Archivio mensile:gennaio 2012

Mal di denti

Mi piace addentrarmi dentro il dolore. Insinuarmi nelle zone più interne e difficilmente raggiungibili dalla mente, perché una volta trovate risulterebbero troppo atroci da sopportare. E una volta immerso nell’acqua gelida della sofferenza adoro sostarvi, a mollo, in silenzio e in ascolto. È un battito, una pulsazione ritmica che ti toglie il respiro, e che ti parla. Perché il dolore va ascoltato per scoprire dove potrebbe condurci.

Mi piace incontrare il limite e scoprire fin dove posso arrivare, prima che la vita attorno a quel nocciolo di afflizione diventi insopportabile. Il dolore è come un granello di sabbia, è intenso ed è in grado di strapparti via la lucidità. Ma c’è e va tenuto…fino a quando il dentista non decide di toglierlo.

Ahi!

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Donne(?)

Vorrei addentrarmi in punta di piedi, lentamente, come chi ha paura di infrangere qualcosa o  spezzare fili delicati. Entrerò con tatto, ma lo farò e vi confiderò che…
…non devo cercare lontano per avere un ricordo di donna forte, è sufficiente porgere lo sguardo a sud-ovest e il gioco è fatto. Nonne, zie, madri della mia infanzia: rocce dure e indistruttibili. Donne ricche di volontà ma anche di forza in eccesso, di quella che a volte soffoca e tarpa, anche se vuole solo proteggere. Donne che hanno conosciuto la fame e l’astinenza – dal piacere.
Badate che i miei, per quanto possano sembrare tali, non sono pensieri sconnessi, bensì nati dalla consapevolezza, dalla meraviglia e dalla conoscenza empirica di una femminilità sgretolata e debole che ha cercato di innalzarsi fino alla virilità, ma che è diventata vittima della sua stessa ascesa. Racconto di una domina senza spina dorsale, diffusa e tremendamente fastidiosa.
Donne giovani che non hanno consapevolezza del futuro, che non si sanno arrangiare, che devono sempre domandare, che sono insicure, ritardatarie e distratte, che gestiscono la propria vita in vista di un uomo, che non sanno scegliere a meno che questo non comporti una donazione al maschio. Donne che non sanno impossessarsi della propria esistenza o che devono chiedere il permesso per farlo.
Il sesso debole è tornato tale? A questo sono serviti anni di emancipazione e di lotta per un’appropriazione di un’esistenza dovuta, ma che non è stata in grado di evolversi? O forse la forza che  cerco io è qualcosa di maschile? No, non lo è, e ne sono certo.
La donna è la forza per eccellenza. È la genitrice capace di sopravvivere per due, tre o più individui. È colei che è capace di portare più pesi di quanto un uomo possa fare. Esistono donne sicure che esprimono sicurezza. Donne vere di oggi. Non voglio più pensare alla donna come un’immagine d’altri tempi: la voglio ora, che sia vivente e concreta.
E donna sia.

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Sogni

Ci sono sogni che vanno vissuti, e altri no.
Sogni che vanno interpretati e sogni che vanno giustificati.
Alcuni vanno nascosti e altri raccontati.

Ci sono sogni che vanno amati e altri che vanno odiati.
Molti sembrano tali ma nascondono altro.
Ci sono sogni premonitori e altri che sono reminiscenze.
Sogni che vorremmo acchiappare, o che non vorremmo mai avere fatto.

Ci sono sogni di cui ci vergogniamo e altri di cui andiamo fieri.
Sogni incompleti e sogni strampalati.
Sogni che lasciano il segno e che vorremmo fossero reali.
Sogni che non ci fanno dormire e sogni eterni.

Ci sono sogni che vanno seguiti e altri che vanno abbandonati.
Sogni illusori e sogni autentici.
Alcuni valgono il sacrificio altri la morte.
Ci sono sogni che ci spaventano e altri che ci confortano.

Ci sono sogni che sembrano sogni e la vita un sogno nel sogno,
ma quando ti svegli, è la vita.

