Archivio mensile:marzo 2012

L’equivoco (ultima parte)

La creatura guardò gli esseri viventi uno ad uno, e comprese che chi aveva di fronte forse non era a conoscenza del suo stesso sapere. Non possedeva sentimenti che lui aveva provato o condizioni che lui aveva sperimentato. Poiché l’amore, per loro, era sempre stato presente. Dall’amore erano stati partoriti e, con molta probabilità, vi sarebbero tornati. Quegli esseri avevano detto di essere creature amate e felici, sin dal principio. Ma davvero erano consapevoli di cosa fosse o non fosse la felicità? No, certamente, loro ne erano solo convinti perché quella condizione era stata loro donata senza nulla in cambio. La creatura tornò in sé.

«Ce l’hai davanti» rispose, senza dubbi. «Io sono ciò che tu mi hai chiesto. Sono ciò che di più solo possa esistere o si possa trovare. Io sono la solitudine. Ho conosciuto cosa significa l’assenza di ogni cosa, anche di me stesso. Mi sono perso e ritrovato nella stessa misura e con la stessa frequenza con la quale è cambiato questo mondo. L’abbandono è uno stato che forse non conoscerete mai, perché chi vi ha dato la vita ha deciso così per voi. La beatitudine emerge dal vostro sguardo, è palpabile, e i vostri occhi non mentono. Perché mi domandate queste cose? Non dovreste! Come, certamente, non dovreste parlare con me. Ho sbagliato io a manifestarmi a voi e voi mi avete dato corda, illudendomi che avrei potuto essere diverso da ciò che sono».
«Ti preghiamo, non smettere di parlare con noi, perché tu possiedi la verità che può aprirci a questo mondo. Perché il nostro agire con te non è solo adorazione e lode, ma è stupore; è altro, oltre ciò che siamo e per cui siamo stati creati. Nessuno ci ha obbligati a parlare con te, noi stessi lo abbiamo deciso di nostra spontanea volontà e liberamente».

Libertà. La creatura rifletté su quella parola che era diventata una vocazione, un obiettivo, il fine ultimo. Lo aveva cambiato, il suo scopo, e questo era diventato uno stato che non gli apparteneva, ma che lui aveva cercato con foga e desiderio e che, infine, aveva trovato. Ripensò a quanto aveva dovuto patire per poter abbracciare quella condizione ma, innanzitutto, aveva dovuto imparare a conoscere. Sì, aveva dovuto rinunciare e abbandonare, per poter essere libero. Questi esseri parlavano di libertà, ma fino a quando non avessero rinunciato a loro stessi non sarebbero mai stati liberi. Forse avrebbe dovuto dirglielo, informarli di questa tremenda verità; o forse no. Avrebbe potuto lasciarli così per l’eternità. Beati, e inconsapevoli che la libertà di cui loro parlavano con tanta sicurezza era in realtà un illusione.

La creatura guardò un punto in alto da sé, quasi volesse scrutare al di là del manto celeste, e si domandò se colui che aveva portato a compimento tutto ciò li stesse osservando. Certo che sì, ammise.
«Liberamente?» domandò, rivolgendosi agli esseri «Come potete parlare di libertà? Voi non conoscete e, per questo, non siete liberi! Siete neofiti e come tali avete ancora tanto da capire e da scegliere. Ma non sceglierete, perché la scelta implica la conoscenza e voi non conoscete. Perché nel momento in cui doveste fare una scelta sicuramente rinneghereste voi stessi. Siete pronti per farlo? Rinuncereste ad essere creature amate in cambio della possibilità di scegliere? Ditemi, volete conoscere o siete già sazi di ciò che possedete?»

