero troppi per mettersi a leggere
L’isola del tesoro» e presa una cartellina trasparente da sotto il banco, si mise a leggere alcune scartoffie. Mark arrossì lievemente e restò, anch’egli, per un attimo, a guardare il libraio che leggeva con attenzione i fogli che aveva in mano. L’uomo, non ricevendo alcuna risposta, smise di leggere e guardò il frate da sopra gli occhiali. «È in fondo a destra» e accompagnò le parole con un gesto della testa.

Dopo qualche minuto Mark tornò con in mano tre romanzi: “Ventimila leghe sotto i mari, Il barone rampante e L’amico ritrovato che appoggiò timidamente sul bancone. Onophrio prese i libri e digitò il prezzo sul registratore poi, uscito fuori lo scontrino, estrasse una bustina con il logo della libreria da un piccolo cassetto alle sue spalle, vi infilò i libri, staccò lo scontrino e li porse al frate. Mark, che intanto si era preparato i soldi, li allungò al libraio, poi accennò un sorriso unito ad un cenno del capo e si voltò per andare verso l’uscita.
«Perché tanta strada per prendere tre libri?» chiese Onophrio, prima che il frate impugnasse la maniglia della porta.
«Tanta strada?» domandò a sua volta Mark. «La Dyke Road non è poi così distante, sono al massimo quindici minuti a piedi, se non decido di camminare alla svelta!»
«Non ci sono conventi nella Dyke road; tu racconti balle! La storia che sei un frate è una balla. E quei libri non sono per te, saranno sicuramente per qualche nipote o chissà chi…bah, tante preoccupazioni per comprare dei libri per qualcun altro!»
Mark corrugò le sopracciglia e rinunciò ad uscire. «Sono un frate, e posso dimostrarglielo quando vuole!»
«Ora però ho da fare!» lo liquidò Onophrio con un gesto della mano. Il frate trattenne il respiro e si costrinse a non aggiungere altro, fece di no con la testa e uscì dalla libreria.
Onophrio inspirò profondamente e tirò su con il naso una discreta quantità di muco. Il suo raffreddore stava peggiorando, si disse. Sarebbe stato meglio prendere qualcosa. Mise entrambe le mani sopra il bancone e rimase qualche istante a riflettere: aveva certamente qualche aspirina in casa. Fece memoria di dove potessero essere e si portò verso l’ala destra della libreria, andò piano, quasi timoroso, ma quando si trovò di fronte alla scala a chiocciola cambiò idea. Prese la giacca, dall’appendiabiti, avvolse la sciarpa al collo, indossò un cappello color cenere e si portò verso l’ingresso. Prima di uscire si affacciò fuori: stava piovendo. Guardò in basso a sinistra della porta a vetri e allungò la mano per prendere un ombrello. Girò il cartellino che da
aperto si trasformò in torno subito, uscì e si chiuse la porta dietro. Mentre si avviava in farmacia controllò l’orologio e notò abbastanza contrariato che la discussione inutile con il frate gli aveva fatto perdere parecchio tempo e che, senza rendersene conto, era già mezzogiorno. Onophrio accelerò il passo.
«Buongiorno signor Walsh!» lo salutò cortesemente una donna.
«Buongiorno a lei signorina Doroty» rispose prontamente il libraio, sollevando leggermente il capello e accennando un inchino. La farmacia non era lontana, due isolati e sarebbe arrivato.
«Tutto bene, Onophrio?» gli domandò un suo coetaneo.
«Egregiamente, Max. Tu come stai?»
«Solite cose» rispose l’uomo.
«Scappo che sono di fretta» lo salutò Onophrio con un sorriso sulle labbra.
Arrivato di fronte alla farmacia, Onophrio chiuse l’ombrello e lo scosse dalla pioggia, poi lo appoggiò alla destra dell’ingresso e si fece strada. La farmacista al banco lo salutò cortesemente, lui contraccambiò il saluto e chiese gentilmente se avesse qualcosa per fargli passare quel tremendo raffreddore che lo torturava ormai da diversi giorni.
«Lei lavora troppo, signor Walsh, dovrebbe cercare di riposarsi di più e, soprattutto, di aggiustare il riscaldamento di quella vecchia libreria!»
«Ha ragione signorina Murphy, ma coi tempi che corrono i soldi sono sempre pochi»
La farmacista lo guardò con occhi comprensivi e ripieni di pietà e gli porse la medicina. L’uomo pagò, ringraziò e uscì dal negozio. Aprì l’ombrello e si diresse nuovamente verso la libreria. Onophrio guardò verso l’alto e il suo sguardo si perse nel grigiore del cielo, e quella massa plumbea, forse per la prima volta nella sua vita, lo fece rifletté di quanto non fosse più cupa della vita stessa.
L’uomo si strinse a sé la giacca e continuò a percorrere la strada a ritroso, salutando cordialmente tutte le persone che incontrava, fino a quando una voce alle sue spalle non lo costrinse a voltarsi.

