Archivi categoria: Poesie

Eccole

Eccole, le parole.
Così difficili da raggiungere, così in alto, lontane.
Eccole, così lucenti, quando si lasciano prendere;
tremende, intense.
Eccole, le parole.
Proprio quelle, non altre,
non diverse.
Ordinate, facili, scivolano via, veloci,
non inciampano,
non cadono, non si fermano,
non zoppicano.
Eccole, le parole.
Sono lì, e si lasciano acchiappare,
agguantare.
Così sfacciatamente, con fastidiosa semplicità.
Dopo avermi fatto morire,
dopo l’angoscia, la solitudine,
il deserto.
Eccole, maledette.

Eccole. Le parole.

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Dal basso…

No, non ci sono nuvole,
che se ci fossero le osserverei dall’alto
come si osserva la tenerezza,
allungando una mano, cercando di sfiorarla.
Come si sfiorano le nuvole
quando si posano sulla cima di una montagna.
Come si toccano i sogni
quando ne abbiamo la possibilità.

No, non ci sono nuvole,
che se ci fossero le guarderei dal basso
come si guarda la gioia,
allungando una mano, inutilmente.
Come l’acqua tra le dita, che passa.

No, non ci sono nuvole,
non ci sono,
che se ci fossero, le vedrei.

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Chiudere la porta

Chiudere la porta potrebbe servire.
Ritagliarsi uno spazio, anche.

Stare seduti sul letto, a guardare fuori, in attesa, con il dito incastrato tra le pagine di un libro qualunque. Osservare le foglie degli alberi mosse dal vento. È un vento caldo di settembre. Non è un libro come gli altri.
Lasciarsi dietro possibilità, lasciarle tali. Perdere il tempo o lasciarlo sospeso per un po’,
fin quando non accade qualcosa.

Eppure, tutto profuma di obbligatorio: ogni situazione, ogni sentimento, ogni parola, anche i sogni.
La libertà è rimasta chiusa fuori dalla porta. Quando l’ho chiusa ne ero al corrente.
Non è stata una buona idea chiudere la porta,
lasciare fuori la libertà e chiudersi dentro. Stare seduti sul letto ad aspettare che succeda.

Fuori fa caldo, ma è un caldo fastidioso, che ti fa sudare freddo. È un vento che ti fa ammalare. Ed è successo.
Il rischio, è chiaro, è che entri dentro.

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Cicale

Un suono, un odore, un colore, uno sguardo, un’intenzione, o la percezione del presente, vivo e pulsante, rimanda a un ricordo lontano, concluso. Si accende un sorriso; si allontana un pensiero.

Piacevole, calda, la reminiscenza sfiora la nostalgia e la trasforma in una fievole mestizia.

Le cicale rinviano al vento messaggi da consegnare, dilatano la vertigine che rimembra trascorsi disinvolti, costruiscono un ponte su cui impegnare un cammino e sul quale voltarsi indietro.

Cantanti e autrici, ignare della loro forza, seguono le trame del tempo. Tessono preziosi filamenti che cuciono su misura per chiunque abbia un frammento da portare a galla. Per chiunque abbia un ricordo legato.

Un suono riconduce a una vita trascorsa, calda, giovane.

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Il sentiero

Un sentiero, curvo,
accompagnato da teneri gambi,
va avanti ma è storto,
qualche filo sottile si intrufola
poi finisce e resta lì.

Non ha senso un viottolo così,
non ha un perché
e, se esiste, vivacchia.

Il sole gli fa da compagno,
l’unico che lo calpesti,
senza ombra avanza
e senza confini si spegne

Sembra che sorrida,
quella mezza via.
Già lo vedo
mentre archeggia la bocca,
è un tiepido gesto
ma poi si inarca verso il basso
e finisce.

È il sentiero dell’uomo,
senza un senso,
senza un perché.
Come l’esistenza,
come la vita.

 

 

 

 

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