Archivio mensile:maggio 2012

La macchina (sesta parte)

Il sole era alto e caldo e Tarcisio Cossu, sindaco integerrimo, meditava sugli ultimi avvenimenti. Sulla possibilità di convocare un consiglio straordinario, o addirittura sull’opportunità di radunare un’assemblea plenaria che coinvolgesse tutta la popolazione. Aveva sentito Carla Maxìa al telefono nonostante fossero passate davvero poche ore da l’ultima volta che l’aveva vista, ma questa storia tremenda della scomparsa della povera Margherita aveva deciso di non dargli pace, di non lasciargli tregua. In anni e anni di mandato pubblico non gli era mai capitata una cosa simile; una sparizione, addirittura! Qui, nel suo amato paese, sempre sereno, sempre soleggiato, sempre avvolto dal profumo di macchia mediterranea, con il mare a due passi, con la brezza che accarezzava le loro case ogni santo giorno, con la pace di chi aveva tutto, con la consapevolezza della certezza. Un paese abituato ad ottenere ogni cosa perché la macchina era pronta ad esaurire ogni cosa. Avrebbe dovuto informare tutti i cittadini, dare una conferma ufficiale alle voci di corridoio che erano iniziate a scivolare odiosamente e pericolosamente tra i crocicchi del paese e nelle strade più impraticate. Mormorii che rischiavano di infangare il buon nome della famiglia Solinas, un passaparola che aveva dato il via ad una visione sporca della realtà, come se la colpa di tutto fosse della povera Carla, come se tutto quello che le era capitato non potesse capitare anche a ciascuno di loro. Era stato sufficiente un giorno perché tutto il paese venisse a sapere cosa era successo ma, a quanto pareva, le uniche persone che avavano visto qualcosa erano i signori Murru. Gli unici che avevano la possibilità di dare anche un’esigua informazione di ciò che era capitato a Margherita. Eppure, la possibilità che qualcun altro fosse a conoscenza di qualcosa iniziava ad accarezzargli la mente. Un piccolo tarlo si era insinuato nel suo cervello, e dalla notte appena trascorsa aveva iniziato a rosicchiare e a suggerirgli di domandare, di andare in giro per le case delle famiglie vicine a quella di Margherita e informarsi, perché non si sapeva mai, non si era mai certi di come le persone potevano reagire di fronte a certi avvenimenti. Gli venne in mente la reazione di Assunta Murru, la sua improvvisa dipartita dal gruppo, la sua fretta di lasciare l’epicentro di ciò che era accaduto, un atteggiamento che non era certo da lei e che nascondeva senz’altro qualcosa!

Tarcisio Cossu era consapevole della sua posizione, scomoda, impegnativa, importante. Lui aveva in mano le chiavi del paese e il pericolo che questo evento potesse degenerare. Lui doveva arginare ogni possibilità di disperazione o di sfiducia. A lui spettava il compito che tutto tornasse come prima; con o senza Margherita.

(continua)

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La macchina (quinta parte)

Riavutasi dal malore, Carla si alzò dalla sedia, quindi, ringraziando di cuore Peppino e Vittoria, si allontanò dalla loro casa, con tutto il seguito appresso. E adesso? Si disse, e si diressero con il capo chino verso casa dei signori Maxìa, come se questo potesse servire a qualcosa. Il sindaco si asciugava la fronte con un fazzoletto, e i due poliziotti si erano levati il cappello che li stava facendo scoppiare di caldo la testa.