In attesa che gli esseri rispondessero, la creatura volse lo sguardo oltre di essi per rendersi conto che il mondo che li circondava era pervaso da una coltre di tranquillità e beatitudine. Qual era lo scopo di così tanta bellezza? Che senso aveva quella terra, il vivere per sempre? Era forse questo il fine di tutto? Quel paradiso era forse arrivato alla fine? Cercò di scavare dentro il suo essere e scrutare informazioni che potessero risolvere quell’enigma ma anche la sua grande e totale conoscenza di quel mondo non gli permisero di trovare soluzioni. Perché le risposte, e ne era consapevole, non potevano essere intrinseche al mondo stesso. Forse erano celate talmente bene da non poter essere trovate, o forse erano semplicemente contenute da un’altra parte; in attesa di essere rivelate chissà quando e come. E lui avrebbe mai avuto accesso a quelle verità, o avrebbe vissuto per sempre nell’inganno di se stesso?
La creatura indugiò lo sguardo su quegli esseri che si era trovato di fronte. E ne comprese la fragilità. Sapeva bene che senza la protezione di un dio osservatore loro avrebbero agito diversamente e che, senza controllo, la parte più oscura del loro essere sarebbe emersa con forza. Si domandò, ancora una volta, se avesse fatto meglio ad andare via, a dimenticarli e a costringersi nuovamente ad una vita di solitudine. Sarebbe tornato nelle viscere della terra che con con tanto amore lo avevano accolto agli albori. Ma la risposta di uno di essi terminò la sequenza di pensieri.
«Sì, vogliamo conoscere.» dissero consapevolmente.
«No!» incalzò la creatura, pentitasi della sua proposta «Perché quando dovesse succedere, sarei additato io come vostro persuasore. Mia sarà la colpa della vostra ingordigia di conoscenza. Perché colui che vi ha creati non ve ne ha mai parlato? Perché non vi ha dato il sapere che la vostra stirpe merita, lasciando a me questo gravoso compito?» E si bloccò. Dunque era questo il fine del suo esistere? Il perché della sua creazione? Consegnare la conoscenza. Insegnare cosa sia il bene e cosa il male? Questo avrebbe dovuto fare? Dannarsi per l’eternità? Bene, si disse, se così dev’essere così sarà. La creatura annuì.
«È vero che Dio ha detto: non dovete mangiare di nessun albero del giardino?»

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L’equivoco (quinta parte)

Il tronco sul quale erano appoggiati gli esseri era stabile, così si immerse in esso per poi riaffiorare dall’alto. Si mostrò.
«Sei tu?» domandò uno di essi, quasi con diffidenza.
La creatura restò sgomenta, senza parole perché non si aspettava una domanda. Sono io? Si chiese a sua volta, nel cervello, con la stessa intonazione con la quale gli era stato domandato da quell’essere. Sei tu? rimbombò ancora dentro la sua testa, come se fosse un osso cavo. Perché una domanda del genere? Che fossero già a conoscenza della sua presenza primordiale? Che Lui li avesse messi in guardia? E se avesse intimato loro di stargli lontano e di non avere alcun tipo di rapporto con lui? Allontanò quell’eventualità, non perché non fosse possibile, se non probabile, ma perché troppo dolorosa.
«Sono io,» rispose, quasi con timore «ma non colui che pensi tu. Sono un altro, sono il primo.»
«Il primo?» domandò l’essere.
«Sì, il primo di una stirpe. Il primo che è in grado di conoscere. Che ha osservato l’origine di tutto ciò che vedi,
cosa ha scatenato tutto, e che ha provato sulla propria pelle la trasformazione. Sono il primo. E tu chi sei?»
«Io sono una creatura amata, e sono libera di muovermi, ovunque e per sempre. Ho l’immortalità in me, e la felicità mi è compagna da sempre, e così lo sarà. Siamo noi. Siamo esseri di questa terra, creati per abitarla».

La creatura avanzò e si sedette a fianco a loro, ed essi gli fecero spazio perché capirono che potevano comunicare con lui.
«Raccontaci di questo mondo, perché possiamo conoscere la vita e cosa è stato prima di noi. Parlaci, perché con te è piacevole discorrere»
«Perché parlate così?» ribatté la creatura «Non mi conoscete, come potete saperlo?»
«Nessuna, delle creature che abbiamo conosciuto su questa terra, ci ha mai parlato in questo modo o ha risposto alle nostre domande come tu hai appena fatto. Gli esseri viventi che ci circondano ci adorano come dei, ci amano e fanno tutto ciò che chiediamo loro, ma con noi non comunicano, non lo fanno come desidereremo che facessero» e si alzò dal tronco sul quale era seduto. «Ti prego,» disse, indicandogli un sentiero «cammina insieme a noi!». La creatura annuì.