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I nove

Leggendo e studiacchiando qua e là mi sono imbattuto in Gianni Rodari e nei suoi “nove modi per insegnare ai ragazzi ad odiare la lettura“:

1. Presentare il libro come un’alternativa alla TV
2. Presentare il libro come un’alternativa al fumetto
3. Dire ai bambini di oggi che i bambini di una volta leggevano di più
4. Ritenere che i bambini abbiano troppe distrazioni
5. Dare la colpa ai bambini se non amano la lettura
6. Trasformare il libro in uno strumento di tortura
7. Rifiutarsi di leggere al bambino
8. Non offrire una scelta sufficiente
9. Ordinare di leggere per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura
(Gianni Rodari ”Scuola di fantasia” Editori Riuniti 1992)

Avendo subito ogni singolo “comandamento”, mi domando come possa essere sopravvissuto a questo indottrinamento al contrario, e come – a  discapito dei dettami – abbia potuto maturare  un amore per la lettura.
Coraggio, c’è speranza per tutti.

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Un…rimedio per la vita (utlima parte)

Rimedio sorrise. «Sono felice che lei abbia fatto questa affermazione. Mi domandavo quanto tempo avrebbe ancora aspettato a chiedermi informazioni sul mio nome. Ebbene, carissimo Jacopo, sarò felice di spiegarle come mai porto questo appellativo perché, infatti, oltre ad essere il mio nome è anche ciò che porto alle persone. Esso è il significato stesso della mia vita. Un rimedio!»
«Si spieghi meglio» lo interruppe Jacopo.
«Con molto piacere!»

Rimedio si alzò in piedi e si avvicinò all’anziano porgendogli il braccio per aiutarlo a sollevarsi dalla sedia. Jacopo accettò senza fare domande l’aiuto dell’uomo e si lasciò condurre. I due uomini attraversarono la porticina e si fermarono di fronte a sa prazza – il cortile antistante la casa – e Jacopo pensò tra sé e sé di quanto ne fosse orgoglioso. Rimedio non si fermò e andò verso alcune sedie di legno poste alla rinfusa in cortile, ne prese due, le sistemò ordinatamente e aiutò l’anziano a sedersi, infine si accomodò anche lui.
«Come è fortunato lei, signor Becciu, a vivere in un posto come questo. Con questo profumo, con questo cielo e con questo clima sempre clemente. Una meraviglia della natura che merita di essere ammirata da chiunque, ma non a tutti viene data questa possibilità, come non a tutti viene data la facoltà di vivere. Pensi a quelle vite durate una manciata di secondi o spezzate nel bel mezzo della giovinezza, bloccate dalla malattia o da cause fortuite. Rifletta su tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, non sono mai riusciti a vivere con pienezza la loro esistenza; crede che abbiano colpa di questo? O, piuttosto, hanno gustato solo ciò che dovevano?

Caro Jacopo, l’ora è tarda ed io devo concludere la mia visita, ma non lo farò prima di averle rivelato il significato del mio nome. Lo farò con una domanda alla quale lei stesso darà una risposta: esiste un rimedio per la vita? Se sì, allora non avrà nessun problema ad accettare la mia richiesta. Se invece crede che la vita non abbia bisogno di essere rimediata, ma semplicemente vissuta, allora ci saluteremo e lei potrà terminare in pace ciò che del tempo ancora le resterà da percorrere, prima che tutto abbia termine.»
Rimedio attese qualche istante e non poté fare a meno di notare l’aria serena del vecchietto che aveva di fronte, poi un sorriso carico di gioia si accese sul volto del signor Becciu. Così, comprendendo appieno quale fosse la risposta in cuor suo dell’anziano, non poté che, anch’egli, rispondere allo stesso modo. Rimedio si alzò in piedi, abbracciò il vecchio con delicatezza, lo salutò cordialmente e si congedò da lui.

Nell’uscire dal grande portone in legno che conduceva in strada, Rimedio sorrise ancora tra sé e sé, quasi con malinconia. Sì, perché ne era certo, avrebbe trovato qualcuno che non fosse soddisfatto della propria vita e lui, come sempre faceva, vi avrebbe posto rimedio.

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Una brutta bestia

Brutta bestia, l’insicurezza.