(continua)

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Ode alla sciarpa (con enfasi)

Amabile madre, lunga e sinuosa
che avvolgi e riscaldi chi è solo.
Abbraccio eterno e avvolgente
che non ha bisogno di essere ricambiato.

Soffice come una nuvola,
rendi felice chi ti possiede.
Caldo riparo dal gelo, soave protezione
che ti insinui tra gli strati degli abiti,
ti intrecci e ti intersechi senza fine,
senza aggiunte o sovrapposizioni.


Ami l’inverno e di esso di nutri,
perché su di esso è fondata la tua esistenza.

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Un foglio bianco

Non c’è cosa peggiore che avere a che fare con un foglio bianco: la croce di ogni pittore o scrittore, o di chiunque si accinga a fare un lavoro che necessiti il “riempimento”. È disperazione.

Improvvisamente, però, qualcosa accade: un idea prende forma e si trasforma in pensiero e questo inzia a scorrere dalla tua mente alla mano e dalla mano alla penna attraversando l’inchiostro e prendendo forma sul foglio. E allora lo scrivere o il dipingere non è più qualcosa di orrendo o di tremendo, non è nemmeno piacere; è una necessità.

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Dubbi

« Una delle cose di cui parlavamo era l’origine dell’universo e se ci fosse stato bisogno di un Dio per crearlo e per metterlo in movimento. Avevo sentito dire che la luce proveniente da galassie lontane è spostata verso l’estremo rosso dello spettro e che questo fatto dovesse indicare che l’universo è in espansione (uno spostamento verso l’azzurro significherebbe che esso è in contrazione). Ero sicuro che dovesse esserci qualche altra ragione per lo spostamento verso il rosso. Forse nel suo viaggio verso di noi la luce si affaticava, e quindi si spostava verso il rosso. Sembrava molto più naturale un universo essenzialmente immutabile ed eterno. » (Stephen Hawking)

Se avessi la possibilità di osservarmi esternamente, certamente faticherei a riconoscermi. Io che dubito di Dio, dell’Eterno, del sempre esistito. Colui a cui ho dedicato parte della mia vita –  giovane vita, aggiungerei, – in realtà non esiste;  non è mai esistito. Una verità tremenda.
Non nascondo che l’idea che l’onnipotente sia solo un’invenzione (se pur comprensibile) dell’uomo, resta per me qualcosa di inquietante e di difficilmente accettabile, ma le parole dell’uomo che ho citato sopra sono talmente piene di verità che non rifletterci su o, per lo meno, non concederle almeno un minimo di attenzione, sarebbe veramente come prendere due grosse fette di prosciutto e mettersele voloutamente sopra gli occhi.

