Archivi categoria: Memorie

La finta montagna

Non sempre è salutare passeggiare in un parco, spesso si incontrano persone sgradevoli e talora, queste persone, armeggiano per procurare dispiacere a chi ha la sfortuna di imbattervisi.
Lo fanno per loro puro piacere, o per trarne profitto a breve termine ma a durata altrettanto misera. Intascano ciò che possono e perdono il futuro. Si accompagnano ad altri per non restare soli, si accomunano ai più bassi individui perché l’abisso necessita di un sostegno per essere raggiunto. Sono persone grette, che credono in una superiorità apparente, e che resta tale solo se accompagnata. Sono nullatenenti nel senso più letterale che si possa pensare.

Tuttavia, per quanto possa sembrare assurdo, ci sono persone anche peggiori di queste, talmente misere da essere deprecabili. Questa gente estrae piccoli granelli da ciò che possiede e prova a costruire una montagna. Ma la sabbia non è sufficiente perché una montagna possa elevarsi alta e maestosa, dunque non resta altro che ingrandire ogni singolo granello. Ma per compiere una tale operazione non è pensabile agire sul granello stesso, perché questi miseri individui sanno bene che ciò è impraticabile. Costoro, però, sono scaltri e agiscono con facilità su loro stessi fino a convincersi del contrario. Lavorano sodo perché ciò avvenga, agiscono sul loro sguardo e sul loro pensiero, ingrandiscono la lente di ingrandimento, si avvicinano fino a tal punto da persuadersi della realtà di ciò che hanno davanti.

Eppure, credere che il proprio misero granello sia in realtà una montagna non è sufficiente perché questa resti tale per sempre, è necessario che le montagne vere vengano fatte crollare. È essenziale che ogni singolo monte venga smantellato accuratamente. Bisogna che il misero si armi di scalpello e colpisca le basi della montagna. Il misero sa è che sufficiente battere spesso e ripetutamente, sa che non può permettersi di fermarsi e che qualora accadesse, sarebbe la fine.

Ma non tutte le montagne sono facili da far crollare, alcune sono troppo solide, altre troppo alte, altre ancora lontane, sconosciute. Bisogna individuare quelle fragili, quelle che sono alte ma facilmente raggiungibili, quelle a potata di mano. Una volta determinate, si può partire con lo smantellamento: colpo dopo colpo, solco dopo solco, fino a quando ogni singolo buco non si fonde con l’altro e diventa una crepa tale che il versante della montagna comincia a vacillare.

La vittoria è prossima e il misero sorride perché la montagna che ha di fronte comincia a cedere, perché sa che basterà ancora poco prima che il crollo sia definitivo. E quando la montagna sarà crollata, sarà ridotta in macerie e la polvere si alzerà alta, è probabile che un granello di ciò che prima era maestoso si allontani, voli in alto e arrivi a posarsi sulla mano del misero, che finalmente potrà vantarsi di avere una montagna.

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In un paese…

 

Mai più in un paese, urlavo solo poco più di un anno fa. Solo in città, sentenziavo. Perché la città è anonima e poco importa che tu ci sia o no. Il paese ti conosce, ti segue, ti spia e tu non hai vita, non hai riservatezza, conosce i tuoi orari.
Mai gettare via con leggerezza pensieri e idee, è il caso di dirlo. Perché i desideri cambiano, le esigenze si modificano, la vita si evolve.
Forse perché sono stanco, più intollerante a ogni disturbo, a ogni rumore, o qualcosa è scattata dentro, eppure lascerei tutto e cambierei ancora casa. Più lontana, più isolata. Un paese, certo. Con poca gente, poco traffico, poco rumore, un clima più indulgente, più sano. Una vita meno veloce, più vicina a te stesso, più vera. Ho voglia di cambiare casa, ancora. Sì, finché non troverò quella giusta. La mia.

 

 

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Per l’acqua ci sarà tempo

Ticchettii sui tetti e sui vetri delle finestre,
chiari richiami a una se pur breve attenzione verso l’esterno.
Uno sguardo fugace e l’impressione viene confermata, all’istante.
Ticchettii non graditi, invero. 