Trapana come una trivella le certezze e si annida saldamente nei solchi della mente. Come un seme sotterrato con cura germoglia e cresce rigogliosa, innaffiata dai dubbi e dall’opinione degli altri. La critica la nutre e la fa proliferare fino a quando non ha coperto completamente il fragile e sottile terriccio della buona volontà. Non basta una misera manciata di successi (o presunti tali) ad estirparla con cura, perché essa è saldamente attaccata alla terra. Non è sufficiente sradicare le radici perché queste sono profonde; troppo, per essere dissotterrate.

Bisognerebbe colpire chi l’ha seminata e chi ha deciso di condannarmi a vivere con questo parassita, poiché sono cosciente che sarebbe bastata una parola perché questo non accadesse, perché non crescessi con l’idea che tutto ciò che faccio è sbagliato.
Sì, se potessi riavvolgerei il passato, tornerei indietro e pretenderei di avere anche solo una misera parola di sostegno e di incoraggiamento. La storia andrebbe cambiata e riscritta. Ripeto: se potessi lo farei.

Brutta bestia, l’insicurezza. Non sono nemmeno più sicuro di ciò che ho scritto.

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Imprecazioni

Fa così male scrivere di questo che a fatica muovo le dita.
Ci hanno strappato via i sogni, definitivamente. È questo che percepisco. Hanno mangiato con appetito famelico il nostro futuro, si sono ingozzati fino a schiantare e non hanno saputo fermarsi quando era possibile. Hanno consumato le nostre possibilità, e ancora lo fanno.

La recessione, questa nuvola oscura che incombe su di noi, non dà speranza alcuna, non ci offre nulla e l’unico menù possibile è la sopravvivenza (a discapito degli altri?). Il futuro che loro hanno potuto vivere a noi è precluso. È come se mi trovassi di fronte ad un cancello alto e sbarrato che tento di aprire, ma che tenacemente resta chiuso. A nulla serve urlare e pregare (chi?) di entrare: non si apre. La speranza è l’ultima a morire, si dice: ma se dovesse morire anche quella, cosa ci resterebbe?

Ci hanno strappato via i sogni, ci hanno strappato. Maledetti!

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Un…rimedio per la vita (terza parte)

Jacopo si portò più in su gli occhiali che, intanto, erano scivolati a metà naso, e trasse un profondo respiro. Poi si alzò stancamente dalla sedia e si diresse verso un piccolo frigorifero, lo aprì, estrasse un quarto di una forma di formaggio e la appoggiò sul tavolo, tornò su suoi passi ancora una volta e dall’interno di un piccolo sgabuzzino prese una bottiglia di vino rosso.
«Gradisce?» domandò a Rimedio, accennando ad un movimento con la mano e mostrandogli la bottiglia.
«Molto gentile!» rispose lui, sorridendo delicatamente.