All’origine di tutto, dunque, non ci sarebbe altro che il nulla! L’universo è iniziato per puro caso. Niente ha dato inizio a ciò che ci circonda, tutto è avvenuto così, da un’improvvisa esplosione. Nulla ha dato origine all’universo, nemmeno Dio. Egli non poteva perché, semplicemente,  non poteva esistere. Prima del big bang, infatti, non esisteva il tempo, questo è iniziato nel momento preciso in cui tutto  ha avuto inizio. Non esistendo un tempo precedente a questo evento, non si può parlare di un prima, quindi di un qualcosa che è avvenuto prima o che poteva esistere prima, semplicemente perché non c’era un prima, e se non c’era un prima non poteva nemmeno esistere un dio che potesse dare origine a tutto. Qualcuno, però (e giustamente, direi io) potrebbe addurre che Dio è al di là del tempo e che quindi, essendo eterno, il suo esistere trascende le categorie fisiche conosciute e non essendoci stato un momento in cui è nato – essendo sempre esistito, –  egli poteva benissimo aver deciso di creare l’universo. Come dare torto a questa espressione? Qualcun altro potrebbe però ribattere che è  troppo facile dire che Dio è al di là di ogni categoria fisica e quindi trovare ogni tipologia di verità scientifica che confuti anche solo l’idea di un dio; così è stato.

Eppure, di fronte a questo dubbio così profondo che non può non arrivare fino alle viscere del pensiero, non posso esimermi dal continuare a cercare una soluzione. È vero, l’uomo è abituato a pensare a ciò che lo circonda come ad una causa e ad un effetto, e quindi a ricercare sempre cosa ha dato origine a…e cosa ha dato origine a ciò che ha dato origine, e così via.
È dura, tremendamnte dura pensare che siamo l’effetto di nulla se non della pura casualità. È tremendo credere che non esistiamo per un motivo, ma che l’unica motivazione per cui esistiamo è l’esistenza stessa.

Il nulla e Dio; e se entrembi fossero due facce della stessa medaglia?

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I segreti di Onophrio (seconda parte)

