Archivio mensile:dicembre 2012

Anamnesys – Prologo

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Il mare era calmo come è calma l’ultima ora. Come la morte, che arriva e appiana la vita. Come il dolore nel momento della consapevolezza, dell’accettazione, della certezza. Il mare era calmo e la barca scivolava verso sud. Alejandro volse lo sguardo in là, più che poté. Socchiuse gli occhi, asciugò le lacrime che il freddo gli procurava e impugnò saldamente il timone, ancora una volta.  Lo tenne stretto come si tiene stretta la propria vita quando si è certi che la morte è vicina. Stretto come aveva tenuto stretto i soldi dell’anticipo. Certo, era conscio dell’assurdità delle circostanze, della levataccia alle quattro e dell’inutilità di quell’impresa, ma era altrettanto consapevole che la morte sarebbe stata peggiore di ciò che aveva davanti.
Spostò lo sguardo e lo fece indugiare sul ragazzo incontrato la sera prima. Gli aveva consegnato quel mazzo di pesos perché proprio lui, Alejandro Suarez, lo accompagnasse sulla punta più estrema della Terra del Fuoco: un’isola disabitata e deserta. Avrebbe potuto fare un sacco di cose con così tanti soldi, tante cose. Come riparare quel vecchio gommone su cui a stento forse sarebbero arrivati sull’isola, oppure fumarseli con ciò che di più buono c’era sul mercato, o comprarsi più cibo di quello che si immaginava. Sogni piccoli, adeguati. Non avrebbe potuto sognare altro. Non poteva permettersi nulla, nemmeno di sognare in grande.
Il marinaio lasciò che l’euforia lo abbandonasse per un momento e si concentrò su ciò che stava facendo. Virò di venti gradi e si assicurò che la traiettoria fosse quella giusta, quella sicura. Aveva rinunciato a fare domande e a pretendere risposte. Sarebbe stato addirittura lecito chiedere al giovane cosa avesse da fare a quell’ora su un’isola disabitata e ostile; chi non l’avrebbe fatto? Certo, sarebbe stato lecito, ma non consigliabile. Non lo fece.

Erano in viaggio da tre quarti d’ora. La piccola isola era ancora lontana. Estrasse dalla tasca un sigaro e volse nuovamente lo sguardo verso l’orizzonte. Il mare era nero come ogni futuro che si rispetti. Immobile. Impermeabile. Poteva rilassarsi. Diede qualche tiro, ma il tempo di chiudere gli occhi e di sentire il fumo in gola che un banco di nebbia comparve a sud-ovest. Di scatto, fece virare il gommone di sessanta gradi verso est. Come telecomandata, l’imbarcazione si spostò dove le era stato ordinato dal suo capitano. Il viaggio proseguì. Alejandro si strinse nella giacca.
L’uomo ripensò all’estate appena trascorsa e quel ricordo, seppur tiepido, tamponò per un istante il freddo del presente. Alitò sulla mano che teneva il timone e il suo respiro si fece denso e candido. Spostatosi un po’ di lato, gettò ancora una volta uno sguardo sul ragazzo seduto di fronte a lui. Osservava l’orizzonte.
«Non manca molto!» urlò il vecchio, quasi per cercare di comunicare con lui. Ma il ragazzo parve non sentire. Come se niente potesse turbarlo o distrarlo, continuava a guardare verso la linea che separa il cielo dal mare. Ma la brezza delicata che li aveva accompagnati fino a quel momento iniziò a rinforzarsi. Il gommone cominciò a ondeggiare. Il vecchio non parve preoccuparsi dell’improvviso cambiamento del tempo, si allacciò forte alla panca della barca e strinse con ancora più forza il timone. Aveva abbastanza carburante da andare e tornare dall’isola tre volte di seguito, pensò.

«Tieniti stretto alle corde» intimò. «Ci sarà da ballare!» e rise nervosamente.
I due navigarono ancora per circa un’ora, sballottati da un’onda all’altra, fino a quando non si materializzarono al largo una serie di puntini neri. Stavano arrivando. Mancavano solo poche miglia e si potevano intravedere perfettamente i contorni dell’isola. Il ragazzo si voltò verso il vecchio e comunicò con lui per la prima volta dal momento della partenza, e lo fece con brevità di parole, quasi pesate.
«Quando saremo arrivati, non c’è motivo che lei resti ad aspettarmi, torni tranquillamente alla Deceit»
«Ma…» ribatté Alejandro. Il ragazzo si voltò verso l’isola.
Alejandro non aggiunse altro, si diresse verso una parte di scogliera più bassa e apparentemente più sicura per poter permettere al ragazzo di saltarci sopra. Ma il mare era mosso e l’imbarcazione troppo leggera, barcollarono.
«Appena saremo abbastanza vicini, dovrai saltare sulle rocce» urlò Alejandro. «Dovrai fare alla svelta, o rischieremo di affondare!» Il giovane si alzò in piedi, si tenne stretto alla corda posta sul lato dell’imbarcazione e cercò di restare in equilibrio. Faticarono parecchio per avvicinarsi alla scogliera, gli schizzi gelati delle onde sferzavano il volto e il corpo di entrambi, ma quando finalmente il vecchio riuscì ad affiancare le rocce, il passeggero vi saltò sopra. Il gommone traballò pericolosamente. Alejandro tentò di virare a sinistra in modo da riportare la prua verso il largo. Quando fu certo di essere al sicuro, si girò per controllare che il ragazzo fosse a posto, ma quando si voltò verso la scogliera non vide più nessuno.

 Il giovane si alzò da terra e verificò di non essersi fatto male. Nell’appoggiare un piede sulla roccia aveva perso l’equilibrio e, nonostante avesse fatto affidamento a tutte le sue forze, era scivolato a peso morto su uno scoglio. Un po’ dolorante, ma senza perdere troppo tempo, si rimise in piedi e cominciò a muoversi. Le raffiche di vento gli schiaffeggiavano il viso e per cercare di attutirne l’impatto chinò leggermente il capo chiudendo bene la giacca. Doveva inoltrarsi nella parte più interna della piccola isola, non avrebbe impiegato che pochi minuti per raggiungerla.
Continuò ad avanzare senza fermarsi, chinato, facendo attenzione a dove mettere i piedi e cercando di mantenere un’andatura costante. Poteva sentire l’odore della salsedine invadergli le narici e il freddo penetrargli nelle ossa ma non gli importava: ciò che gli interessava era solo raggiungere la sua destinazione.
Lasciata la parte rocciosa, si incamminò verso la zona più interna dell’isola. Avanzò ancora per qualche minuto. Il terreno era ciottoloso e sabbioso e le calzature che portava – un paio di sandali logori – non erano certamente adatte a quel tipo di suolo.Arrivato di fronte a una macchia formata da arbusti e cespugli si fermò, si guardò attorno e osservò l’ambiente che lo circondava: c’era solo poca vegetazione e roccia, non un animale che si potesse vedere a occhio nudo. L’isola era completamente disabitata. Il giovane fece un ampio respiro e riprese a camminare verso l’interno, superò un primo anello di cespugli finché non sbucò davanti a un’ampia radura. Era arrivato, pensò. Aveva davanti a sé il luogo indicatogli dalla donna: qui avrebbe trovato la sua chiesa.

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