Archivio mensile:aprile 2012

La macchina (seconda parte)

Quei vicini, gli stessi che la videro allontanarsi in piena notte, accorsero la mattina dopo in casa di Margherita attratti dalle urla della madre e dal suono delle sirene della polizia: la donna aveva trovato il letto della figlia vuoto. Tredici anni, era l’età di Margherita, e proprio il giorno del suo compleanno era sparita senza dare spiegazioni, senza far sapere dove sarebbe andata o cosa avrebbe fatto della sua vita. Ma qualcuno aveva visto la macchina e Margherita salirci a bordo.

I signori Murru si accostarono alla signora Solinas in silenzio, vergognandosi un po’ di se stessi perché non era certamente da buoni vicini un tale comportamento: non chiedere ad una tredicenne dove mai stesse andando a quell’ora della notte. Se solo gli abitanti del quartiere avessero saputo che loro avevano visto e che erano rimasti inerti! Ah! Se fosse successo, non avrebbero più avuto la faccia di farsi vedere in giro. Troppa sarebbe stata la vergogna. Mamma mia! Ma cosa avrebbero dovuto fare?…era la macchina! Timidamente guardavano la donna che parlava in lacrime ai poliziotti, poi spostarono lo sguardo verso l’ingresso della stanza della ragazzina e intravidero il letto disfatto. Il signor Solinas e il figlio più piccolo erano di fronte ad un altro poliziotto che prendeva appunti. Nessuno, da quanto si poteva capire, era al corrente di quali motivazioni potessero aver spinto Margherita ad uscire durante la notte, e certamente era da escludere che qualche estraneo fosse entrato in casa. Gli agenti di polizia erano disperati, non avevano mai avuto a che fare con qualcosa del genere e sinceramente non sapevano a quale santo aggrapparsi.

Carla Maxìa, sposata con Franco Solinas, aveva quasi quarant’anni e con la mano destra non faceva altro che asciugarsi le lacrime. A stento riusciva a comunicare con il poliziotto e più di una volta doveva fermarsi per prendere il respiro e per non rischiare di crollare. “No”, continuava a ripetere ai poliziotti, “lei non sapeva nulla, non aveva litigato con la figlia, non avevano discusso, andavano d’amore e d’accordo. Oggi avrebbero festeggiato il compleanno tutti insieme”, insisteva. Non sapeva più come spiegarlo!

I signori Murru fecero un giro per la casa, avevano paura di dire ai genitori di Margherita che sapevano cosa aveva fatto la loro figlia la notte appena trascorsa, che erano a conoscenza con quale mezzo si era allontanata, ma forse proprio quel sapere era la causa dell’indecisione. Erano in dubbio se intervenire, perché l’imbarazzo era davvero troppo. La macchina, continuavano a ripetersi. Ma come? Una sottile convinzione che non fosse compito loro informare la polizia di ciò che era successo si insinuò nella loro mente. Certo, se Margherita aveva deciso di entrare dentro la macchina…be’, un motivo doveva esserci. Un perché! Che diritto avevano loro di mettere in discussione la decisione del guidatore. Era la macchina! Assunta Murru restò incollata al suo posto con lo sguardo colmo di fastidio per ciò che sapeva, con un dolore amaro e profondo nei confronti di Carla e con il pensiero rivolto a Margherita. Cosa doveva fare? Concedersi al pubblico ludibrio o cercare di lenire in parte la sofferenza di questa povera donna? Perché se avesse parlato, lo sapeva, il poliziotto avrebbe preso appunti. Conosceva bene quel ragazzo, figlio del dottor Murgia, medico curante di lei e di suo marito, che certamente ne avrebbe parlato con suo padre che, a sua volta, avrebbe raccontato tutto alla moglie, Gabriella Carìa. Quella donna era peggio di un altoparlante e avrebbe spifferato tutto certamente. Be’, Assunta Murru si morse un labbro inferiore, il dolore era troppo grave perché osasse solo pensare di tacere. Di fronte a Carla Maxìa, una delle sue vicine più care, che era sempre stata pronta quando lei aveva avuto bisogno di qualcosa e…Margherita, delicato fiore amato da tutti…no, la signora Murru non poté esimersi. Fece cenno al marito di avvicinarsi e chiese il permesso di intervenire.

(continua)

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Che ci posso fare?

se…

non mi piacciono i grassi,

non mi piacciono i lagnosi,

non mi piace chi si vanta,

non mi piace l’esagerazione.

Non mi piace la frutta.