Onophrio rimase ad osservare la donna mentre usciva, sospirò silenziosamente e, quasi nello stesso istante, rivolse uno sguardo fugace verso la scala a chiocciola.
Le cose da fare erano ancora tante, così il libraio non perse tempo. Riordinò il bancone ancora pieno di carte e cartacce, le sistemò ordinatamente e le infilò dentro una carpetta che, successivamente, sistemò sotto il bancone insieme ad altre simili. Per quanto fosse possibile cercò di dare a quella postazione una parvenza di pulito, anche se districarsi in mezzo a tutti quei volumi e volumetti era quasi impossibile. L’uomo amava quel negozio, eredità dei suoi genitori che a loro volta avevano ereditato da nonni italiani emigrati in Irlanda subito dopo la seconda guerra mondiale, ma ogni volta che si soffermava ad osservarne gli angoli o qualche particolare, provava una sensazione di disorientamento atavico che, irrimediabilmente, lo costringeva a pensare ad altro. Onophrio si passò una mano sulla faccia e si massaggiò lievemente parte del naso e della guancia poi si diresse verso una pila di libri appoggiata a terra, la sollevò con energia e la depose sul tavolo in cui, precedentemente, aveva spostato i nuovi arrivi. La catalogazione e la sistemazione fisica dei libri sugli scaffali era la cosa che amava fare di più in assoluto. Era un lavoro che lo rilassava e gli dava sicurezza e, soprattutto, gli permetteva di restare concentrato e di non pensare ad altro. Con precisione certosina il libraio controllò ogni libro e verificò che ciascuno fosse catalogato in ordine alfabetico. Prese tre libri piccoli, andò verso la seconda sala della libreria, cercò lo scaffale che gli interessava, lo trovò e si inginocchiò, spostò alcuni libri per fare spazio, ma mentre si accingeva a posizionare il primo, la campanella della porta suonò nuovamente.
«C’è qualcuno?» disse una voce che veniva dall’ingresso.
«Dipende da chi sta cercando!» rispose a voce alta Onophrio, ancora con le ginocchia appoggiate a terra poi, con un movimento per niente fulmineo, si sollevò e si accinse ad accogliere il cliente.
Onophrio si portò di fronte all’uomo ma, come sempre faceva, non disse una parola. Restò immobile, in attesa. Il cliente rimase disorientato da quel silenzio e domandò senza sapere per quale motivo: «Sto cercando un libro…» Onophrio studiò l’uomo che aveva di fronte e sorvolò sul fatto che, nonostante e con molta probabilità avesse superato i cinquant’anni, portasse un maglione con troppi colori, indossasse pantaloni troppo rossi e calzasse scarpe troppo alla moda.
«Pensavo fosse entrato per comprare frutta e verdura, in tal caso le avrei certamente consigliato un negozio sulla Middle street che, con molta probabilità, l’avrebbe accontentata più di quanto non avessi fatto io!»
Il cliente rimase con la bocca semiaperta e con lo sguardo inebetito fino a quando Onophrio non lo riportò al presente chiedendogli che libro cercasse.
Il signor O’Sallivan, così si chiamava, deglutì nervosamente e indossò un paio di occhiali da vista che erano riposti in un porta occhiali attaccato ad una cordicella intorno al collo, poi estrasse un’agendina dalla borsa che aveva con sé e lesse il titolo ad alta voce.
A Onophrio scappò una risatina. «
Il gene egoista di Richard Dawkins? Avrei giurato…» e gli rivolse nuovamente uno sguardo di superficialità «Che lei fosse più un tipo da “Gli amici del golf” o “Impariamo il bridge”!»
Il signor O’Sallivan, evidentemente scocciato da quella risposta, si sistemò gli occhiali con un gesto di stizza. «Si dà il caso, signore, che io sia docente di antropologia alla National University of Ireland e che se non mi avessero assicurato che qui avrei trovato tutto quello che cercavo, stia pure sereno che non sarei qui.»
Onophrio sollevò le spalle e si diresse verso uno scaffale alla sua destra, poi prese una scaletta e ci salì sopra, estrasse il libro dalla fila e lo consegnò all’uomo.
«Non se la prenda, signor…?»
«O’Sallivan, Domenik O’Sallivan»

«Dicevo, non se la prenda signor O’Sallivan, ma non ho scelto io quella combinazione di colori che ha deciso di indossare e come si sa l’abito non fa il monaco, ma se si presenta un uomo vestito da monaco io non posso di certo non scambiarlo come tale!»
L’uomo, con il volto paonazzo e con finta noncuranza, controllò il prezzo del libro e poi porse i soldi al libraio. «Direi che per oggi mi sono lasciato insultare a sufficienza!» e senza aggiungere altro uscì dalla libreria sbattendo la porta dietro di sé. Un istante dopo, con lo sguardo ancora rivolto all’uomo che usciva, entrò un giovane, alto, con i capelli lunghi castano scuro raccolti dietro e vestito in modo molto semplice ma dignitoso. Il nuovo cliente alitò sulle mani e le strofinò tra di loro per scaldarle, si guardò attorno meravigliato dalla quantità di libri presenti in così poco spazio, infine si avvicinò al signor Onophrio, gli porse la mano e si presentò: «Frate Mark»

(continua)

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deliri destrorsi

C’è stato un periodo della mia vita in cui diverse persone volevano convincermi che la cosa migliore per noi cristiani fosse avere al governo una persona che razzolasse male ma che predicasse bene. Questa fu la domanda che mi venne posta un giorno come tanti (durante la campagna elettorale del ’95) a lezione, da parte di un religioso gesuita spudoratamente, sfacciatamente e, aggiungerei, disgustosamente, di destra: preferisci, al governo, un ateo coerente (riferendosi a D’Alema) o un cattolico incoerente (riferendosi a Casini e Berlusconi)? Nonostante io fossi un fervente credente e fossi (come un allocco, direi oggi) attratto dalle parole del professore – io che a quei tempi, dell’autenticità e della coerenza facevo il mio cavallo di battaglia, – rimasi prima perplesso infine di sasso di fronte a quel quesito. Quelle parole produssero dentro di me una sorta di fastidioso sfregamento e un antipatico prurito. Indigesto e poco masticabile era quel pensiero, e subito mi resi conto che non poteva essere così.

