Archivio mensile:giugno 2012

La macchina – prologo

Tredici anni sono importanti, davvero. Segnano una crisi, un passaggio. I tredici anni sono luminosi, potenti e potenziali; di vita. Margherita era al settimo cielo e non pensava che a quello. Alla scuola media appena finita e a quella che stava per iniziare. Una scuola scelta da lei. Osteggiata, ma poi accolta e rispettata. Margherita era felice perché avrebbe festeggiato il suo compleanno come ogni anno; con le sue amiche, con la sua famiglia, con il sole caldo, con la salsedine addosso tutta la giornata. La felicità era dovuta, così come è dovuta ad ogni ragazza della sua età. La felicità era accettata e non invidiata, da nessuno. Ma qualcuno aveva deciso che questa felicità doveva finire. Tarcisio aveva ragione, aveva visto lontano e con lungimiranza aveva capito. Solo in un particolare si era sbagliato: chi aveva domandato non l’aveva fatto per cattiveria o ignominia, né per invidia o sadismo. No, chi aveva chiesto, l’aveva fatto per innocenza perché innocente era colui che aveva domandato. Perché il potere della macchina, sempre conosciuto, sempre accolto, era diventato un chiodo fisso, una tenera, innocente ossessione. Un pensiero continuo che apparteneva a Giulio Solinas, che adorava sua sorella, che esisteva per lui. Ma le cose che non vengono spiegate come si deve rischiano di aprire varchi nella mente che, ai più, rimangono sconosciuti. Si depositano in mezzo a spazi angusti anche per i più scrupolosi. Diventano oggetto di facili interpretazioni anche da parte dei più avvezzi. La verità non spiegata adeguatamente può essere interpretata soggettivamente e da essa si possono estrapolare altrettante verità ancora meno chiare o di bassa interpretazione. Un dubbio o un’incomprensione, se non sciolto adeguatamente, può divenire fonte di ancora maggiori equivoci. “La macchina è una cosa per grandi”, aveva sempre detto Carla ai suoi figli, “mai domandare, mai chiedere fino a quando non si è diventati adulti, fin quando non si è maturi, consapevoli, capaci”. Carla ripeteva queste cose ogni santo giorno. Ma per quanto l’assunto di Carla profumasse di saggezza e andasse ascoltato, esso non corrispondeva a verità. La macchina apparteneva a tutti, e non faceva distinzioni. Non esisteva discernimento sull’origine della richiesta, e se questa arrivava ed era chiara, essa veniva accolta.

Giulio Solinas, la vigilia del compleanno di Margherita, decide di domandare e di dare, chissà, forse una lezione innocente a sua sorella, perché stava dedicando troppo tempo al suo compleanno e sempre meno tempo a lui. Perché le aveva chiesto di giocare, ma lei aveva detto che doveva ancora scegliere che costume mettersi il giorno dopo. Perché le aveva chiesto se potevano fare una passeggiata al parco ma lei doveva ancora finire di chiacchierare con la sua migliore amica. Cose di ogni giorno, cose da ragazzi, cose innocenti, che col tempo si consumano e diventano futili.

Portala via, aveva detto Giulio alla macchina, portala via, sai che scherzo, tanto ritornerà. Il tempo di domandare e sarebbe tornata. Portala via, aveva detto Giulio Solinas la notte prima del compleanno, affacciato alla sua finestra, sotto gli occhi di Assunta e suo marito. Portala via, e quando chiederemo ritornerà, si era convinto. Ma convinzione non significa verità. Portala via, aveva detto. E la macchina aveva obbedito.

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La macchina (ottava parte)

Solo il pensiero lo fece stare male. Tarcisio era una persona calma, pacata e, il più delle volte, riusciva a non lasciarsi prendere dallo sconforto. Anche nelle occasioni più spinose era in grado di risolvere la questione senza sollevare polveroni, sterili polemiche o discussioni nocive. Pazienza era la sua parola d’ordine. Sangue freddo, il suo baluardo. Non che in paese ci fosse bisogno di soluzioni estreme o di artifici particolari, tutto era sempre facilmente rimediabile, anche perché c’era la macchina e il resto era di poco conto. Ma quel pensiero estemporaneo, che qualcuno potesse avere domandato volontariamente alla macchina di portarsi via Margherita, lo lasciò pietrificato. E qualcuno doveva aver notato la sua improvvisa fermata in mezzo alla strada perché dal gruppetto di donne fermo al parco si alzarono commenti udibili anche fin dove era arrivato il sindaco. Tarcisio accennò solo un movimento di capo verso le donne per capire cosa stessero dicendo, per captare informazioni utili. Un cenno del capo sterile perché le donne ritornarono a parlare di ciò che tanto appassionava le loro esistenze, delle loro faccende e dei grandi problemi che le angustiava.
Il primo cittadino camminò fino alla casa della famiglia Solinas. Qualcuno serbava talmente rancore da chiedere, domandare alla macchina di portarsi via una ragazza di tredici anni? Margherita Solinas era una giovane come tante, che faceva quello che faceva ogni coetanea del paese, forse del mondo intero. Tarcisio strinse i pugni e bussò alla porta.

