L’equivoco (prima parte)

Stava cadendo.
E il vento sferzava il suo corpo con prodigiosa potenza, annebbiandogli la visuale e confondendogli la coscienza. Nulla lo avrebbe fermato; niente e nessuno. Dopo aver spezzato il legame eterno e spirituale, ora avrebbe infranto anche quello fisico e caduco. Era stata sufficiente un’intenzione per meritarsi questo, per perdere tutto ciò che era, e diventare ciò che sarebbe stato, per sempre. Forse avrebbe pianto, se avesse potuto, ma non sarebbe servito, poiché la scelta era stata compiuta e il futuro, ormai inevitabile, non ammetteva ripensamenti.
Dove sarebbe arrivato? La sua discesa si sarebbe fermata o avrebbe continuato per l’eternità?
Provò per quanto poté a scorgere qualcosa, ma non percepì altro che il vuoto. Un luogo senza colore e senza odore, senza profondità e senza suono: dunque era questo ciò che circondava il suo mondo, il nulla? Oltre a lui e alla sua stirpe non vi era alcunché? Che fine aveva fatto la promessa, la parola data di un essere diverso da lui? Erano solo menzogne create per illuderlo e per dargli così la possibilità di rinnegare tutto ciò che era e tutto ciò per cui era stato creato? Innalzato quasi a divinità era adesso sommesso, solo, e discendente nelle profondità senza fine, nell’abisso che un giorno si sarebbe riempito del putridume dell’essere tanto proclamato. Come aveva osato, rifletté? Come aveva solamente potuto realizzare ciò che aveva fatto? Chiuse gli occhi, e proibì a se stesso di continuare ad esistere, ma nemmeno la morte gli apparteneva. Estranea a lui, rideva del suo comportamento e gioiva nel vederlo in quello stato. La purezza era stata sporcata.
Tenne gli occhi sigillati, non avrebbe assistito alla sua caduta. Ciò che sarebbe successo lo avrebbe scoperto senza guardarlo in faccia. Ma anche con gli occhi chiusi la sua corsa verso il basso non accennava a terminare. Da quanto tempo stava precipitando? Secondi, minuti o una vita intera? Più il tempo passava e più si rendeva conto che quella discesa sarebbe durata per sempre. Sì, e anche una volta terminata (sempre che avesse potuto accadere), avrebbe proseguito dentro di lui, procurandogli quel dolore che non ha mai fine, che assorbe ogni pensiero di bene e che trasforma ogni cosa in altrettanto dolore. Una sofferenza senza uguali, che non può essere lenita da nessun unguento o da qualsivoglia medicina. Una malattia senza cura, che non migliora e che anzi, si auto rigenera.
L’origine di tutto questo era se stesso. La sua scelta, la decisione di accrescere il suo io, di innalzarlo ad altezze proibite e precluse a qualsiasi creatura – immortale, sì – ma sempre tale.

Aprì gli occhi e il vuoto che lo avvolgeva iniziò a diradarsi, a prendere identità e aspetto, una forma sconosciuta alla sua memoria ma ben precisa. Ombre e sfumature solo accennate cominciarono lentamente a darsi un nome e a costituirsi attorno a lui. Tentò di aggrapparsi a qualcosa ma fu inutile e patetico. Si scoprì immerso in un marasma di essenza primordiale, di intrecci di vita diversa ma avente la stessa origine. Si ritrovò scaraventato con forza da un’esplosione all’altra, avvolto nella nebbia, mentre frammenti di materia lo vessavano e lo colpivano senza rispetto. Luce e tenebre si alternavano spasmodicamente, ad intermittenza, così come l’arsura e il gelo che lo sferzavano e tormentavano quasi con sadico piacere. Tempeste di fuoco e ghiaccio lo schernivano e gli presagivano come sarebbe stata la sua nuova dimora, la sua meta finale. Ma egli non accennò ad un lamento, perché quel modo di essere non gli apparteneva; l’assenza sarebbe stato il suo nutrimento e, proprio per questo, cedette all’umiliazione degli eventi, in attesa che ogni cosa avesse avuto tregua. E così avvenne.

(continua)

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