Silenziosi e soffici sono attesi da giorni.
In arrivo da lontano.
Il silenzio che scende dall’alto è favorito,
perché per l’acqua ci sarà tempo.

E neve sia, dunque. Fredda, abbondante, bianca,
che di parole nere ce ne sono state anche troppe in questi giorni.

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Diario di una sera

Inverno 1994

Il breviario è dove sta sempre; sul comodino. E il segnalino indica esattamente il punto che deve segnare. Sono seduto sul letto, con le spalle appoggiate al cuscino che è appoggiato alla spalliera del letto. Le gambe sono distese. Sono rilassato, in attesa di iniziare la preghiera della sera, quella che si recita prima di spegnere la luce ma che io puntualmente recito senza obblighi.
Sono immobile, in ascolto del silenzio accompagnato solo dal rumore di cose vecchie che scricchiolano, dal passaggio dell’acqua calda nei tubi del riscaldamento, dalla vita notturna dei frati più anziani del convento. Movimenti lenti, i loro. Conosciuti e rassicuranti. Sono loro, mi dico.

Ammetto di essere una persona estremamente paurosa, che da poco ha vinto molte paure, una tra tante quella della notte e di ciò che contiene. Ho avuto paura fino a quando non ho deciso di smettere. Interrompere il controllo notturno dell’armadio non è stato facile, come non lo è stato quello di controllare sotto il letto. Diventava estenuante farlo ogni sera prima di dormire.
Ogni tanto capita che qualche frate bussi alla mia porta e si metta a parlare delle sue cose, o delle nostre. Parole sempre molto pesate, che non scendono mai in profondità. Che non si dilungano mai oltre confini ben precisi. Così, per passare il tempo e per aspettare un orario più consono per chiudere la giornata. Ci sono molti giovani che vivono in convento con me. Siamo arrivati tutti lo stesso giorno, per ragioni diverse, con storie personali ma con un futuro comune.

La mia stanza è isolata rispetto a quella degli altri, è esposta a sud mentre gli altri vivono guardando il nord e l’est. Una stanza più silenziosa. Tutti i corridoi del convento si affacciano sul chiostro che di notte ospita sempre qualcuno. Qualcuno dei frati, si intende.

Apro il breviario e trovo subito la compieta del giorno. La recito, in silenzio, e cerco di crederci più di quanto riesca ad ammettere a me stesso. Un inno, un salmo e un orazione sono pochi perché riescano a rispondere alle mie domande. Chiudo il breviario e apro un libro. Affondo sotto le coperte e inizio a leggere nello stesso istante in cui percepisco qualcuno che bisbiglia in corridoio. Le porte sono così sottili che non posso sbagliarmi: qualcuno sta parlando. E se qualcuno parla, qualcun altro ascolta. Sorrido, perché comprendo che tra un po’ sentirò bussare alla porta. Invece no. Guardo la sveglia e mi rendo conto che sono le undici e mezza. Tardi per ricevere visite, mi dico. Il vociare si fa più vicino, sorpassa la mia porta e va oltre. A questo punto sono curioso. Mi alzo e mi affaccio fuori. Il corridoio è buio, illuminato solo da poche luci notturne. Non distinguo chi si sta allontanando. La penombra si mangia chiunque stia camminando. Intravedo solo pochi contorni. Una figura minuta, instabile ma tenace si sta dirigendo verso il coro. Esco e guardo verso destra ma non c’è nessuno. La figura è sola, con chi sta parlando? Esco e mi immergo anche io nella penombra. Solo un mese prima non sarei riuscito nell’impresa ma vivere in un luogo “sacro” mi dà forza. Sono in pigiama e mi muovo guardingo. Mi affaccio alla finestra che dà sul chiostro ed è tutto buio. Aspetto qualche secondo e poi mi muovo verso il coro. Piano. Sorpasso una porta e sento che qualcuno russa. Continuo a muovermi e sento di nuovo quel bisbiglio. Non ci sono dubbi, il frate che cammina davanti a me sta bisbigliando qualcosa. Sarà una preghiera recitata a voce alta, mi dico. La figura sale gli scalini che portano al coro. Non accendo la luce. Riconosco il frate e lo seguo. Mi avvicino e la voce del frate aumenta di volume. Ora diventa più chiara ma con un suono che non riconosco.

