L’equivoco (ultima parte)

La creatura guardò gli esseri viventi uno ad uno, e comprese che chi aveva di fronte forse non era a conoscenza del suo stesso sapere. Non possedeva sentimenti che lui aveva provato o condizioni che lui aveva sperimentato. Poiché l’amore, per loro, era sempre stato presente. Dall’amore erano stati partoriti e, con molta probabilità, vi sarebbero tornati. Quegli esseri avevano detto di essere creature amate e felici, sin dal principio. Ma davvero erano consapevoli di cosa fosse o non fosse la felicità? No, certamente, loro ne erano solo convinti perché quella condizione era stata loro donata senza nulla in cambio. La creatura tornò in sé.

«Ce l’hai davanti» rispose, senza dubbi. «Io sono ciò che tu mi hai chiesto. Sono ciò che di più solo possa esistere o si possa trovare. Io sono la solitudine. Ho conosciuto cosa significa l’assenza di ogni cosa, anche di me stesso. Mi sono perso e ritrovato nella stessa misura e con la stessa frequenza con la quale è cambiato questo mondo. L’abbandono è uno stato che forse non conoscerete mai, perché chi vi ha dato la vita ha deciso così per voi. La beatitudine emerge dal vostro sguardo, è palpabile, e i vostri occhi non mentono. Perché mi domandate queste cose? Non dovreste! Come, certamente, non dovreste parlare con me. Ho sbagliato io a manifestarmi a voi e voi mi avete dato corda, illudendomi che avrei potuto essere diverso da ciò che sono».
«Ti preghiamo, non smettere di parlare con noi, perché tu possiedi la verità che può aprirci a questo mondo. Perché il nostro agire con te non è solo adorazione e lode, ma è stupore; è altro, oltre ciò che siamo e per cui siamo stati creati. Nessuno ci ha obbligati a parlare con te, noi stessi lo abbiamo deciso di nostra spontanea volontà e liberamente».

Libertà. La creatura rifletté su quella parola che era diventata una vocazione, un obiettivo, il fine ultimo. Lo aveva cambiato, il suo scopo, e questo era diventato uno stato che non gli apparteneva, ma che lui aveva cercato con foga e desiderio e che, infine, aveva trovato. Ripensò a quanto aveva dovuto patire per poter abbracciare quella condizione ma, innanzitutto, aveva dovuto imparare a conoscere. Sì, aveva dovuto rinunciare e abbandonare, per poter essere libero. Questi esseri parlavano di libertà, ma fino a quando non avessero rinunciato a loro stessi non sarebbero mai stati liberi. Forse avrebbe dovuto dirglielo, informarli di questa tremenda verità; o forse no. Avrebbe potuto lasciarli così per l’eternità. Beati, e inconsapevoli che la libertà di cui loro parlavano con tanta sicurezza era in realtà un illusione.

La creatura guardò un punto in alto da sé, quasi volesse scrutare al di là del manto celeste, e si domandò se colui che aveva portato a compimento tutto ciò li stesse osservando. Certo che sì, ammise.
«Liberamente?» domandò, rivolgendosi agli esseri «Come potete parlare di libertà? Voi non conoscete e, per questo, non siete liberi! Siete neofiti e come tali avete ancora tanto da capire e da scegliere. Ma non sceglierete, perché la scelta implica la conoscenza e voi non conoscete. Perché nel momento in cui doveste fare una scelta sicuramente rinneghereste voi stessi. Siete pronti per farlo? Rinuncereste ad essere creature amate in cambio della possibilità di scegliere? Ditemi, volete conoscere o siete già sazi di ciò che possedete?»

In attesa che gli esseri rispondessero, la creatura volse lo sguardo oltre di essi per rendersi conto che il mondo che li circondava era pervaso da una coltre di tranquillità e beatitudine. Qual era lo scopo di così tanta bellezza? Che senso aveva quella terra, il vivere per sempre? Era forse questo il fine di tutto? Quel paradiso era forse arrivato alla fine? Cercò di scavare dentro il suo essere e scrutare informazioni che potessero risolvere quell’enigma ma anche la sua grande e totale conoscenza di quel mondo non gli permisero di trovare soluzioni. Perché le risposte, e ne era consapevole, non potevano essere intrinseche al mondo stesso. Forse erano celate talmente bene da non poter essere trovate, o forse erano semplicemente contenute da un’altra parte; in attesa di essere rivelate chissà quando e come. E lui avrebbe mai avuto accesso a quelle verità, o avrebbe vissuto per sempre nell’inganno di se stesso?
La creatura indugiò lo sguardo su quegli esseri che si era trovato di fronte. E ne comprese la fragilità. Sapeva bene che senza la protezione di un dio osservatore loro avrebbero agito diversamente e che, senza controllo, la parte più oscura del loro essere sarebbe emersa con forza. Si domandò, ancora una volta, se avesse fatto meglio ad andare via, a dimenticarli e a costringersi nuovamente ad una vita di solitudine. Sarebbe tornato nelle viscere della terra che con con tanto amore lo avevano accolto agli albori. Ma la risposta di uno di essi terminò la sequenza di pensieri.
«Sì, vogliamo conoscere.» dissero consapevolmente.
«No!» incalzò la creatura, pentitasi della sua proposta «Perché quando dovesse succedere, sarei additato io come vostro persuasore. Mia sarà la colpa della vostra ingordigia di conoscenza. Perché colui che vi ha creati non ve ne ha mai parlato? Perché non vi ha dato il sapere che la vostra stirpe merita, lasciando a me questo gravoso compito?» E si bloccò. Dunque era questo il fine del suo esistere? Il perché della sua creazione? Consegnare la conoscenza. Insegnare cosa sia il bene e cosa il male? Questo avrebbe dovuto fare? Dannarsi per l’eternità? Bene, si disse, se così dev’essere così sarà. La creatura annuì.
«È vero che Dio ha detto: non dovete mangiare di nessun albero del giardino?»

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