L’equivoco (quinta parte)

Il tronco sul quale erano appoggiati gli esseri era stabile, così si immerse in esso per poi riaffiorare dall’alto. Si mostrò.
«Sei tu?» domandò uno di essi, quasi con diffidenza.
La creatura restò sgomenta, senza parole perché non si aspettava una domanda. Sono io? Si chiese a sua volta, nel cervello, con la stessa intonazione con la quale gli era stato domandato da quell’essere. Sei tu? rimbombò ancora dentro la sua testa, come se fosse un osso cavo. Perché una domanda del genere? Che fossero già a conoscenza della sua presenza primordiale? Che Lui li avesse messi in guardia? E se avesse intimato loro di stargli lontano e di non avere alcun tipo di rapporto con lui? Allontanò quell’eventualità, non perché non fosse possibile, se non probabile, ma perché troppo dolorosa.
«Sono io,» rispose, quasi con timore «ma non colui che pensi tu. Sono un altro, sono il primo.»
«Il primo?» domandò l’essere.
«Sì, il primo di una stirpe. Il primo che è in grado di conoscere. Che ha osservato l’origine di tutto ciò che vedi,
cosa ha scatenato tutto, e che ha provato sulla propria pelle la trasformazione. Sono il primo. E tu chi sei?»
«Io sono una creatura amata, e sono libera di muovermi, ovunque e per sempre. Ho l’immortalità in me, e la felicità mi è compagna da sempre, e così lo sarà. Siamo noi. Siamo esseri di questa terra, creati per abitarla».

La creatura avanzò e si sedette a fianco a loro, ed essi gli fecero spazio perché capirono che potevano comunicare con lui.
«Raccontaci di questo mondo, perché possiamo conoscere la vita e cosa è stato prima di noi. Parlaci, perché con te è piacevole discorrere»
«Perché parlate così?» ribatté la creatura «Non mi conoscete, come potete saperlo?»
«Nessuna, delle creature che abbiamo conosciuto su questa terra, ci ha mai parlato in questo modo o ha risposto alle nostre domande come tu hai appena fatto. Gli esseri viventi che ci circondano ci adorano come dei, ci amano e fanno tutto ciò che chiediamo loro, ma con noi non comunicano, non lo fanno come desidereremo che facessero» e si alzò dal tronco sul quale era seduto. «Ti prego,» disse, indicandogli un sentiero «cammina insieme a noi!». La creatura annuì.

Avanzarono uno a fianco all’altro per un tempo indefinito, discorrendo di ciò che li circondava e dei desideri che riempivano la loro testa e che tentavano di emergere. La meraviglia e lo stupore li accompagnavano come due amici a braccetto. Gli esseri sommersero la creatura di domande, ma la loro sete sembrava inestinguibile. La loro non era un’arsura provocata, solo non sapevano di averla. E di fronte ad una fonte così traboccante non poterono che dissetarsi. La creatura raccontò la sua storia, di come e perché fosse finito su quella terra. Narrò della sua solitudine e di come attendesse il loro arrivo, e si stupì di quanta conoscenza fosse in grado di elargire. Così come essi sembravano avere una bramosia e una curiosità illimitata, così in lui pareva non arrestarsi mai la possibilità e il bisogno di insegnare.

«Cos’è la solitudine?» domandò uno di essi.
La creatura non rispose subito. E in quel momento si rese conto di quanto la sua vita fosse stata triste e assente. Di come tutto ciò che era accaduto gli fosse scivolato sopra, e di come non avesse mai potuto comunicare a nessuno i suoi stati d’animo. Si era nutrito della sua stessa solitudine per milioni di anni, divenendone l’incarnazione stessa. Aveva comunicato con se stesso senza avere la possibilità di esteriorizzare ciò che era e che possedeva. Ma era uno stato, il suo, che egli stesso aveva voluto, fortemente. Aveva rinunciato ad una beatitudine perché il desiderio di conoscenza era diventato così pressante da non poterne sopportare più la mancanza. Perché conoscere gli avrebbe dato la libertà che aveva sempre desiderato. Una libertà autentica, fatta di scelte, di ripensamenti, di cadute e di dolore.

(continua)

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