Ma in quegli anni ero facilmente condizionabile e tremendamente pauroso e le parole comunismo e ateismo suscitavano in me troppi timori perché io potessi anche minimamente avvicinarmisi; anche solo per conoscerle. Così una serie di “state attenti”, che il professore aveva iniziato a snocciolare con frenesia, aggiunti ad una serie (quasi litanica) di “cose tremende” che un eventuale governo di sinistra avrebbe fatto e appoggiato (eutanasia, matrimoni e adozione ai gay, abolizione dell’ora di religione e altre diavolerie), io mi convinsi che, effettivamente, la cosa migliore sarebbe stata votare un governo di centro destra.

Sfortunatamente (fortunatamente) per me, non avevo fatto i conti con mia zia e con la mia famiglia intera che ignoravo fosse dall’altra parte. Così, a casa, durante una delle tantissime discussioni che si facevano, venne fuori l’argomento e cioè che, con molta probabilità, avrei dato il mio voto a Silvio Berlusconi (che, detto tra noi, nemmeno sapevo chi fosse). Apriti cielo, successe il finimondo! Ma io, convinto delle mie scelte, rimasi impassibile, li lasciai commentare e andai in bagno. Dall’interno della toilette udii mia madre che, sconsolata e amareggiata per ciò che da lì a qualche giorno avrei fatto, si confidava con mia zia. Quando uscii dal bagno zia Gesuina mi disse solo una cosa in sardo: Michele, non has a fai una cosa aicci a tzia tua (non vorrai fare una cosa del genere a tua zia)! Questa fu la fine della mia avventura come votante del centro destra.

Oggi sedici anni dopo ringrazio mia zia che riuscì a fermare il mio delirio cattolico-destrorso e che riuscì a ricondurmi sulla retta via. Oggi, sull’orlo del disastro in cui dopo diciassette anni quel personaggio ci ha condotto, ringrazio perché grazie a mia zia ho potuto aprire gli occhi e posso dire di non aver fatto parte di quella schiera che, come allocchi e persone incapaci di ragionare con la propria mente, hanno creduto a Silvio Berlusconi, lo hanno sostenuto e adorato come un dio!

 

I segreti di Onophrio (prima parte)

Onophrio afferrò la pila di libri che il corriere gli aveva consegnato qualche minuto prima e la depose bruscamente sul tavolo appoggiato alla parete, poi si passò metà palmo della mano sotto le narici e si pulì dal gocciolio che un tremendo raffreddore gli provocava da diversi – troppi – giorni. Il libraio corrugò la fronte e si dedicò a controllare la bolla di accompagnamento che, a prima vista, annunciava un ammanco di tre testi. La frizione della pelle della fronte causata da quella scoperta spostò, fino all’inverosimile, le sopracciglia verso il basso. L’uomo si attaccò subito al telefono per cantarne quattro alla casa editrice che aveva commesso l’errore, per poi fermarsi giusto qualche istante prima che un piede andasse ad infilarsi tra alcuni libri ammassati a terra rischiando di provocargli una pericolosissima caduta all’indietro. Onophrio si chinò a raccoglierli e notò che erano proprio i tre libri mancanti che, chissà come, erano finiti lì sotto. Senza scomporsi troppo e bofonchiando con superficialità li depose sopra il resto dei volumi e, dopo un ultimo risucchio di muco, si diresse verso l’ingresso della libreria.