Carla, intenta a sfornare una teglia di ciambelline per la festa di San Salvatore, con gli occhi puntati al forno ma la mente altrove, non si accorse che qualcuno bussava alla porta. Con entrambe le mani avvolte da un canovaccio estrasse dal forno la teglia rovente e la appoggiò sul poggia pentole che era nel tavolo. L’odore della cannella invase la cucina. Rientrato da pochi minuti dal parco e attratto dal profumo, Giulio Solinas si avvicinò al tavolo sotto minaccia di non toccare niente. L’unico figlio rimasto di Carla e Franco si sedette sulla sedia e attese che sua madre gli facesse la grazia di allungargli un fondo di ciambella venuto male o troppo cotto. In alternativa avrebbe dovuto attendere la cottura della parte superiore delle stesse, l’inserimento – in ciascuno dei fondi – della marmellata di ciliegie, la chiusura delle due parti e la spolverata di zucchero a velo. Un procedimento troppo lungo perché la sua voglia di dolci potesse aspettare. Finalmente sua madre prese un fondo incrinato e invitò Giulio ad assaggiarlo. Fu in quel momento che Carla si accorse che qualcuno bussava alla porta e mandò suo figlio ad aprire. La visita del sindaco non la stupì più di tanto ma, allo stesso tempo, non le prospettò nulla di buono. Con un cenno degli occhi Carla spedì suo figlio in camera e invitò il sindaco a sedersi, scusandosi di non potergli offrire ciò che aveva appena sfornato; ma non era ancora pronto.

Tarcisio Cossu si sedette dov’era seduto Giulio ma non disse nulla. Si tolse gli occhiali, che si erano appannati, e li asciugò con un fazzoletto che portava dentro la tasca dei pantaloni. Nemmeno Carla aprì bocca, non ce n’era bisogno, aveva già capito che il sindaco non aveva niente di buono da dirle, non c’era bisogno che dicesse nulla, che aggiungesse altro. Era passato un solo giorno da quando Margherita era scomparsa ma lei si era già messa il cuore in pace: non l’avrebbe più rivista. Si era messa a sfornare dolci perché Giulio potesse pensarci il meno possibile, perché, almeno lui, potesse continuare a vivere normalmente. Suo marito era tornato al lavoro e lei era rimasta sola tutta la mattina. Nessuno era venuto a sentire come stesse o se avesse bisogno di qualcosa. Le venivano recapitati solo molti doni, facilmente recuperabili dalla macchina. Era questa la loro vita: farsi servire dalla macchina. Non esisteva possibilità altra, da quella che poteva offrire la macchina. Non c’era, e i paesani ne erano consapevoli. Ma non era importante perché non c’era cosa che la macchina non potesse fare, anche dare conforto. Tutto tranne restituirle sua figlia, a quanto poteva vedere!

«Tutto tranne restituirmi mia figlia!» disse la donna a voce alta, guardando il sindaco. Tarcisio si rimise gli occhiali.

«Non lo so, Carla, c’è qualcosa che mi sfugge e allo stesso tempo che preme dentro. Un dubbio che si fa strada e che mi fa riflettere». Carla diede le spalle al sindaco e si mise a preparare il caffè. Il rumore del getto d’acqua sulla caffettiera divenne talmente assordante che Tarcisio decise di tacere. Il sindaco sapeva bene che cosa stava pensando la donna, e quale fosse il suo stato d’animo. Sapeva che qualunque parola lui avesse aggiunto sarebbe stata inutile, superflua, amara. Nessuna delle sue ipotesi avrebbe riportato Margherita a sua madre. Anche se qualcuno avesse chiesto esplicitamente alla macchina di portarsi via la ragazza, loro cosa avrebbero potuto fare per cambiare le cose? Niente. Questo avvenimento avrebbe cambiato le loro vite, le vite di tutti i cittadini del paese e la visione stessa della macchina, o forse no? Forse sarebbe stata solo un’opportunità mancata e tutto sarebbe andato avanti come prima. D’altronde, questo era quello che stava già accadendo. Tarcisio non smise di pensare e osò anche domandarsi per quale motivo qualcuno avesse chiesto una cosa del genere, e se si fosse diffusa la notizia, altri avrebbero fatto lo stesso? Avrebbero usato così ignobilmente il potere della richiesta?