Avanzarono uno a fianco all’altro per un tempo indefinito, discorrendo di ciò che li circondava e dei desideri che riempivano la loro testa e che tentavano di emergere. La meraviglia e lo stupore li accompagnavano come due amici a braccetto. Gli esseri sommersero la creatura di domande, ma la loro sete sembrava inestinguibile. La loro non era un’arsura provocata, solo non sapevano di averla. E di fronte ad una fonte così traboccante non poterono che dissetarsi. La creatura raccontò la sua storia, di come e perché fosse finito su quella terra. Narrò della sua solitudine e di come attendesse il loro arrivo, e si stupì di quanta conoscenza fosse in grado di elargire. Così come essi sembravano avere una bramosia e una curiosità illimitata, così in lui pareva non arrestarsi mai la possibilità e il bisogno di insegnare.

«Cos’è la solitudine?» domandò uno di essi.
La creatura non rispose subito. E in quel momento si rese conto di quanto la sua vita fosse stata triste e assente. Di come tutto ciò che era accaduto gli fosse scivolato sopra, e di come non avesse mai potuto comunicare a nessuno i suoi stati d’animo. Si era nutrito della sua stessa solitudine per milioni di anni, divenendone l’incarnazione stessa. Aveva comunicato con se stesso senza avere la possibilità di esteriorizzare ciò che era e che possedeva. Ma era uno stato, il suo, che egli stesso aveva voluto, fortemente. Aveva rinunciato ad una beatitudine perché il desiderio di conoscenza era diventato così pressante da non poterne sopportare più la mancanza. Perché conoscere gli avrebbe dato la libertà che aveva sempre desiderato. Una libertà autentica, fatta di scelte, di ripensamenti, di cadute e di dolore.

(continua)

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L’equivoco (quarta parte)

Sconsolato e sazio della sua solitudine, decise di rialzarsi e camminare. Avrebbe potuto cercare di comunicare con chi l’aveva gettato via e fatto cadere nel vuoto, ma prendere quella decisione avrebbe significato arrendersi, ammettere di aver sbagliato e riconoscere che non esiste vita senza di Lui. Come fare, allora, per cercare di oscurare quel sentimento e quella necessità impellente di comunicazione? Scosse il capo e tentò, per quanto fosse in suo potere, di ricusare quel pensiero; non avrebbe ceduto. Chi l’aveva cacciato non era mai stato menzognero, mai. Perché avrebbe dovuto esserlo questa volta.

L’ospite continuò a vagare senza una meta sulla superficie di un mondo che era diventata la sua casa. Vagò e vagò ancora per milioni di anni fino a quando, con sua meraviglia, degli esseri viventi mai visti prima, che non si muovevano come i precedenti organismi e che, diversamente dagli altri, avevano lo sguardo assettato di sapere, comparvero sulla terra. Possibile che fossero loro? si domandò stupito. La creatura si nascose. Ora che aveva la possibilità di comunicare, si fece indietro. Quegli esseri viventi parlavano tra di loro e con qualcun altro, certamente erano in grado di comprendere anche lui. Erano disponibili a ricevere la conoscenza ed avere la sua amicizia? Non poteva emarginarsi proprio ora, aveva aspettato così tanto tempo che arrivassero, e finalmente era successo: l’essere annunciato sin dagli albori dell’esistenza si era mostrato. Mise a bada l’eccessiva euforia e l’esagerato eccitamento che quel pensiero produsse, e attese in silenzio. Decise che li avrebbe osservati. Sì, prima di mostrarsi li avrebbe scrutati e conosciuti di nascosto.

Era meravigliato. Estasiato dalla grandezza dei nuovi arrivati. Il loro esistere non sembrava dettato da un istinto animale bensì ponderato e ragionato. La causa prima che muoveva il loro agire non era pura istintualità e bramosia di mangiare o possedere, no, era qualcosa che andava oltre. Come se dietro ogni gesto ci fosse un disegno ben preciso. Come se, ad accompagnarli, ci fosse un’alterità altra rispetto a ciò che quegli ‘esseri stessi mostravano. Eppure, ne era certo, loro non erano come lui: erano diversi. I viventi che si erano manifestati erano caduchi. Ne era sicuro. Forse destinati ad un’immortalità futura, ma non presente. Cosa cercavano nel loro esistere? Cosa volevano diventare? Qual era la loro visione del mondo, che scopo avevano? Queste ed altre domande iniziarono ad affollargli la mente e ad attendere risposta. Oh, se solo avesse potuto mostrarsi. Se solo avesse la possibilità di comunicare con loro! Si spostò.