Non mi piace il successo degli altri (quando non è meritato).

Non mi piacciono le donne,

non mi piace la destra,

non mi piacciono gli insistenti,

non mi piace chi parla a vanvera,

non mi piace il chiasso,

non mi piacciono le scadenze, soprattutto quando si avvicinano.

Non mi piace l’ovest,

non mi piace la confusione,

non mi piace la fretta,

non mi piacciono gli insetti.

Non mi piaccio io,

quando invidio, quando rallento,

quando sto fermo,

quando perdo tempo, quando mi guardo indietro,

quando non oso, quando non insisto,

quando non esagero, quando mi lagno,

quando ho paura, quando non mi sforzo,

quando non sudo, quando non ci do dentro,

quando sono equilibrato, quando ritorno indietro,

quando non vado avanti.

Non mi piaccio.

 

 

 

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La Macchina (prima parte)

Un’angoscia funesta, di quelle che ti svegliano di notte, che ti avvolgono e non fanno respirare, obbligò Margherita Solinas ad aprire gli occhi e a mettersi seduta. Sebbene avesse un sonno pesante e difficilmente si svegliasse durante la notte, si vide costretta ad alzarsi e ad affacciarsi alla finestra con il cuore in gola. Il cielo era stellato e una delicata brezza marina le rinfrescava il viso sudato. Il respiro era pesante e il volto angosciato. Margherita non sapeva quale fosse l’origine di così tanta ansia ma non aveva dubbi su ciò che avrebbe dovuto fare, e non attese oltre. Indossò i pantaloni appoggiati sulla spalliera della sedia, la maglietta che aveva appallottolato e lanciato sulla scrivania, agguantò gli infradito e si diresse verso l’ingresso in punta di piedi. Prima di uscire si voltò verso la camera dei suoi genitori e di suo fratello poi ruotò lentamente il pomello della porta, la aprì e uscì.
La macchina
, grande, pulita e in attesa, era parcheggiata di fronte all’ingresso del giardino. Margherita vi si accostò lentamente, senza mai distoglierle lo sguardo. Quando mancavano solo pochi centimetri, si aprì uno sportello e lei vi entrò. Non successe nient’altro. Dopo qualche secondo la macchina mise in moto e si allontanò dalla casa sotto lo sguardo incredulo di alcuni vicini nottambuli.

(continua)

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4 aprile

Sei una creatura magica
nata quando il giorno è come la notte
e la vita rinasce.

Sei una creatura magica
perché la tua vita è energia,
è forza immediata.
Perché il tempo per te è un istante
e va vissuto subito.

Sei una creatura magica
perché hai il sorriso in tasca
e una mano rivolta verso tutti.
Perché il tuo cuore è accessibile
e non lo nascondi mai.

Sei una creatura amata, da me,
che ti ho incontrato per caso,
che ti ho amato per caso
ma che quel caso è diventato eterno.

 

La Fretta!

Non farsi domande è da stupidi, soprattutto di fronte a certi avvenimenti. Perché? E se…? Forse? Ma allora…? Sono interrogativi più che legittimi, se non addirittura necessari. Farseli, però, non ci dispensa da una certa misura di sofferenza che l’interrogativo stesso ha in sé, perché – per ovvie ragioni – ad esso deve necessariamente seguire una risposta che il più delle volte non è immediata, o meglio, non è chiara.
Porsi davanti a certe verità innervosisce l’animo, inasprisce l’umore e annebbia l’orizzonte. Tergiversare, rimandare, attendere e sperare sono verbi che, in questi momenti, vanno per la maggiore. Verbi così esageratamente calmi e carichi di attesa che credo sia arrivato il momento di sostituire. È vero, la fretta, l’urgenza e l’impellenza sono sostantivi che non fanno parte del mio essere, del mio stile di vita e con i quali, spesso, mi ritrovo letteralmente ad azzuffarmi. La lotta è sempre snervante e lunga e, puntualmente, mi ritrovò perdente. Ma le mani invecchiano e si vede, le rughe si notano sempre di più e i capelli bianchi non si contano più già da diversi anni. Il tempo passa e osservarlo mentre scivola via e sfugge dalle mani non è cosa piacevole. Qualcosa deve cambiare.
Iniziamo dai verbi.

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Who’s that girl?

Tredici anni, alla Gallerie Lafayette di Parigi, con pochi soldi e con ancora troppe cose da fare e da vedere, davanti a qualcosa che non avrebbe dovuto comprare ma che avrebbe voluto con tutto il cuore. Cento franchi finiti in un soffio e quell’album lì davanti. No, proprio lui. Era quello nuovo, quello che conteneva proprio la sua canzone preferita, che cercava ogni giorno alla radio e che, con la cassetta pronta, tentava di registrare.