Il rumore dell’acqua era davvero assordante e il silenzio che ne seguì nel momento stesso che Carla chiuse il rubinetto fu anche peggio. La donna mise un numero indefinito di cucchiaini di caffè nella moka, la chiuse per bene e la mise sul fuoco. Prese due tazzine dalla credenza e le appoggiò sul tavolo. La sua faccia, nonostante la carnagione scura, era bianca, e i suoi occhi, neri e vuoti, sbucavano fuori come due fanali. Tarcisio non resistette a quello sguardo e abbassò il suo. E la sua mente non potè che tornare a quella realtà: qualcuno aveva chiesto alla macchina di portarsi via Margherita.

(fine?)

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Vulcani

Sapete come avviene un’eruzione? Cosa la precede e qual è lo stato d’animo di chi vive attorno a un vulcano? La terra trema, prima di un’imminente eruzione. Trema, che sembra stia per scoppiare. Sotto bolle, bolle di rabbia e di lava incandescente. È una sensazione strana e di malessere generale. L’attenzione si concentra su quel cono e si spera che la faccia finita, che liberi definitivamente quella energia che tanto ci smuove le budella. Sotto, più in profondità, c’è il malessere che procura questo stato di incertezza e di precarietà. E lo stato d’animo di chi vive ai margini di questo confine è identico allo stato stesso.

Ora, immaginatevi di avere un vulcano sulla schiena. Ecco.

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La macchina (settima parte)

Indagine era la parola chiave. Doveva fare quello che non era in grado di fare la polizia. Indagine: la questione, il cardine. Occuparsi del suoi concittadini era suo dovere. Tarcisio Cossu uscì.

Le strade erano calde, deserte, come ogni mezzogiorno di agosto. Il sudore colava, dalla fronte, dalle tempie, si infilava tra la barba rada ed entrava in bocca, con quel suo gusto salato. Tarcisio osservava le poche persone che incontrava. La gente lo guardava, in attesa, forse di risposte, le stesse che aspettava lui, che cercava spasmodicamente per le strade del suo paese. La macchina si fermava ovunque, di fronte alle case, negli incroci, nelle viuzze, accanto alla piazza, sotto il campanile della chiesa. Era una presenza rassicurante, familiare. Tutti chiedevano qualcosa, tutti ottenevano. Il sudore era salato, così come la memoria della prima richiesta, della sua prima volta. Salato era il sapore del mare che lo costrinse a chiedere aiuto alla macchina. Salata era stata l’occasione. Tarcisio tornò in sé assaporando il sudore che gli colava sino alla bocca. Nessuno sembrava occuparsi di ciò che era successo a Carla, chiunque lo incrociasse sorrideva e accennava saluti preziosi ma di circostanza. Le strade erano roventi, e lasciavano senza fiato perché il torpore che emanavano sconvolgeva e scioglieva ogni barlume di lucidità. Tarcisio aveva la testa che gli scoppiava, per il caldo ma anche perché non trovava soluzione. Via d’uscita. Salvezza.

Il vociare di un piccolo ma rumoroso gruppo di bambini attirò la sua attenzione e lui rifletté che forse il caldo era troppo anche per loro, e che non fosse consigliabile giocare ancora per strada, a quell’ora, sotto il sole cocente. Le madri erano là, all’ombra, intente a chiacchierare del più e del meno, probabilmente di Carla, di ciò che poteva aver combinato per costringere la macchina a non restituirle la figlia. Tarcisio, se avesse potuto, avrebbe certamente redarguito quelle donne e avrebbe puntato il dito costringendole a guardarsi dentro. A chiedersi chi di loro fosse così a posto da pensare male, ma non lo fece. Non si intromise, non fosse altro perché avrebbe dovuto parlare e spiegare, rispondere e risolvere quesiti che certamente le donne gli avrebbero spiattellato davanti. Tarcisio sorrise alle casalinghe ferme con lo sguardo puntato su di lui e passò oltre. Non era possibile che la macchina negasse una qualsiasi richiesta, non era possibile, aveva detto Peppino Casu. Il sindaco si bloccò: a meno che…

(continua)