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Mai prima di pranzo

Pochi minuti prima di togliersi la vita, Gavino Serrau ricevette una telefonata che lo informava che un suo conoscente stava morendo di cirrosi. La cosa non lo sorprese, non fosse altro che quella chiamata gli evitò di avvolgersi la corda intorno al collo. L’uomo malato, ormai cinquantenne, era una vecchia conoscenza di Gavino – quando la storia si prendeva ancora gioco di lui –, famosa per le sue serate accompagnate da un bicchiere di whisky e troppe risate. Il liquore salutare, così lo chiamava l’uomo, non era altro che l’unica ragione che lo tenesse attaccato alla sedia, una sedia che scricchiolava ogni qualvolta il peso cambiava posizione. Quello scricchiolio che Gavino puntualmente temeva, si ripeteva ogni dopo cena e restava sveglio anche quando lui aveva già spento la luce nella sua camera. A quei tempi lui non si meravigliava di nulla e prendeva tutto come dato di fatto. Qualcosa da imparare e da non fare.
Gavino chiuse la chiamata con il volto di quell’uomo negli occhi, e nonostante la voglia di togliersi la vita fosse urgente, constatò che rimandarla di qualche ora non avrebbe cambiato nulla.

La corda che si era procurato per l’occasione l’aveva comprata in un negozio vicino all’appartamento che aveva preso in affitto due anni prima: una casa a poco prezzo ma in ottime condizioni. L’uomo che gli aveva venduto la corda gli aveva assicurato che Ziu Giacinto Cabras, l’allevatore che abitava vicino a sa lolla sparadesa, la utilizzava per legarci i buoi e che questi non riuscivano a strapparla nemmeno quando il prurito tartassava loro le palle.
Gavino sollevò la testa e pensò che era un peccato lasciare quella casa che costava poco: certe fortune capitano poche volte, se non contate, si disse. Il profumo di caffè di cui era ancora impregnata la cucina, perché lì aveva deciso di uccidersi, gli stimolò l’intestino dopo diversi giorni di silenzio e questo lo rese felice. Ma nessun’altra buona notizia sarebbe arrivata quel giorno a bilanciare la pessima appena recapitata, anzi, un’altra avrebbe decisamente pesato ancora di più.

Il nodo alla corda che Gavino Serrau aveva stretto era fatto come Dio comanda, e certamente avrebbe sortito l’effetto desiderato. Quel nodo gliel’aveva insegnato don Pinuccio Loi, quando ancora frequentava gli scout della parrocchia. Un giorno lo aveva preso in disparte e gli aveva messo in mano un cordino colorato, rimasuglio di doni arrivati in parrocchia chissà da dove, poi gli aveva preso le mani e lo aveva guardato in faccia, consigliandogli di seguirlo come si merita, che un giorno fare i nodi gli sarebbe tornato utile, aveva detto profeticamente. Gavino, i nodi, gli aveva imparati a fare, eppure meglio di don Pinuccio, ma le mani aveva deciso di metterle da un’altra parte, dopo aver finito di legare le corde. Col tempo il prete aveva rinunciato ai suoi sogni profondi per instradare il ragazzo su un’altra via che un giorno lo avrebbe messo in contatto proprio con l’uomo malato di cirrosi.
Gavino appoggiò la corda sul tavolo e si vestì per uscire. Chi lo aveva chiamato lo aveva fatto per un motivo ben preciso, ma il prurito era troppo esteso perché bastasse una goccia di medicina per passare. Fece la strada che conosceva e passò di fronte al negozio di frutta di Maria Immacolata Murru, figlia unica di Francesca Dessì che le aveva affibbiato la bottega prima che potesse mandarla a quel paese e che la malattia le cavasse entrambi gli occhi. Maria Immacolata le aveva sputato in faccia e l’aveva maledetta, poi si era presa il negozio.
La fruttivendola vide passare Gavino e gli indicò la cassetta di arance con una faccia che malediceva qualunque cosa gli capitasse di fronte. Lui ebbe la tentazione di fermarsi e di comprare un arancia ma il colore sospetto della buccia e gli occhi della donna lo fecero stare alla larga.
Il profumo di carne arrosto che usciva dalla casa di Stefano Usai, suo vecchio compagno di scuola, gli fece venire in mente che non ci si uccide mai per l’ora di pranzo, che prima è meglio riempirsi lo stomaco, se non si vuole che la vita agiti troppo le acque. Avrebbe dovuto seguire l’istinto, certo.