Il vetro della porta, un po’ sporco e mal tenuto, fece intravedere un cielo grigio, alternato solo da qualche foglia che cedeva il passo alla morte e decideva di lasciarsi cadere. L’uomo aprì la porta e si affacciò fuori per qualche istante, nessuno sembrava arrivare. La Merchants road, la strada principale di Galway, era semi deserta: come poteva non esserlo, si disse, erano le otto della mattina di una fredda giornata di fine novembre. Onophrio rientrò in casa ma rimase a guardare fuori dalla porta, alitò involontariamente sul vetro, poi lo pulì con il giro manica che gli arrivava a metà mano, controllò per l’ultima volta se arrivasse qualcuno e ritornò sui suoi passi, fino al bancone in fondo alla libreria.

Infreddolito dalla bassa temperatura in cui versava il locale, si guardò attorno per qualche istante, osservò per un tempo indefinito le pile di libri che si ergevano alte e pericolosamente in bilico fin quasi all’altezza delle alte scaffalature, diede un colpo d’occhio alla sconfinata quantità di libri che sporgevano da ogni rientranza dei muri o dalle mensole che aveva messo in aggiunta agli scaffali e, infine, volse lo sguardo verso l’angolo più nascosto e in ombra della libreria dove una scala a chiocciola arrugginita e pericolante conduceva al piano di sopra.

Appena Onophrio ebbe aperto il cassetto sotto il banco, sentì la campanella della porta che annunciava l’arrivo di qualche cliente. Sbuffando sonoramente urlò un “arrivo” scocciato e per niente invitante, e si trascinò verso l’ingresso. L’omino, magro, con una barbetta tra il rossiccio e il grigio, che segnava visibilmente il viso e che ne evidenziava la mezza età, si portò fino all’ingresso e si preparò ad accogliere una donna dall’aria incuriosita da ciò che la circondava.
Onophrio non aprì bocca. Restò davanti alla donna, immobile.
Distinta, con i capelli vaporosi tirati all’indietro, un fondotinta molto chiaro, un rossetto rosso tenue e un vitino da vespa, la donna indossava una camicetta bianca con colletto orientale e una gonna a vita alta che ne metteva in risalto i fianchi. Nel suo insieme pareva un ritratto degli anni cinquanta ma trasportato di peso ai giorni nostri. Con sguardo perso tra i libri e fare sospirante e sognante, la donna non sembrava badare alla presenza del libraio. Onophrio, da parte sua, non intervenne per bloccare la sequenza di pensieri che la donna sembrava visualizzare virtualmente davanti a sé e questa si fermò soltanto dopo che il corpo dell’uomo non le bloccò forzatamente la camminata.
«Oh Gesù!» esclamò la donna, accortasi finalmente della presenza dell’uomo.
«Signor Ounophriou, non l’avevo vista…avevo giusto bisogno di lei»
«Faccia alla svelta, signorina Dasy, mi dica che libro desidera. Il solito romanzo rosa? O preferisce distrarsi con qualcosa che impegni maggiormente la mente, sempre che questo non rischi di produrre uno sconquassamento al suo interno, visti i lunghi anni di letargo in cui l’ha costretta con quell’immondizia di letteratura, se così si può chiamare!»

Dasy rispose a quel consiglio con un risolino devastante per le orecchie e tremendamente fastidioso per i nervi, e con un leggiadro movimento della mano si tolse un guanto ed estrasse dalla borsetta perfettamente intonata alle scarpe viola un bigliettino che porse all’uomo.
Onophrio lesse con attenzione il contenuto del foglietto e annuì con la testa, poi si voltò e si diresse verso la zona più interna della libreria per tornare qualche minuto dopo con in mano un libercolo vecchio di edizione, ma nuovo di zecca. Prima di consegnarlo alla signorina Dasy, Onophrio vi soffiò sopra per ripulirlo dalla polvere, vi passò sopra un canovaccio che serviva proprio a quello scopo e si diresse con la donna al seguito verso il bancone. Sistematosi ditro la cassa alzò nuovamente la faccia verso la donna, espresse sonoramente il suo disappunto, batté il totale e attese che la donna lo pagasse.
«Signor Ounophriou, lei ha proprio tutto, ecco qua!» e gli porse i diciannove euro del costo del libro.
«La smetta di adulare per niente e vada via, che ho da fare!» disse l’uomo, invitandola in malo modo ad uscire dal negozio. La donna rispose nuovamente con una risatina, se possibile, peggiore della precedente, e uscì dal negozio.

