Archivio mensile:febbraio 2012

La ragnatela

A tutti capita di restare imbrigliati tra i fili di una ragnatela di ricordi, e a tutti, questa particolare esperienza, provoca spesso sensazioni contrastanti. Alcune ti solleticano lo spirito e ti fanno sorridere, altre pungono e fanno male e altre, forse la maggior parte, ti lasciano così, indifferente. Sono perlopiù momenti nebulosi, immagini sbiadite ma che provocano, di volta in volta, sensazioni forti e ben chiare. Fa quasi sorridere riflettere su come avvenimenti antichi e poco chiari producano, al contrario, emozioni profonde e distinte.

E quando un ricordo in particolare ritorna con forza nella tua vita, diventa concreto e viene addirittura a trovarti, allora la frittata è fatta, sei costretto a guardarlo in faccia e a dirgli: è vero, esisti. Allora ti rendi conto di quanto ti mancasse, ti scopri assetato di conoscenza e lo riempi di domande perché quel ricordo è carico di vita, anche della tua, e parlandoci riapri mille e mille porte che avevi dimenticato di conoscere ma che decidi nuovamente di varcare. Porte che iniziano a condurti in sentieri conosciuti che avevi smesso di battere e che ora puoi ricominciar a percorrere. Sono strade polverose, ma sono ancora là e tu decidi di seguirle perché sai che ti condurranno a scavare ancora. E ti rendi conto che questo scavare non fa più male e che, anzi, è salutare, e ti permette di riconciliarti.

Ora, quel ricordo non è più sfumato ma limpido. È davanti a te, è una persona e puoi stringergli la mano, puoi abbracciarlo e dirgli quanto è bello averlo lì con te.

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Facciamo il punto della situazione:

sono mezzo disoccupato e scrivo cose che – tendenzialmente, esclusi gli amici e i parenti più stretti (forse!) –  leggo solo io.  Tutto ciò dovrebbe riempirmi di un sano sconforto e indicarmi una strada ben precisa che persino Snoopy, in qualche vignetta lungimirante, ha ben più chiara di me.

A dirla tutta è un profilo, questo, che ho di fronte da diversi mesi ma che ostinatamente continuo a mantenere, come se qualcuno al posto mio avesse il compito di smuoverlo. Come se non spettasse a me cambiare una sola virgola di ciò che sto vivendo. È la stessa ostinazione che mi porta a concentrarmi su del materiale scritto e riscritto che ammuffisce nel mio hard disk virtuale da ormai diversi anni.

I vari fallimenti che sembro collezionare da alcuni mesi, e badate che il sembro non è per niente casuale, ne sono la riprova. È come se dei grossi macigni messi lì apposta mi bloccassero la strada. Ogni volta che cerco di cambiare direzione qualcosa mi riporta sul vecchio binario. Eppure,  dovrebbe essere una prerogativa dell’uomo e sinonimo di una naturale consapevolezza trovare strade alternative. Se non fossi sicuro di ciò che sono e di ciò che vivo, sarei quasi portato a pensare che qualche assurdità Kingiana si sta abbattendo su di me.

Oh voi (persone o cose) che state agendo su di me, sappiate che non ho nessunissima intenzione di mollare o di tornare indietro. Mettetevi pure l’anima in pace.

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L’equivoco (seconda parte)

Schiantatosi nella materia, si lasciò assorbire, diventando così un tutt’uno con essa. Cominciò a nutrirsi di tutto ciò che poteva sfamare il suo istinto famelico che improvvisamente si era sviluppato. Come un neonato assetato di latte materno si scoprì desideroso di nutrimento e di essere appagato. Sensazioni mai provate prima erano adesso divenute impellenti e irrinunciabili. Si trascinò, aggrappandosi alla materia stessa che lo circondava e che aveva deciso di accoglierlo dove nessuno era mai arrivato, beffandosi di chi l’aveva precedentemente cacciato. Ma la massa rovente che tremava e che con voce stentorea faceva udire la sua presenza, non aveva ancora trovato pace e, senza timore, osò scavare fin nelle profondità della materia. Oltrepassando le barriere naturali e infischiandosene dei limiti impostigli, abbracciò i luoghi più oscuri, portandosi dietro colui che era diventato l’anfitrione stesso.

La luce era divenuta un ricordo lontano. L’oscurità pulsava di vita e, accartocciata su se stessa, si nutriva della sua stessa natura, e colui che ne era divenuto il legittimo padre se ne gloriava e compiaceva perché in essa stessa aveva trovato la sua vocazione e la nuova ragione di esistere.
Un’esistenza, questa, che sarebbe durata a lungo, fino a quando quella stessa pancia in cui era finito e che aveva scelto di portarlo a gestazione non avesse deciso di espellerlo, costringendolo a guardare fuori.