Assunta Murru aveva molto da fare e con sorpresa di tutti – non era infatti normale che decidesse di non impicciarsi di qualcosa fino alla fine – lasciò il gruppo e, insieme a suo marito, rincasò. Come ogni domenica doveva preparare il pranzo per tutta la famiglia e, la sua, era una famiglia numerosa: quattro figli, con prole. Il pranzo era già fatto, intendiamoci! Il sugo alla campidanese era solo da scaldare, l’arrosto era già nel forno, bisognava solo buttare la pasta. I signori Murru non mangiavano mai prima dell’una e mezza, e nessuno dei quattro figli si sarebbe fatto vedere prima dell’una e venti; ne erano certi! Assunta guardò l’orologio, era mezzogiorno e un quarto. Efisio Murru non disse una parola riguardo alla decisione di mollare gli altri, aveva lasciato parlare sua moglie, non aveva aggiunto mai nulla al racconto riguardo Margherita, così gli era stato detto di fare da Assunta: “lascia parlare me!”, e così aveva fatto. Sempre così, faceva. D’altronde, che importanza poteva avere sapere che, affacciato alla finestra della sua stanza, ad osservare tutta la scena, quasi inebbetito, c’era anche Giulio, fratello più piccolo di Margherita? Nessuna.

Carla, entrata in casa, crollò sul divano. Era esausta. Perché stava succedendo proprio a lei? Perché? Cosa aveva fatto Margherita? Cosa aveva chiesto? Perché se n’era andata? Ogni domanda era come un pugnale trafitto alla base dello stomaco; non la lasciava respirare. Sarebbe certamente morta se non avesse trovato al più presto una soluzione. Guardò il sindaco che, nel frattempo, aveva congedato i due poliziotti e che, nonostante l’orario, aveva deciso di non lasciare da sola la famiglia Solinas.
«Si fermi a pranzo da noi» disse Carla, ostentando una tranquillità che non aveva. «Almeno avremo qualcuno con cui parlare». Tarcisio Cossu annuì e ringraziò. Cosa poteva fare anche lui, se non sostenere quella disgraziata! Tutti avrebbero saputo che Carla Maxìa aveva chiesto espressamente qualcosa alla macchina e che, per la prima volta in assoluto, la macchina non aveva risposto. Tutti. Ne era certo!
La sera stessa, Matteo Murgia, rincasato di buona lena, stanco e decisamente provato, come temeva Assunta Murru e come predetto dal sindaco, raccontò l’accaduto a suo padre il quale ne discusse con sua moglie, Gabriella Caria, che non vide l’ora di spifferare tutto alle sue amiche più intime! La macchina non aveva risposto alle richieste di qualcuno e in particolare a quelle di Carla Maxìa: la notizia si propagò alla velocità della luce.
La mattina dopo Giuseppina Tidu, madre di Cinzia (compagna di classe di Giulio Solinas), osservò la macchina con occhi diversi. Aveva domandato, sempre con la cortesia che la contraddistingueva, un piccolo regalo
– a nome della famiglia Tidu –da fare a Giulio, che avrebbe consegnato a sua madre. Era il minimo che poteva fare. Che altro, se no? Giuseppina, udito il suono della macchina, si portò verso il veicolo e senza volerlo si specchiò nel finestrino oscurato, osservò il suo volto riflesso nel vetro e, forse perché qualcosa attirò la sua attenzione o forse per le voci che aveva sentito, o forse perché così doveva accadere, si domandò, per la prima volta, dopo decenni di richieste, di desideri e bisogni esauditi, chi guidasse quella macchina. Chi diavolo fosse il conducente di quel veicolo che esaudiva ogni più piccola necessità di ogni abitante di quel paese. Che origine avesse quella macchina da sempre conosciuta. Ma prima che Giuseppina potesse darsi qualche risposta, si aprì lo sportello del baule e la donna potè prendere il presente da consegnare a Giulio. Mezz’ora dopo Giuseppina appoggiò un bacio sulla fronte a sua figlia e la consegnò al vicino di casa perché la accompagnasse al parco. Cinzia non era più in sé nella pelle, voleva vedere Giulio!

(continua)

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L’ispirazione

Adesso si vede. La luna si vede. La nebbia che copriva ogni cosa, che amorbava ogni luogo, che ne soffocava la visuale si è diradata. Adesso si vede, la luna. È alta nel cielo, è grande, luminosa, candida, viva. È un astro pulsante, che comunica, sussurra al cuore non alle orecchie, la puoi sentire con l’anima non con i sensi. È un astro eterno perché eterno è il suo parlare. Perché le sue parole sono fatte d’aria e sono leggere come l’estate, sono fresche come l’acqua e sono limpide come gli occhi.