(continua)

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solo storia

…e poi arriva il momento di fare pace con ciò che eri e che per tanto tempo hai desiderato essere. Arriva il tempo in cui i frammenti di passato illuminano il futuro e ti permettono di essere qualcosa di nuovo.

E poi arriva quel giorno, e ti guardi indietro illudendoti che sia solo storia, niente di più.

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i colori delle parole (ultima parte)

Su tre tavoli apparecchiati, disposti alla rinfusa ma decisamente invitanti, c’erano decine di piatti pieni di ogni ben di dio: semifreddi, torte salate, biscotti, pasticcini, crostate, ciambelle, soufflé, insalate, secondi con contorno, primi piatti delle più svariate tipologie e colore.
Carlo si voltò verso Elena con sguardo estasiato e interrogativo. La ragazza si avvicinò ai tavoli poi si girò verso di lui.
«I sapori che percepisco durante i miei rapimenti musicali, così mi piace chiamarli, sono così intensi e piacevoli che cerco sempre di ritrovarli concretamente in quello che mangio, ma raramente riesco a riprodurli fedelmente. Occupo gran parte del mio tempo libero tentando di cucinare pietanze che si avvicinino almeno un po’ ai sapori della musica.» Elena gli fece segno con la mano. «Entra pure, Carlo, assaggia quello che vuoi, io non riuscirei mai a finire questa roba da sola. Quando quello che cucino è davvero eccessivo – come in questo caso, – decido sempre di portarlo in qualche casa di riposo o in qualche mensa per poveri.»

Carlo era disorientato e impressionato dalla quantità di cibo esposta sulla tavola, non aveva mai visto così tante pietanze riunite tutte insieme.
«Sai, Carlo, dovresti iniziare anche tu a incanalare questo tuo dono – perché di ciò si tratta – in qualche attività particolare! Ho letto che molti artisti erano sinesteti e che proprio grazie a quello erano in grado di produrre opere incredibili.»
Carlo inspirò profondamente. «Ho trascorso gran parte della mia vita pensando di essere malato, convinto che qualcosa non andasse nella mia mente e solo quando ho iniziato a comprendere che ciò che provavo mi provocava in realtà del piacere, ho iniziato ad accettarlo come positivo. È stato un percorso lungo e doloroso, che mi ha causato anni di solitudine e di una incarnata timidezza. Non avevo mai riflettuto sul fatto che potessi trasportare questo mio dono in qualcosa di artistico, sì, mi piace ascoltare le persone quando leggono, ma per quanto riguarda qualcosa di mio…be’, credo che avrei molto da fare e da dire riguardo a questo!» sorrise.

Il giovane si avvicinò ai tavoli e prese un biscotto a forma di fiore da uno dei piatti, ne morse un pezzetto poi, mentre ancora masticava, si voltò verso Elena. «Potremmo andare insieme a qualche concerto blues o jazz, dove ci siano cantanti, tu goderesti della musica e io delle parole che vengono pronunciate! Cosa ne pensi?»
«Mi sembra un’ottima idea!» poi Elena stette in silenzio qualche istante. «Ci sono tante persone come noi, Carlo, ci tengo a dirtelo e a rassicurarti che non sei solo. E se hai voglia di conoscere altre persone che come te hanno la fortuna di trasformare le parole in colori, posso aiutarti a trovarle e potrai, così facendo, fare amicizia e condividere i tuoi pensieri e le tue difficoltà con loro.» Carlo annuì. «Devo andare, adesso. Mia madre si starà chiedendo che fine ho fatto!» poi diede un’ultima occhiata alla stanza descrivendo un semicerchio con la testa. «Quando ci vediamo?» Elena rispose con un sorriso.

