Archivio mensile:luglio 2012

Il bianco e la sete (seconda parte)

L’oliveto sembrava il bosco incantato: candido, confuso, morbido, con le fronde degli ulivi completamente ricoperte di neve e solo il rumore del vento che spingeva giù i fiocchi. Le voci dei nuovi arrivati si confondevano con le folate di vento e venivano assorbite subito dal bianco, e tutto acquistava un respiro soffocato. Non si poteva camminare se non ci si addentrava con cautela. Mezzo metro. Tanta, ne era scesa. Efisietto era euforico. Ai signori Congiu non vennero in mente altri posti in cui andare per sprofondare nel bianco. Nessuno che fosse tanto vicino come l’oliveto di Via Dettori, nella prima periferia del paese. Nessuno. Forse San Gemiliano, la chiesa campestre, ma no: troppo lontana, troppo pericoloso muoversi con la macchina, meglio stare vicini e incamminarsi a piedi. L’oliveto era perfetto.

Le palle di neve saettavano da una parte all’altra, senza tregua. Efisietto colpiva suo fratello che rispondeva a dovere. Si erano uniti alla famiglia anche i cugini Elena e Matteo Angioni con i relativi genitori. “Dobbiamo fare tutte le cose che si fanno con la neve e che si vedono in televisione, nei film e nei cartoni animati”, si erano detti. Erano tante, forse non sarebbero riusciti a farle tutte. Ma iniziare con una guerra fatta di lanci e di palle schivate era una buona idea. Giuseppe Angioni, detto José, padre di Elena e Matteo, immortalava ogni istante con la sua Polaroid nuova e stava attento a scansare i lanci fuori controllo. La meraviglia e la contentezza sembravano esageratamente grandi perché potessero essere contenute nel cuore di Efisietto. La neve, che spettacolo! Che regalo! Che tutto! In un paese in cui pioveva poco e non faceva davvero freddo, la neve era un miracolo. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe arrivata; insieme alla sete! Efisietto prese la neve e la mise in bocca per placare l’arsura che era tornata a tormentarlo.
«Cosa fai?» domandò suo fratello. «Mangi la neve?»
«Ho troppa sete» rispose lui «Troppa!».
«Mamma, Efisio mangia la neve!» riferì subito Diego Congiu a sua madre.
«Perché?» rispose lei «La sete? Ancora?». Diego annuì. La sete.
«Non sarà malato?» insinuò Caterina a voce alta, in piedi, a fianco a sua sorella Speranza. «Mamma è solo sete» ci tenne a precisare Efisietto. «Sarà la neve!».
«Che la neve faccia venire sete mi giunge nuova» replicò subito sua madre. «Tu hai qualcosa!». Diego rimase a bocca aperta, e subito lo colpì una palla di neve.

(continua)

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Un paio di infradito

Un paio di infradito ed è fatta.

Cosa accade se a tua madre le si rompono gli infradito? Succede che spetta a te ricomprarli, e lo fai in un posto speciale. Ecco, entri dentro il negozio di mobilia giapponese, quello di sempre, ci resti pochi minuti, il tempo di indicarli e di pagarli, e sei di nuovo lì, dov’eri tanti anni fa. Succede che ti ritrovi. È facile ritrovarsi dove ci si è persi. È facile ricordarsi quanto in passato anelassi varcare i confini di una terra lontana a cui ti senti di appartenere, da sempre. Il Giappone. Ma come? È possibile sentirsi parte di un mondo così diverso, così distante, con una cultura millenaria e profonda? Non è possibile, o sì? Ma poi ti è chiaro, così come lo era già in passato. Perché sei consapevole che l’appartenenza non è solo fisica e materiale, è spirituale – che non è qualcosa di divino, ma di più intimo e di umano. Ti senti vicino a quelle persone che vedono il mondo come lo vedi tu: con quelle pause, con quegli attimi, con quelle sfumature, con quel silenzio. Ti senti amante di un modo di scrivere che sembra dipinto; perché in quella terra gli scrittori e i pittori creano allo stesso modo. Hai cercato tante volte di catturare quei momenti, e lo hai fatto come potevi, con la tua inesperienza, con il tuo tratto impreciso ma sincero. Hai cercato quel particolare, quel suono, quel rumore, quel respiro, quello sguardo, ma non l’hai mai trovato.
Ora rammenti perché smaniavi per quella terra con il sole incandescente. Ricordi perché volevi percorrere le sue strade, scalare le sue montagne, passeggiare per le vie delle sue città, conoscere i suoi abitanti e respirare le tradizioni di cui sono custodi. Ricordi i pomeriggi trascorsi immaginando che la vita fosse come quella dei personaggi in cui amavi perderti. Di come sognavi di approdare in quei luoghi, in quelle avventure. Di come speravi di poter indossare quella divisa, di passeggiare sotto i mandorli in fiore, di saltellare sulle pietre di un fiumiciattolo che attraversa il cortile di una villa, di camminare tra un
Matsuri e l’altro indossando un kimono, e infine di sostare su una panchina con il suono delle cicale in sottofondo.