La creatura che volontariamente si era nascosta nell’ombra tentò di scrutare ancora più attentamente i nuovi arrivati ma, per farlo, ne era consapevole, doveva avvicinarsi. Si immerse nell’ombra di una pianta, per poi muoversi tra i cespugli. Avanzò dietro alcuni arbusti e strisciò dietro una roccia. Il suo essere provò a celarsi e a muoversi di soppiatto. Facendo silenzio, si allungò e si restrinse fino ad assumere una forma oblunga e sinuosa. Li vide da lontano: erano là, immobili, che conversavano. E lui avanzò.

(continua)

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Vi dirò tutto

«Lucia entrò nella stanza terrena,  mentre Renzo stava angosciosamente informando Agnese, la quale angosciosamente lo ascoltava. Tutt’e due si volsero a chi ne sapeva pià di loro, e da cui aspettavano uno schiarimento, il quale non poteva essere che doloroso: tutt’e due, lasciando travedere, in mezzo al dolore, e con l’amore diverso che ognun d’essi portava a Lucia, un cruccio pur diverso perché avesse taciuto loro qualche cosa, e una tal cosa. Agnese, benché ansiosa di sentir parlare la figlia, non poté tenersi di non farle un rimprovero.

– A tua madre non dir niente d’una cosa simile!
– Ora vi dirò tutto, – disse Lucia, asciugandosi gli occhi col grembiule.»

(da I promessi sposi,  Alessandro Manzoni)

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L’equivoco (terza parte)

Era solo, ne era certo come era consapevole che lo sarebbe stato ancora per milioni e milioni di anni. La promessa, si disse, la promessa non era stata mantenuta. Dov’era? Dov’era quell’essere che sarebbe dovuto nascere? Perché non era ancora? Il dubbio della menzogna prese forma nelle sue viscere andando ad insinuarsi nel suo ventre. Ma egli non ignorò quella percezione, la ascoltò come si ascolta il pensiero, e decise che avrebbe risposto. Allora si mosse.

Scivolò lungo la crosta e vagò senza una meta alla ricerca di qualcosa che potesse ricondurlo a quelle parole, a quel sussurro. Si trascinò fino alla superficie, ancora una volta, e scoprì che il mondo nel quale si era nascosto stava iniziando a cambiare. Il nero dell’oscurità si stava rischiarando, il fuoco si stava raffreddando, il mare quietando. La terra trovava finalmente pace.
Iniziò ad amare quello stato e non rimpiangere più ciò che era un tempo. Camminò e camminò per milioni di anni e nel suo avanzare assistette al mutamento progressivo. L’aridità scomparve lasciando posto a foreste rigogliose. Il cielo, sopra di lui, cominciò a cambiare e a non urlare più di rabbia. Le nuvole iniziarono a diradarsi e sfumature turchesi a farsi strada
timidamente. Il mare assunse coloriture come il cielo, concedendo alla terra di esprimersi più di quanto non potesse prima. Creature sconosciute iniziarono ad affacciarsi da ogni angolo: dal mare, dal cielo e dalla terra, e lui imparò a conoscerle, a chiamarle per nome, divenendone il signore. Forse non era più solo, pensò. Gli esseri viventi che stava via via incontrando da minuscoli e semplici, con il passare del tempo, divenivano sempre più complessi; ma comunicare con loro risultava impossibile. Ancora una volta era stato preso in giro.

Allora si sedette e attese. Il mondo cambiò e cambiò ancora. Da rigoglioso tornò nuovamente arido, da arido ghiacciato, da ghiacciato rovente come una palla di lava, per poi tornare rigoglioso e ancora gelido. E lui attese, attese che questa creatura si affacciasse e comunicasse con lui. Ma non arrivò.

(continua)

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