Non si può vivere senza quel vociare, senza quel sollettico. No. Perché senza la luna l’esistenza è spenta, è piatta, è nuda. Perché senza di essa non è vita, non è morte, non è speranza. Perché l’aridità può essere spazzata via solo con la sua luce, con la sua luminosità candida. Perché così è da sempre e così sarà. Perché i mari in cui si immerge la accolgono senza timore, perché i cieli che la ospitano piangono per essa, perché la notte che la accompagna vive per lei. Così come l’uomo. L’uomo che non vive per se stesso ma per ciò che la luna gli concede, gli dona, gli suggerisce. L’uomo che non sopravvive quando è notte, quando è buio e quando le tenebre la ricoprono. Perché la luce della luna è più importante di quella del sole. Perché il sole riscalda l’esterno e la luna l’interno, ma è quello della luna il calore necessario. Perché si muore quando si è gelidi dentro, si muore dentro ma si muore anche fuori. È solo questione di tempo.
Ma la nebbia si è diradata e la luna è nel cielo. È alta, è vera. È la luna.

 

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La macchina (quarta parte)

«Ma tu hai già chiesto, non è vero Carla?» domandò il sindaco. Tutti si voltarono verso la madre di Margherita. Lei non rispose subito e abbracciò suo figlio Giulio. Annuì. Con un gesto impercettibile, ma annuì. La signora Maxìa si alzò dal divano, diede una carezza al bambino, appoggiò uno sguardo dolce al marito e si rivolse alla signora Murru.
«Voi mi conoscete bene, Assunta, io non sono una persona cattiva. Perché mia figlia ha deciso di salire sulla macchina e di sparire? Voi che l’avete vista, com’era? Com’era in volto? Era triste? Angosciata? Era felice?» le si spense la voce in gola. Poi riprese e si rivolse al sindaco: «Perché la macchina non è venuta a riportare mia figlia come le ho chiesto? Io…io non ricordo che sia mai capitato una cosa del genere, che la macchina non abbia realizzato un solo desiderio di ogni singolo abitante di questo paese!». Il primo cittadino, Tarcisio Cossu, era fermo immobile impalato. Nemmeno lui sapeva per quale motivo la macchina avesse deciso di non farsi vedere, cosa pretendeva Carla Maxìa, che lui avesse tutte le risposte? Ne sapeva quanto lei. Non aveva mai dovuto fare cose particolari in quel benedetto paese perché c’era la macchina: pensava a tutto lei, che diammine! Ma di una cosa era sicuro: c’era qualcuno in paese che poteva rispondere. Lui certamente avrebbe sciolto quell’intricata matassa.
«Peppino Casu sicuramente saprà dirci qualcosa!» tuonò il sindaco «Lui ha quasi centodieci anni ed è la persona più vecchia in paese, pensate che si dice che abbia addirittura vissuto precedentemente all’arrivo della macchina!».
«Allora andiamo», disse Assunta, agitando le mani «cosa stiamo aspettando?».