Sono sufficienti un paio di infradito perché il mondo si riapra, e rinasca quel desiderio che credevi di aver perso. Quella terra è là, ferita ma sempre pronta ad accogliere. E tu sai che un giorno poggerai i piedi nella terra di Genji e guarderai il monte Fuji con i suoi occhi. Lo farai, ne sei certo.

 

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Il bianco e la sete

Con il bianco e con una sete bestiale. Così inizia, per Efisietto Congiu, una mattina di gennaio del 1985. Affacciato alla finestra, con il vetro appannato, immobile e senza respiro. Con il bianco negli occhi. Con la meraviglia dentro. Efisietto non riconosceva più le case che aveva davanti e che vedeva tutti i giorni. Ogni cosa aveva perso la fisionomia di sempre. Le strade, la chiesa di Sant’Antonio, la passerella che univa le due sponde del Rio, la piazza, la gelateria il negozio di alimentari vari di tzia Rina: tutto era irriconoscibile, sommerso da uno strato candido. La neve. Per la prima volta nella sua vita, la vedeva. Sì, Efisietto aveva gli occhi sgranati, ma così tanto, che le orbite sembravano voler scappare via. Ma doveva bere perché era stata proprio quella maledetta sete a svegliarlo alle sette e mezzo della mattina. Aveva sognato di bersi un lago intero e dopo aver prosciugato ogni singola goccia, la sua sete non era diminuita, non era calata. E nel sogno aveva iniziato a vagare attraverso un deserto, con la bocca impastata, la gola secca, senza mai trovare sollievo all’arsura che gli consumava l’animo e che non gli dava tregua. Era una sete profonda, più della vita, più della morte. E si era svegliato.

Efisietto scese di corsa al piano di sotto, dove dormivano i suoi genitori e chiamò sua madre sottovoce, e ci mise un po’ per svegliarla: «Mamma, ho sete!». Caterina Ruiu, sposata con Carlo Congiu, finalmente si alzò e lo accompagnò in cucina. Prese un bicchiere dalla credenza, lo riempì dal rubinetto e lo porse a Efisietto che lo bevve come fosse l’ultimo goccia d’acqua esistente sulla terra. «Ancora!» incalzò. E giù.
«Mamma, fuori è tutto bianco!» annunciò poi, con il bicchiere ancora in mano. Sua madre e il bambino si spostarono in salotto; la donna alzò l’avvolgibile e aprì la porta del balcone. La neve entrò. Un sorriso apparve sul suo viso. La neve, pronunciò quasi impercettibilmente. Poi rise tra sé e sé. «Dillo a tuo padre!».
Efisietto corse urlando che c’era la neve, che doveva andare a vedere, che era bellissima. «Usciamo?» domandò a suo padre che intanto si era svegliato, appoggiato alla spalliera del letto e messo a risolvere rebus.
«Sono appena le otto», rispose l’uomo «la scuola resterà chiusa, sveglia tuo fratello».
«Usciamo!» urlò ancora Efisietto, ma la sete lo raggiunse nuovamente.

(continua)

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Cicale

Un suono, un odore, un colore, uno sguardo, un’intenzione, o la percezione del presente, vivo e pulsante, rimanda a un ricordo lontano, concluso. Si accende un sorriso; si allontana un pensiero.

Piacevole, calda, la reminiscenza sfiora la nostalgia e la trasforma in una fievole mestizia.

Le cicale rinviano al vento messaggi da consegnare, dilatano la vertigine che rimembra trascorsi disinvolti, costruiscono un ponte su cui impegnare un cammino e sul quale voltarsi indietro.

Cantanti e autrici, ignare della loro forza, seguono le trame del tempo. Tessono preziosi filamenti che cuciono su misura per chiunque abbia un frammento da portare a galla. Per chiunque abbia un ricordo legato.

Un suono riconduce a una vita trascorsa, calda, giovane.

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