Una volta varcata la soglia della casa di Elena, Carlo respirò a pieni polmoni. Era felice come non mai. Aveva trovato una persona con cui condividere il suo dono e l’idea che non sarebbe stata l’unica lo esaltava ancora di più. Il giovane ripercorse il tragitto a ritroso, attraversò il viale del parco e si diresse verso l’ingresso. Volse lo sguardo al cielo, nero e stellato, senza luna. Molte cose erano cambiate in pochissimo tempo e tante altre, ne era certo, sarebbero successe. Si domandò se la sua vita sarebbe stata diversa se avesse avuto una madre più comprensiva e più attenta a ciò che gli capitava. Se lo chiese sinceramente, senza sapere che da lì a qualche minuto avrebbe avuto la sua risposta.

Uscito dal cancello del parco notò una mamma e un bambino presi per mano, erano fermi e poco distanti da lui, tanto da poterne udire la voce. Il bimbo interrogava sua madre su alcuni strani colori che spesso gli capitava di vedere quando qualcuno gli parlava. Carlo non credette alle sue orecchie ed ebbe quasi l’istinto di intervenire, ma la risposta che la donna diede al bambino lo bloccò. La mamma non rispose come aveva fatto sua madre – cercando di convincerlo dell’inconsistenza delle sue paure, – ma domandando a suo figlio in cosa consistessero quei colori, come si sentisse, cosa gli provocassero, cercando di carpire il più possibile il suo stato d’animo e cosa stesse vivendo. Carlo sorrise e si rasserenò, quell’immagine era per lui importante. Quelle parole di comprensione crearono una gamma di colori caldi dalle tonalità ocra e arancioni, mescolate a rosso tenue e giallo paglierino che lo avvolsero e lo mandarono in delirio. Trovare una mamma che aveva il coraggio di accogliere le paure del suo bambino e allo stesso tempo di condurlo alla comprensione era il coronamento ideale di quella giornata. Sì, perché aveva finalmente accettato con serenità ciò che possedeva e ora tutto aveva assunto colori più chiari. Sempre con lo sguardo rivolto verso la mamma e il bambino, e stordito dalla cascata di colore che lo aveva investito, Carlo osò attraversare la strada, senza rendersi conto che un autobus era in arrivo proprio dalla parte opposta in cui era voltato. Tutto si svolse in una frazione di secondo, il buio fece la sua parte e senza che lui potesse farsene una ragione o rendersene conto, i colori si spensero improvvisamente.

Dopo qualche istante Carlo riaprì gli occhi e il riverbero debole di un vociare lontano di qualcuno che parlava sopra di lui occupò la sua vista. Il giovane sentiva che il suo corpo era spezzato. Ne era consapevole e non tentò di muoversi. Colori spenti e deboli si accesero per l’ultima volta, con movimenti lenti danzavano sopra di lui, assumendo forme di morte. Egli sapeva già cosa significava quella danza, ma decise di accettarlo comunque. Ripensò a sua madre e a quanto gli voleva bene, pensò a Elena e a tutti i sapori che avrebbe ancora sentito; era stranamente sereno. Le parole che la donna aveva rivolto a suo figlio gli avevano dato una speranza che gli aveva riempito lo spirito. Le tinte diventarono sempre più tenui fino a spegnersi del tutto, la danza rallentò, oscurandosi completamente, fino a quando anche la luce che dava loro vita scomparve, catalizzando e attirando tutto a sé. Le tenebre si fecero strada e si insinuarono attraverso le alternanze dei colori. Carlo permise che questo accadesse, lasciandosi avvolgere da un unico, profondo, impenetrabile ed eterno nero.

fine

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