Sì, lei era là, dentro quel disco. La adorava ma non poteva comprarsi mai nulla. Mai un vinile, mai una cassetta, solo qualche articolo di giornale e qualche poster, niente di più. Le canzoni passavano veloci alla radio e duravano un attimo, e lui non poteva trattenerle.
Lafayette era davvero grande, troppo per un ragazzino di terza media e con così pochi soldi. Dov’erano gli altri? I suoi compagni di classe? In giro? A comprare qualcosa per i propri genitori, probabilmente. Ma perché non mi hanno dato di più! Lo sguardo indugia ancora una volta su quell’album; proprio quello. E che diamine, non costerà poi così tanto! Sorride. Si trovava a Parigi e sarebbe tornato a casa con un album di Madonna, già si immaginava che faccia avrebbero fatto i suoi genitori. No. C’era ancora la Torre Eiffel da vedere…e 44 franchi erano tanti, ma era la Torre Eiffel! E questo? Prende il disco in mano, lo gira e controlla il prezzo: 17 franchi. Il cuore inizia a battere forte e velocemente. Ora o mai più! Una piccola botta di conti. Sì, i soldi gli bastavano! Lo guarda di nuovo. Lo gira ancora una volta, legge i titoli delle canzoni. Era quello. Era suo!

Davanti alla Torre Eiffel si volta verso un suo compagno di classe: potresti prestarmi 44 franchi?

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Le «sane» abitudini

L’abitudinarietà del vivere impregna la vita stessa. E non è un gioco di parole ma la realtà.
Ogni istante della vita è determinato da abitudini ben precise (buone o cattive che siano) che, così radicate, diventano parte dell’esistenza stessa. Tutti i giorni compiamo gli stessi gesti, ci comportiamo nello stesso modo, mangiamo le stesse cose e ne evitiamo altrettante. Ogni giorno ha la sua struttura, forse diversa da quello precedente, ma identica ad un altro della settimana. Incontriamo gli stessi amici e andiamo negli stessi posti, ci appassioniamo agli stessi hobby e seguiamo gli stessi sogni. Una sana quotidianità, la definiamo! Ma è come se fosse l’abitudine stessa a programmare la nostra giornata e non viceversa. Tutto questo ha un retrogusto di materno e, dunque, di qualcosa di sicuro.
Ma la cosa buffa non è tanto questo pensiero, che è ovvio e già largamente dibattuto, bensì come questa abitudinarietà sia riuscita a farsi spazio anche nel web e tra una piastrella e l’altra delle piazze virtuali. Siamo riusciti, con il nostro modo di fare, ad avvolgere anche i social network; li abbiamo invasi come sciami di cavallette, modificati a nostra immagine e somiglianza e trasformati in prolungamenti della nostra quotidianità reale. Facebook e, in misura minore, Twitter, sono diventati parte delle nostre abitudini e vittime essi stessi dell’abitudinarietà che ci contraddistingue.

Abbiamo ricoperto questi luoghi virtuali della nostra vita e, forse, della nostra non vita. Siamo noiosi e ripetitivi anche lì; costretti a leggere ogni giorno le stesse cose, a sorbirci le stesse lamentele e gli stessi stati d’animo. Vogliamo condividere i nostri pensieri per forza: le nostre paure, il nostro dolore e la nostra felicità. Questo è quello che ci piace, che adoriamo fare e dal quale traiamo piacere. Sicuri che anche lì le nostre buone abitudini resteranno radicate e certi che gli altri ne saranno eterni testimoni.

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«L’inclinazione»

Le giornate iniziate storte vanno lasciate così.

Ti svegli alle sei e mezzo, ti lavi, ti vesti, fai colazione, esci e vai al lavoro. Non parli. Guardi con la stessa inclinazione della giornata tutte le persone che incontri e speri che qualcosa si raddrizzi. No, non succede. Fai le cose che devi fare, gli stessi movimenti di ogni giorno. Ti guardi intorno e pensi: cambierà prima o poi. No, non succede.

Torni a casa ed entri dentro la tua stanza, che è buia; devi fare molte cose. Devi aprire il libro, devi studiare ma c’è buio. Osservi, ancora. Lo guardi e pensi…sì. Ti rimetti dentro il letto e finalmente l’inclinazione cambia. Buongiorno.

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