Il bianco e la sete

Con il bianco e con una sete bestiale. Così inizia, per Efisietto Congiu, una mattina di gennaio del 1985. Affacciato alla finestra, con il vetro appannato, immobile e senza respiro. Con il bianco negli occhi. Con la meraviglia dentro. Efisietto non riconosceva più le case che aveva davanti e che vedeva tutti i giorni. Ogni cosa aveva perso la fisionomia di sempre. Le strade, la chiesa di Sant’Antonio, la passerella che univa le due sponde del Rio, la piazza, la gelateria il negozio di alimentari vari di tzia Rina: tutto era irriconoscibile, sommerso da uno strato candido. La neve. Per la prima volta nella sua vita, la vedeva. Sì, Efisietto aveva gli occhi sgranati, ma così tanto, che le orbite sembravano voler scappare via. Ma doveva bere perché era stata proprio quella maledetta sete a svegliarlo alle sette e mezzo della mattina. Aveva sognato di bersi un lago intero e dopo aver prosciugato ogni singola goccia, la sua sete non era diminuita, non era calata. E nel sogno aveva iniziato a vagare attraverso un deserto, con la bocca impastata, la gola secca, senza mai trovare sollievo all’arsura che gli consumava l’animo e che non gli dava tregua. Era una sete profonda, più della vita, più della morte. E si era svegliato.

Efisietto scese di corsa al piano di sotto, dove dormivano i suoi genitori e chiamò sua madre sottovoce, e ci mise un po’ per svegliarla: «Mamma, ho sete!». Caterina Ruiu, sposata con Carlo Congiu, finalmente si alzò e lo accompagnò in cucina. Prese un bicchiere dalla credenza, lo riempì dal rubinetto e lo porse a Efisietto che lo bevve come fosse l’ultimo goccia d’acqua esistente sulla terra. «Ancora!» incalzò. E giù.
«Mamma, fuori è tutto bianco!» annunciò poi, con il bicchiere ancora in mano. Sua madre e il bambino si spostarono in salotto; la donna alzò l’avvolgibile e aprì la porta del balcone. La neve entrò. Un sorriso apparve sul suo viso. La neve, pronunciò quasi impercettibilmente. Poi rise tra sé e sé. «Dillo a tuo padre!».
Efisietto corse urlando che c’era la neve, che doveva andare a vedere, che era bellissima. «Usciamo?» domandò a suo padre che intanto si era svegliato, appoggiato alla spalliera del letto e messo a risolvere rebus.
«Sono appena le otto», rispose l’uomo «la scuola resterà chiusa, sveglia tuo fratello».
«Usciamo!» urlò ancora Efisietto, ma la sete lo raggiunse nuovamente.

(continua)

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