«Vai via!» dice. Convinto che stia parlando con me accenno un passo all’indietro. Il frate continua a parlare con voce soffocata. «Vai via!» ripete a qualcosa o qualcuno che non riesco a intravedere. Mi accosto con la pelle d’oca. Il frate si muove avanti e indietro nel coro. Lui è così magro e piccolo che a fatica riesco a vedere cosa fa. «Vai via!» continua a ripetere come una litania muovendo la mano destra, poi bisbiglia qualcosa come una preghiera. «Vai via!» ripete a voce più alta. Mi prende un colpo, mi ricordo cosa fa quel frate, il suo passato, chi riceve ogni giorno, perché le persone vengono da lui, quegli strani incontri, il perché il vescovo lo chiama spesso a rapporto, e mi manca il respiro. Faccio qualche collegamento e per poco non mi mangio il cuore dalla fifa. Senza più paura di essere visto o sentito, corro verso la mia camera da letto, mi chiudo la porta a chiave dietro e mi infilo sotto le coperte. Recito ave Maria, convinto che questo servirà a qualcosa. Snocciolo preghiere una dietro l’altra, tremo come una foglia e non riesco a calmarmi. Mi rimbomba nella testa il suono della voce del frate. Chiudo le orecchie e ripenso a me, ai miei timori, e mi ricordo perché è importante avere paura del buio.

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Voci

Ci sono voci dentro la pancia, incontenibili. Insetti. Piccoli esseri che cercano di salire, di farsi strada. Hanno voglia di uscire, di farsi sentire. Si arrampicano, salgono con delle scale, si appendono all’intestino, allo stomaco, e procedono. Sono irriducibili.

Le voci fremono dentro e ogni passo è pesato, meditato; si fa sentire. Sono voci che vogliono crescere e diventare grandi, vogliono avere un nome, vogliono evolversi. Sono solo mormorii, arpeggi e accenni di vita vera ma continuano a salire. Arrivano alle costole, lanciano fili, li annodano e si lasciano andare. Si appendono e si attaccano saldamente, una mano dopo l’altra. Le ginocchia si appoggiano, una e ancora una. Gli arti si piegano e le voci salgono, sempre più su, più su, verso la libertà. Appoggiano le mani alla faringe, si tengono stretti perché è scivolosa e continuano a salire, forse troppo. Troppo. Hanno superato la cavità nasale, salgono arrivano al seno frontale…avanzano ancora. Salgono fino al cervello. Penetrano e si fermano. Si sciolgono, diventano parti di esso. Stanno bene. Troppo. Non hanno più velleità, si sentono appagate. Non sentono più il richiamo della libertà. La loro vita diviene quella. Invecchiano, hanno paura di tutto. Avvizziscono, si consumano. Muoiono. 

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Spegne la luce

Spegne la luce quando la luce è già spenta. Quando il pensiero si accende, quando la vita è presente. Quando il ricordo è pressante. Chiude la porta, si avvicina al letto, si infila dentro le coperte, accarezza il corpo e quando arriva si fa sentire; stringe il collo. Stringe, e non lascia respirare. Soffoca.

Due mani, nere e grandi, che opprimono. Stringono forte, fino a quando il respiro non si ferma; non smette di esistere. Arrivano silenziose, le mani, ma si sentono. Si vedono. Il respiro è spento e il cuore batte rumorosamente. Il sonno è morto. Il calore invade il corpo e questo si irrigidisce, si blocca.

Copre gli occhi, tappa le orecchie, chiude la bocca. Crea solitudine. Uccide la speranza. La paura è paura, e non permette di vedere altro.