Ma il mondo, fuori da quel ventre, non era diverso dall’interno e colui che si era trovato in quella situazione decise di tornare, e di attendere fino a quando i tempi non sarebbero stati più maturi. Ma la maturità che egli immaginava non sarebbe arrivata presto così egli si dimenticò di se stesso e si perse tentando di acciuffare frammenti di quella possibilità che gli era stata negata e strappata con forza. La sua fame erose i pensieri, costringendolo a divorare il passato per poterlo espellere definitivamente e accogliere il cambiamento. La sua natura non sarebbe mutata, la sua funzione sì. Strappò via la crosta che lo circondava, pezzo dopo pezzo, liberò le catene che lo legavano, la storia che lo accompagnava e il velo che copriva l’esistenza venne definitivamente e consapevolmente squarciato: era libero. Ora aveva la possibilità di conoscere. Era pronto ad accettare ciò che sarebbe accaduto. Il suo pensiero si dilatò a dismisura occupando tutta la crosta e tentando di assorbire più che poté il sapere che avvolgeva quel mondo embrionale. La sua sete di conoscenza si insinuò tra gli anfratti più oscuri e i passaggi più angusti, si intrufolò tra le crepe della materia ed emerse fino in superficie ma di qualcosa o qualcuno che fosse uguale a lui non vi era traccia, così egli non si perse d’animo e imparò a cibarsi della sua stessa solitudine perché questa gli avrebbe dato forza e la spinta per poter sopravvivere.

(continua)

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L’equivoco (prima parte)

Stava cadendo.
E il vento sferzava il suo corpo con prodigiosa potenza, annebbiandogli la visuale e confondendogli la coscienza. Nulla lo avrebbe fermato; niente e nessuno. Dopo aver spezzato il legame eterno e spirituale, ora avrebbe infranto anche quello fisico e caduco. Era stata sufficiente un’intenzione per meritarsi questo, per perdere tutto ciò che era, e diventare ciò che sarebbe stato, per sempre. Forse avrebbe pianto, se avesse potuto, ma non sarebbe servito, poiché la scelta era stata compiuta e il futuro, ormai inevitabile, non ammetteva ripensamenti.
Dove sarebbe arrivato? La sua discesa si sarebbe fermata o avrebbe continuato per l’eternità?
Provò per quanto poté a scorgere qualcosa, ma non percepì altro che il vuoto. Un luogo senza colore e senza odore, senza profondità e senza suono: dunque era questo ciò che circondava il suo mondo, il nulla? Oltre a lui e alla sua stirpe non vi era alcunché? Che fine aveva fatto la promessa, la parola data di un essere diverso da lui? Erano solo menzogne create per illuderlo e per dargli così la possibilità di rinnegare tutto ciò che era e tutto ciò per cui era stato creato? Innalzato quasi a divinità era adesso sommesso, solo, e discendente nelle profondità senza fine, nell’abisso che un giorno si sarebbe riempito del putridume dell’essere tanto proclamato. Come aveva osato, rifletté? Come aveva solamente potuto realizzare ciò che aveva fatto? Chiuse gli occhi, e proibì a se stesso di continuare ad esistere, ma nemmeno la morte gli apparteneva. Estranea a lui, rideva del suo comportamento e gioiva nel vederlo in quello stato. La purezza era stata sporcata.
Tenne gli occhi sigillati, non avrebbe assistito alla sua caduta. Ciò che sarebbe successo lo avrebbe scoperto senza guardarlo in faccia. Ma anche con gli occhi chiusi la sua corsa verso il basso non accennava a terminare. Da quanto tempo stava precipitando? Secondi, minuti o una vita intera? Più il tempo passava e più si rendeva conto che quella discesa sarebbe durata per sempre. Sì, e anche una volta terminata (sempre che avesse potuto accadere), avrebbe proseguito dentro di lui, procurandogli quel dolore che non ha mai fine, che assorbe ogni pensiero di bene e che trasforma ogni cosa in altrettanto dolore. Una sofferenza senza uguali, che non può essere lenita da nessun unguento o da qualsivoglia medicina. Una malattia senza cura, che non migliora e che anzi, si auto rigenera.
L’origine di tutto questo era se stesso. La sua scelta, la decisione di accrescere il suo io, di innalzarlo ad altezze proibite e precluse a qualsiasi creatura – immortale, sì – ma sempre tale.

Aprì gli occhi e il vuoto che lo avvolgeva iniziò a diradarsi, a prendere identità e aspetto, una forma sconosciuta alla sua memoria ma ben precisa. Ombre e sfumature solo accennate cominciarono lentamente a darsi un nome e a costituirsi attorno a lui. Tentò di aggrapparsi a qualcosa ma fu inutile e patetico. Si scoprì immerso in un marasma di essenza primordiale, di intrecci di vita diversa ma avente la stessa origine. Si ritrovò scaraventato con forza da un’esplosione all’altra, avvolto nella nebbia, mentre frammenti di materia lo vessavano e lo colpivano senza rispetto. Luce e tenebre si alternavano spasmodicamente, ad intermittenza, così come l’arsura e il gelo che lo sferzavano e tormentavano quasi con sadico piacere. Tempeste di fuoco e ghiaccio lo schernivano e gli presagivano come sarebbe stata la sua nuova dimora, la sua meta finale. Ma egli non accennò ad un lamento, perché quel modo di essere non gli apparteneva; l’assenza sarebbe stato il suo nutrimento e, proprio per questo, cedette all’umiliazione degli eventi, in attesa che ogni cosa avesse avuto tregua. E così avvenne.

(continua)

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