Il gruppo si mosse come una massa unica e, senza nemmeno pensarci due volte, uscirono sotto il sole rovente. Era quasi mezzogiorno, ed era un mezzogiorno di metà agosto, quando i raggi del sole cadono a picco e sembra quasi che prenda fuoco la testa da quanto bruciano. Assunta Murru non perse tempo e si mise il fazzoletto in testa, Egidio Murru, suo marito, la seguì a ruota e indossò il berretto, Carla prese suo figlio Giulio e gli mise una mano sulla testa perché non prendesse troppo sole, il sindaco era a fianco alla signora Maxìa, mentre Franco Solinas e i due poliziotti seguivano dietro. La casa di Peppino Casu non era lontana. Era una casa vecchia, bassa e fatta di mattoni di fango, mattoni di quelli poveri, fatti così, alla buona. Si fece avanti il sindaco e bussò alla porta in legno. Vittoria Casu, figlia di Peppino, vecchia anche lei, aprì la porta, e quando vide tutta quella gente si prese paura e fece un’esclamazione in dialetto così stretto che nemmeno Assunta riuscì a capire.
«Peppino, stiamo cercando!» disse, quasi urlandole in faccia il sindaco. «È in casa?»
«Eh che cosa è successo, Dio mio! Certo che è in casa! Entrate!». La donna fece strada attraverso un cortile interno, poi attraversò una vetrata fin dentro una stanza a sinistra di un andito. Peppino era seduto sul letto, con la schiena appoggiata alla spalliera, con il telecomando in mano e con il televisore acceso a tutto volume.
«Ci sono delle persone per te!» urlò Vittoria, sempre in dialetto. Peppino cercò, non senza una tenera goffaggine, di abbassare il volume del televisore. Lo aiutò Vittoria, che di quelle cose se ne intendeva!
«Siamo venuti per parlare della macchina», annunciò il sindaco. «È sparita Margherita, ve la ricordate?» Peppino fece un’espressione stralunata. «La figlia di Carla Maxìa» continuò il sindaco, indicandogliela con la mano, «figlia di Efisio Maxia, detto zurrundeddu». Peppino guardò con sguardo interrogatorio la figlia.
«Papà, abitano dall’altra parte della strada, quella che guarda verso il mare, Zurrundeddu era sposato con Maria Melis, la sarta!».
«Ah!..eh, mi ricordo! E cosa ha fatto la macchina?» domandò Peppino, rivolgendosi al sindaco e a Carla.
«Non lo sappiamo», intervenne Carla. «Questa notte Assunta ha visto Margherita che entrava dentro la macchina e questa mattina, quando mi sono svegliata, Margherita non era nel suo letto. Non era tornata, Ztiu Peppino! Ho chiesto alla macchina che me la restituisse ma non si è fatta vedere. Mai successa una cosa del genere, che la macchina non arrivasse subito! Voi che siete così anziano e che l’avete conosciuta più di tutti…è mai accaduto che la macchina non esaudisse qualche bisogno?».
Peppino guardò in un punto verso il basso e fece di no con la testa.
«No, mai successo. La macchina ha sempre assecondato ogni richiesta che le venisse fatta! Io mi ricordo ancora quando divenne macchina. Ah!, se mi ricordo! Sono passati quasi cento anni, avevo dieci anni, e da carrozza a motore passò ad automobile vera e propria..era poi una macchina anche la carrozza, sia chiaro, solo che aveva la forma di una carrozza, e noi la chiamavamo carrozza a motore…» Peppino sospirò. «Be’, non è possibile che la macchina non ti abbia ascoltato! Proprio no!» sentenziò rivolgendosi a Carla.

La signora Maxìa per poco non svenne davanti a tutti; se non fosse stato per suo marito sarebbe di certo crollata come una pera cotta. Franco sorresse sua moglie e la fece sedere su una sedia, poi domandò gentilmente a Vittoria un bicchiere d’acqua. Assunta, intanto, si era voltata verso suo marito, a bisbigliare qualcosa sottovoce, mentre il sindaco, con la fronte corrugata, si era messo a colloquiare con i due poliziotti. Erano punto e accapo!

(continua)

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Il sentiero

Un sentiero, curvo,
accompagnato da teneri gambi,
va avanti ma è storto,
qualche filo sottile si intrufola
poi finisce e resta lì.

Non ha senso un viottolo così,
non ha un perché
e, se esiste, vivacchia.

Il sole gli fa da compagno,
l’unico che lo calpesti,
senza ombra avanza
e senza confini si spegne

Sembra che sorrida,
quella mezza via.
Già lo vedo
mentre archeggia la bocca,
è un tiepido gesto
ma poi si inarca verso il basso
e finisce.

È il sentiero dell’uomo,
senza un senso,
senza un perché.
Come l’esistenza,
come la vita.