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Un serata veronese

La quarta volta. È curioso. Non è una delle mie cantanti preferite. Eppure mi sono ritrovato ad ascoltarla per la quarta volta. Sempre più vicino, sempre più chiaramente. Mi piace, sia chiaro, e come non potrebbe? Avete sentito che voce? Che potenza in poco più (o meno?) di cinquanta chili? Che vocalità? Ogni nota al posto giusto. Non una stonatura (cosa rara oggi!). Non un’incertezza. Nessuna approssimazione. Solo precisione. Talento. Passione. Studio. Genio. Sto parlando di Giorgia, per chi non l’avesse capito.
Ieri sera ho assistito all’ultima tappa del suo tour Dietro le apparenze all’Arena di Verona. Apro una parentesi: Verona è meravigliosa. Sarà che il clima era ideale. Sarà che le sette del pomeriggio di fine estate è un orario fantastico; il sole si appoggia con colori incredibili che creano atmosfere uniche. Sarà che mangiare in Piazza delle Erbe non è cosa da poco. Sarà la compagnia…ma Verona era magica.

È entrata con un esplosione di voce, cantando Come saprei. Luminosa. Sfolgorante come il suo vestito. Come il suo sorriso. Era raggiante, come il suo viso. Il concerto è durato poco più di due ore, e lei ha cantato senza fermarsi. Senza sosta. Pochi cambi d’abito, poca scenografia. Solo voce. Voce. Lei non ha bisogno di mostrare altro se non ciò che possiede. La sua allegria è contagiosa. La sua felicità anche.
Brava Giorgia, continua così. Brava.

Comunicazione di servizio: mai, e dico mai, capitare in mezzo al fan club!

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Minoranze rumorose

Minoranze molto aggressive.

Così vengono definiti da Famiglia Cristiana i cittadini che chiedono che venga loro riconosciuta la possibilità di avere un’unione che trascenda la formula del matrimonio classico. Sì, come se questo “topolino di fatto” (così viene denominata questa minoranza) non abbia il diritto di essere ascoltato solo perché è una porzione di popolazione, una percentuale rispetto alla totalità. È chiaro come il sole: per Famiglia Cristiana, le opinioni, i bisogni e quindi i diritti, se non sono espresse della stragrande maggioranza delle persone, non hanno valore; non sono degni di essere ascoltati. Questa esigua porzione di stato ha solo doveri. Nessun diritto!
Ma la sfacciataggine di questo giornaletto settimanale non ha fine, perché più avanti afferma:

«Si discuterà molto, nei prossimi mesi, di tutela giuridica delle unioni di fatto, eterosessuali od omosessuali. Dei loro diritti e, forse, anche dei loro doveri (sempre evanescenti!)».

Avete letto bene: sempre evanescenti! Famiglia Cristiana, dopo anni e anni che le coppie conviventi (e soprattutto i gay) pagano le tasse e permettono, dunque, – grazie ai loro soldi – di far andare a scuola i figli delle coppie sposate, di mantenere con l’otto per mille la sopravvivenza dei preti, di finanziare le scuole private, si prende la libertà di affermare una cosa del genere. Dopo – insomma – una valanga di doveri e nemmeno uno straccio di diritto, accusa questa minoranza di avere dei doveri sempre evanescenti. Di non portare avanti il proprio compito di onesti cittadini! E per difendere questa ignobile menzogna cosa afferma? Quale scusa estrae dal cappello? Che ci sono tante situazioni familiari di cui i servizi non si prendono minimamente cura. Che ci sono dieci milioni di coppie coniugate con figli, e che il comune e lo stato non stanno facendo niente per loro.  Annuncia che ci sono altri problemi più urgenti. La solita filastrocca! Come se la colpa di tutto ciò fosse dei gay o delle coppie che non vogliono sposarsi. Come se l’acquisizione di un diritto da parte di una minoranza significhi in automatico la perdita di diritti da parte della maggioranza. Come se l’assunzione di possibilità per una fetta di cittadini con uguali diritti e doveri porti automaticamente all’esclusione di diritti da parte del resto. Come se insieme a questo passo avanti di civiltà non si possa aggiungere nient’altro. D’altronde anche l’adeguamento ai Paesi dell’Unione europea, per Famiglia Cristiana, è una ragione risibile.

