i colori delle parole (ultima parte)

Su tre tavoli apparecchiati, disposti alla rinfusa ma decisamente invitanti, c’erano decine di piatti pieni di ogni ben di dio: semifreddi, torte salate, biscotti, pasticcini, crostate, ciambelle, soufflé, insalate, secondi con contorno, primi piatti delle più svariate tipologie e colore.
Carlo si voltò verso Elena con sguardo estasiato e interrogativo. La ragazza si avvicinò ai tavoli poi si girò verso di lui.
«I sapori che percepisco durante i miei rapimenti musicali, così mi piace chiamarli, sono così intensi e piacevoli che cerco sempre di ritrovarli concretamente in quello che mangio, ma raramente riesco a riprodurli fedelmente. Occupo gran parte del mio tempo libero tentando di cucinare pietanze che si avvicinino almeno un po’ ai sapori della musica.» Elena gli fece segno con la mano. «Entra pure, Carlo, assaggia quello che vuoi, io non riuscirei mai a finire questa roba da sola. Quando quello che cucino è davvero eccessivo – come in questo caso, – decido sempre di portarlo in qualche casa di riposo o in qualche mensa per poveri.»

Carlo era disorientato e impressionato dalla quantità di cibo esposta sulla tavola, non aveva mai visto così tante pietanze riunite tutte insieme.
«Sai, Carlo, dovresti iniziare anche tu a incanalare questo tuo dono – perché di ciò si tratta – in qualche attività particolare! Ho letto che molti artisti erano sinesteti e che proprio grazie a quello erano in grado di produrre opere incredibili.»
Carlo inspirò profondamente. «Ho trascorso gran parte della mia vita pensando di essere malato, convinto che qualcosa non andasse nella mia mente e solo quando ho iniziato a comprendere che ciò che provavo mi provocava in realtà del piacere, ho iniziato ad accettarlo come positivo. È stato un percorso lungo e doloroso, che mi ha causato anni di solitudine e di una incarnata timidezza. Non avevo mai riflettuto sul fatto che potessi trasportare questo mio dono in qualcosa di artistico, sì, mi piace ascoltare le persone quando leggono, ma per quanto riguarda qualcosa di mio…be’, credo che avrei molto da fare e da dire riguardo a questo!» sorrise.

Il giovane si avvicinò ai tavoli e prese un biscotto a forma di fiore da uno dei piatti, ne morse un pezzetto poi, mentre ancora masticava, si voltò verso Elena. «Potremmo andare insieme a qualche concerto blues o jazz, dove ci siano cantanti, tu goderesti della musica e io delle parole che vengono pronunciate! Cosa ne pensi?»
«Mi sembra un’ottima idea!» poi Elena stette in silenzio qualche istante. «Ci sono tante persone come noi, Carlo, ci tengo a dirtelo e a rassicurarti che non sei solo. E se hai voglia di conoscere altre persone che come te hanno la fortuna di trasformare le parole in colori, posso aiutarti a trovarle e potrai, così facendo, fare amicizia e condividere i tuoi pensieri e le tue difficoltà con loro.» Carlo annuì. «Devo andare, adesso. Mia madre si starà chiedendo che fine ho fatto!» poi diede un’ultima occhiata alla stanza descrivendo un semicerchio con la testa. «Quando ci vediamo?» Elena rispose con un sorriso.

Una volta varcata la soglia della casa di Elena, Carlo respirò a pieni polmoni. Era felice come non mai. Aveva trovato una persona con cui condividere il suo dono e l’idea che non sarebbe stata l’unica lo esaltava ancora di più. Il giovane ripercorse il tragitto a ritroso, attraversò il viale del parco e si diresse verso l’ingresso. Volse lo sguardo al cielo, nero e stellato, senza luna. Molte cose erano cambiate in pochissimo tempo e tante altre, ne era certo, sarebbero successe. Si domandò se la sua vita sarebbe stata diversa se avesse avuto una madre più comprensiva e più attenta a ciò che gli capitava. Se lo chiese sinceramente, senza sapere che da lì a qualche minuto avrebbe avuto la sua risposta.

Uscito dal cancello del parco notò una mamma e un bambino presi per mano, erano fermi e poco distanti da lui, tanto da poterne udire la voce. Il bimbo interrogava sua madre su alcuni strani colori che spesso gli capitava di vedere quando qualcuno gli parlava. Carlo non credette alle sue orecchie ed ebbe quasi l’istinto di intervenire, ma la risposta che la donna diede al bambino lo bloccò. La mamma non rispose come aveva fatto sua madre – cercando di convincerlo dell’inconsistenza delle sue paure, – ma domandando a suo figlio in cosa consistessero quei colori, come si sentisse, cosa gli provocassero, cercando di carpire il più possibile il suo stato d’animo e cosa stesse vivendo. Carlo sorrise e si rasserenò, quell’immagine era per lui importante. Quelle parole di comprensione crearono una gamma di colori caldi dalle tonalità ocra e arancioni, mescolate a rosso tenue e giallo paglierino che lo avvolsero e lo mandarono in delirio. Trovare una mamma che aveva il coraggio di accogliere le paure del suo bambino e allo stesso tempo di condurlo alla comprensione era il coronamento ideale di quella giornata. Sì, perché aveva finalmente accettato con serenità ciò che possedeva e ora tutto aveva assunto colori più chiari. Sempre con lo sguardo rivolto verso la mamma e il bambino, e stordito dalla cascata di colore che lo aveva investito, Carlo osò attraversare la strada, senza rendersi conto che un autobus era in arrivo proprio dalla parte opposta in cui era voltato. Tutto si svolse in una frazione di secondo, il buio fece la sua parte e senza che lui potesse farsene una ragione o rendersene conto, i colori si spensero improvvisamente.

Dopo qualche istante Carlo riaprì gli occhi e il riverbero debole di un vociare lontano di qualcuno che parlava sopra di lui occupò la sua vista. Il giovane sentiva che il suo corpo era spezzato. Ne era consapevole e non tentò di muoversi. Colori spenti e deboli si accesero per l’ultima volta, con movimenti lenti danzavano sopra di lui, assumendo forme di morte. Egli sapeva già cosa significava quella danza, ma decise di accettarlo comunque. Ripensò a sua madre e a quanto gli voleva bene, pensò a Elena e a tutti i sapori che avrebbe ancora sentito; era stranamente sereno. Le parole che la donna aveva rivolto a suo figlio gli avevano dato una speranza che gli aveva riempito lo spirito. Le tinte diventarono sempre più tenui fino a spegnersi del tutto, la danza rallentò, oscurandosi completamente, fino a quando anche la luce che dava loro vita scomparve, catalizzando e attirando tutto a sé. Le tenebre si fecero strada e si insinuarono attraverso le alternanze dei colori. Carlo permise che questo accadesse, lasciandosi avvolgere da un unico, profondo, impenetrabile ed eterno nero.

fine

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