Jacopo aprì il cassetto sotto il vecchio tavolo della cucina e ne estrasse un coltello con il quale tagliò un pezzetto di formaggio che porse al dirimpettaio, invitandolo ad assaggiarlo. Prese un apribottiglie e stappò il vino. Dopo si trascinò ancora verso una mensola e prese due bicchieri, versò il vino in entrambi e ne allungò uno all’uomo.
«Si chiama Monica, non pensa che si sposi perfettamente con questo formaggio?» domandò Jacopo, dopo aver sorseggiato due dita di vino.
«Sicuramente!» rispose senza dubbi Rimedio e, preso in mano il bicchiere, si unì al suo ospite.
I due uomini restarono qualche minuto in silenzio, assaporando il formaggio e il vino. Il sole era ormai calato del tutto e dalla finestra della piccola casa dell’anziano entrava un’arietta fresca e profumata di mirto, misto a qualche altro odore di macchia mediterranea.
«Lei è un bravo venditore!» disse improvvisamente Jacopo, rompendo così il silenzio.
«Si spieghi meglio» incalzò Rimedio.
«Sa benissimo che io avrei solo da perderci prendendo in considerazione la sua offerta, sempre che lei non mi stia prendendo in giro dal primo momento in cui è entrato in casa mia. Perché se io accettassi, accadrebbe che il tradimento verso tutto ciò che ho vissuto e verso tutte le persone che ho conosciuto, sarebbe completo. Definitivo. Ragioni sul mio discorso e segua bene ciò che sto per dirle. Se mi è stato concesso, da non so chi o cosa, di vivere questa esistenza e di fare queste e non altre particolari esperienze, è perché io avessi la possibilità di scegliere ogni singola azione, di fare consapevolmente la scelta giusta che ritenevo adatta per quel momento o quella situazione. Fosse essa buona o cattiva era la scelta corretta e per questo saggia. Se ho sposato la donna che ora è morta ma che, come se fosse davanti a me, continuo a portare nel cuore, è perché credevo che fosse la donna per me, l’unica che io potessi amare. Se ora decidessi di firmare e di vivere un’altra vita, sarebbe come se rinnegassi ogni mia decisione, ogni mio sì e ogni mio no. Sarebbe come sconfessare i miei figli, come sostituirli e anche se, come dice lei, io non avrei ricordo della mia vita passata, so che alla fine dei tempi mi sarà chiesto di saldare i conti, anche di questa scelta. E poi, chi mi assicura che non mi si prospetti una vita di stenti, di povertà o di sofferenza? Chi?»

«Sono certo di non aver mai trovato una persona così aggrappata alla propria vita come lei!» lo interruppe Rimedio «E questo è ammirabile, ma anche, ahimè, tremendamente sciocco. Ora, se l’ora non è tarda e se avrà la pazienza di ascoltare anche me, le spiegherò con brevità di parole le ragioni per le quali lei debba assolutamente accettare la mia richiesta. Se le valutazioni che produrrò e che le offrirò non saranno di suo gradimento o, semplicemente, lei le riterrà poco convincenti, mi farò da parte e le augurerò semplicemente una buona notte.» Rimedio attese qualche istante, poi ricominciò a parlare.

«Quale pensa che sia il senso della vita di un uomo? Semplicemente, quello di vivere la propria esistenza? Di trascorrerla, giorno dopo giorno, guardandosi indietro e riflettendo su quanto sia stata stupenda la giornata appena consumata? Perché di ciò si sta parlando! I ricordi, carissimo Jacopo, per quanto possano essere belli, resteranno limpidi il tempo di una giornata, o poco più, poi sbiadiranno e faranno parte del passato. O pensa, piuttosto, che un uomo debba vivere per restare? Per lasciare un segno, grande o piccolo che sia? Non si illuda, per sua sfortuna è nato in un mondo in cui tutto ha un inizio e una fine, ogni cosa è regolata da questo ciclo: ogni giornata, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo. Ogni essere vivente è inglobato in questa sequenza. Così ogni idea e ogni pensiero che produciamo ha avuto origine da qualcosa e terminerà in qualcosa. La vita in sé non ha significato se non intrinsecamente a ciò che sta significando in quel determinato momento. Nessun altro. Ogni cosa prodotta o conquistata resterà là, dove l’abbiamo lasciata. Forse durerà il ricordo di noi o forse no, chi potrà dirlo? Di certo, lei non avrà la possibilità di saperlo. Questo discorso, e poi concludo, è per farle capire che la vita di un uomo ha senso finché la sta vivendo, dopo perde di sapore e svanisce. Quando lei terminerà questa vita non ne avrà un’altra e non avrà memoria di ciò che ha vissuto, non potrà crogiolarsi tra sé e sé ripetendosi: “quando è stata piena la mia vita!” No, perché il termine, che arriva inesorabile per ciascuno, ne determina anche la conclusione. Non perda questa occasione, buon uomo, si faccia un’altra bella vita su questa terra, qualunque essa sia!»
Jacopo restò immobile con il bicchiere di vino in mano. Le parole di Rimedio erano pungenti, affilate e penetravano con facilità nello spirito e nella mente. Erano persuasive e tremendamente efficaci. L’anziano vincitore del premio aggrottò la fronte e rimase ad osservare l’ometto.

«Che strano nome…Rimedio» disse poi di getto, Jacopo.

(continua)

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