Sì, è ora di finirla con queste false battaglie di civiltà che premiano solo minoranze rumorose . Non sta qui la civiltà.
Questi gay cosa vogliono? Che la smettano di domandare diritti, che la piantino di avere dei bisogni! Il loro compito in questo mondo è di lavorare e mantenere i bisogni degli altri con i propri soldi! Stop! Ma io, a Famiglia Cristiana, inizierei a domandare se non sia il caso di proporre l’eliminazione di alcuni diritti fondamentali anche ad altre minoranze: handicapati, famiglie che mandano i figli nelle scuole private, preti, suore, ecc. Cosa ne pensa? Sono tutte minoranze e come tali non hanno diritto ad avere diritti!

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Un paio di infradito

Un paio di infradito ed è fatta.

Cosa accade se a tua madre le si rompono gli infradito? Succede che spetta a te ricomprarli, e lo fai in un posto speciale. Ecco, entri dentro il negozio di mobilia giapponese, quello di sempre, ci resti pochi minuti, il tempo di indicarli e di pagarli, e sei di nuovo lì, dov’eri tanti anni fa. Succede che ti ritrovi. È facile ritrovarsi dove ci si è persi. È facile ricordarsi quanto in passato anelassi varcare i confini di una terra lontana a cui ti senti di appartenere, da sempre. Il Giappone. Ma come? È possibile sentirsi parte di un mondo così diverso, così distante, con una cultura millenaria e profonda? Non è possibile, o sì? Ma poi ti è chiaro, così come lo era già in passato. Perché sei consapevole che l’appartenenza non è solo fisica e materiale, è spirituale – che non è qualcosa di divino, ma di più intimo e di umano. Ti senti vicino a quelle persone che vedono il mondo come lo vedi tu: con quelle pause, con quegli attimi, con quelle sfumature, con quel silenzio. Ti senti amante di un modo di scrivere che sembra dipinto; perché in quella terra gli scrittori e i pittori creano allo stesso modo. Hai cercato tante volte di catturare quei momenti, e lo hai fatto come potevi, con la tua inesperienza, con il tuo tratto impreciso ma sincero. Hai cercato quel particolare, quel suono, quel rumore, quel respiro, quello sguardo, ma non l’hai mai trovato.
Ora rammenti perché smaniavi per quella terra con il sole incandescente. Ricordi perché volevi percorrere le sue strade, scalare le sue montagne, passeggiare per le vie delle sue città, conoscere i suoi abitanti e respirare le tradizioni di cui sono custodi. Ricordi i pomeriggi trascorsi immaginando che la vita fosse come quella dei personaggi in cui amavi perderti. Di come sognavi di approdare in quei luoghi, in quelle avventure. Di come speravi di poter indossare quella divisa, di passeggiare sotto i mandorli in fiore, di saltellare sulle pietre di un fiumiciattolo che attraversa il cortile di una villa, di camminare tra un
Matsuri e l’altro indossando un kimono, e infine di sostare su una panchina con il suono delle cicale in sottofondo.

Sono sufficienti un paio di infradito perché il mondo si riapra, e rinasca quel desiderio che credevi di aver perso. Quella terra è là, ferita ma sempre pronta ad accogliere. E tu sai che un giorno poggerai i piedi nella terra di Genji e guarderai il monte Fuji con i suoi occhi. Lo farai, ne sei certo.

 

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Vulcani

Sapete come avviene un’eruzione? Cosa la precede e qual è lo stato d’animo di chi vive attorno a un vulcano? La terra trema, prima di un’imminente eruzione. Trema, che sembra stia per scoppiare. Sotto bolle, bolle di rabbia e di lava incandescente. È una sensazione strana e di malessere generale. L’attenzione si concentra su quel cono e si spera che la faccia finita, che liberi definitivamente quella energia che tanto ci smuove le budella. Sotto, più in profondità, c’è il malessere che procura questo stato di incertezza e di precarietà. E lo stato d’animo di chi vive ai margini di questo confine è identico allo stato stesso.

Ora, immaginatevi di avere un vulcano sulla schiena. Ecco.

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