 

 

 

 

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La macchina (terza parte)

«L’ho vista» disse, sotto gli occhi sgranati della madre di Margherita. «È salita sulla macchina ed è andata via, vero?» domandò a suo marito, voltandosi verso di lui e chiedendo conferma.
«Senza dubbio!» annuì lui, immediatamente.
Il poliziotto rimase a bocca aperta poi, nello stesso istante, fissò con sguardo accigliato la madre della ragazza e i due coniugi. La macchina. Non osarono dire quella parola per paura. Ma come? Perché? Carla smise di tremare.
«Assunta perché non l’avete fermata? Non siete venuta a chiamarmi? Non le avete chiesto dove stesse andando?»
«Ma…Carla», balbettò lei, per niente sorpresa di quella domanda «È salita sulla macchina!» poi si avvicinò e le appoggiò una mano sull’avambraccio.
«È tutto a posto, mia cara, se l’ha presa lei è sufficiente che tu le chieda che ti venga restituita» e sorrise. I poliziotti annuirono a quella frase.
Ma quelle parole furono davvero troppo per Carla, e il suo volto si incupì definitivamente. La signora Maxìa ricominciò a tremare, ma così tanto che dovettero accompagnarla a braccetto e aiutarla a sedersi sul divano. Franco si avvicinò in fretta e domandò cosa fosse successo a sua moglie e, venuto a sapere della macchina, si sedette a fianco a lei.

Un silenzio carico di consapevolezza scese sui presenti. Se la macchina non era in grado di restituire la ragazza, chi mai avrebbe potuto farlo? Perché così era. Carla Maxìa, alzatasi all’alba e scoperto che sua figlia non era nel suo letto, aveva cercato un po’ in giro per casa e fuori in giardino, aveva chiamato il nome della figlia a squarcia gola, ma lei non aveva risposto. Allora aveva svegliato suo marito, alla svelta, e insieme avevano continuato a cercare. Ma di Margherita nemmeno l’ombra. Carla, allora, presa dal panico, aveva fatto quello che faceva sempre, che tutti facevano sempre: aveva chiesto alla macchina. Le aveva domandato il favore che le riportasse sua figlia, ma la macchina non si era presentata. Provò suo marito, ma niente. Cosa potevano fare? A chi potevano rivolgersi se la macchina non si era presentata? A Carla venne in mente di chiamare la polizia, ma qual era il numero di telefono? Non aveva mai chiamato la polizia e non era nemmeno sicura che ci fosse la polizia in paese. Chi mai avrebbe bisogno della polizia? Si affidò a suo marito che telefonò urgentemente.

Sì, era un silenzio gravato di domande quello che opprimeva il gruppo. Domande che nessuno avrebbe voluto farsi ma che spingevano e bussavano alla porta; un bussare sempre più pressante. E quel battere diventò concreto e Carla fece cenno al bambino, che intanto si era avvicinato, messo in braccio e raggomitolato tra le sue braccia calde, di andare a controllare chi bussasse alla porta. Il sindaco entrò.
«Non so cosa dire, sono stato appena informato, ma sono certo che tutto si risolverà! D’altronde così è sempre stato e così sarà. Non c’è motivo che vi preoccupiate: non si è sempre domandato e non si è sempre ottenuto?» chiese, guardando i presenti. Ma tutti, compresi i due poliziotti, annuirono con poca convinzione. Le dinamiche della scomparsa, il silenzio della macchina e la mancanza di altre notizie importanti gettarono il gruppo nello sconforto.

Uno dei due poliziotti, quello più giovane, corse ad affacciarsi alla finestra e tutti lo seguirono a ruota. La macchina si era avvicinata ad una casa, come faceva sempre, ad ogni ora, ad ogni minuto. Dopo qualche istante, da quella stessa casa, uscì la signora Desogus. La donna aveva i capelli con i bigodini – li metteva sempre la mattina – e si asciugava le mani con un canovaccio. Con passo spedito avanzava verso la macchina poi andò dietro il veicolo, si fermò, aprì lo sportello del bagagliaio ed estrasse ciò di cui aveva bisogno. La donna era visibilmente felice. La macchina, come sempre, mise in moto e ripartì.
«Dio santo!» esclamò il giovane Matteo Murgia, poliziotto da pochi anni, madido di sudore: «È la macchina! La vediamo tutti i giorni, è con noi da sempre…non può aver fatto niente di male!». Nessuno aggiunse altro.

(continua)

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