Be’, se voleva che tutto fosse finito per il primo pomeriggio, avrebbe dovuto accelerare il passo. Gavino inciampò in una buca piazzata proprio al centro della strada, imprecò contro tutto e tutti e proseguì.
La donna che lo aveva avvisato dello stato di salute dell’uomo era Rosaria Ledda, cuoca del convento dei frati, ottima dispensatrice di notizie e impavida raccoglitrice di nuove. Sporca e puzzolente quanto i sei cani che vivevano con lei, era certa che il Gavino a cui si riferisse l’uomo fosse Gavino Serrau: chi altri aveva raccolto il passato insieme a lui, se non proprio il figlio di Salvatore Serrau.
«Fallo venire qui», le aveva detto l’uomo «che non voglio morire prima di rimettere le cose a posto».

Gavino vide la casa dell’uomo da lontano e il prurito riaccese i ricordi. Lo accolse la puzza di cane e il sorriso senza denti di Rosaria. «È dentro» disse lei, indicandogli la porta. Entrarono insieme e si accomodarono; Gavino dovette evitare di respirare col naso. Rosaria vomitò, senza chiedere il permesso, le numerose scopate odorose fatte con Gesuino Cau, fratello spirituale dell’uomo steso sul letto. Scopate che avevano riempito le sue giornate di cucina mentre ancora era in grado di aprire le gambe: salutari per lei e per il suo portafogli, che di soldi ne accoglieva pochi. Era brava a raccattare roba per i poveri, ma ancora di più a vestire dei frutti generosi di quella povertà i suoi figli. Gavino rammentò il giorno che Giggietto, figlio di Rosaria, entrò con un maglione cucito da sua madre che lui aveva donato gentilmente. «Ti piace?» gli aveva chiesto Rosaria, «l’abbiamo pagato davvero poco». Lui non aveva detto niente, intuendo che oltre la puzza di cane, quella famiglia non aveva altro.
Terminato lo sproloquio di Rosaria, Gavino sorrise tristemente e attese che la donna si decidesse ad accompagnarlo all’inferno.
«Davvero non capisco cosa voglia da te» disse la donna, mentre cacciava via tre dei sei cani che rompevano le scatole per la fame «sono passati tanti anni».
«È vero» disse lui, «sentirò perché mi ha chiamato».
Entrò dentro la stanza e trovò l’uomo disteso sul letto. Era scheletrico, di colore ocra e con la bocca aperta. L’odore dei cani si mescolava con la puzza di merda e urina uniti all’odore di borotalco con cui la donna cercava di coprire il fetore. Gavino si avvicinò al letto e osservò il volto dell’uomo divenuto irriconoscibile.
«Stai morendo» gli disse. Lui aprì gli occhi e annuì con la testa. «Lo sapevi che sarebbe finita così», lui annuì ancora. Gavino scosse la testa. «Cosa c’è?» domandò. L’uomo tentò di dire qualcosa, ma un attacco di tosse glielo impedì.
«Non vorrai scusarti sul letto di morte» disse lui «perché io le tue scuse non le voglio sentire, pensa a morire in pace, che la vita me la sono goduta lo stesso» e non aggiunse altro.

Gavino uscì con la fame che gli rimbombava nello stomaco e con il sole che gli chiudeva gli occhi. Si diresse verso casa consapevole di essere stato uno stronzo ma con la certezza che il coglione non fosse lui. Appena dentro casa andò a prendere la corda e a sistemarla per bene sopra il tubo del gas che sporgeva dal soffitto, la legò il tanto giusto per non toccare a terra, fece il nodo e se la avvolse al collo, salì sul tavolo della cucina e suonò il campanello.
«Chi è?» domandò a voce alta. «Sono Rosaria» rispose una voce da dietro la porta, accompagnata dal latrato dei cani. «Cosa vuoi?» domandò ancora Gavino. «Aprimi che è urgente». Gavino sbuffò, si sfilò la corda, scese dal tavolo e aprì alla donna. Entrarono i cani prima di lei. Rosaria vide la corda.
«Dio Misericordioso, cosa stai facendo?»
«Cose mie» rispose.
«Un altro morto no! Non fare cazzate che di vita ce n’è ancora per te»
«Cosa vuoi?» domandò Gavino. I cani si sparpagliarono per tutta la cucina e frugarono vicino alle sporte di pane che Gavino teneva incastrate in una cesta tra il frigorifero e la cassettiera. «Smettetela» urlò la donna, rivolgendosi ai cani. Poi fissò l’uomo.
«Gavino, Franco sta morendo, abbi una parola buona per lui, per quello che eri»
«Anche io sto per morire, di parole ne ho già dette abbastanza, e lui di minchiate ne ha seminate troppe».
«Cosa ti costa? Anche se sono parole finte…tieni», e prese un foglietto da una tasca «scrivigliele qui, fallo contento, per l’amor di Dio. Scrivigli due cazzate: che lo perdoni, che può morire in pace…».
Gavino fissò il foglietto «Solo se poi tu aiuti me»
«Vattene a cagare», strillò Rosaria «così poi mi mettono in prigione mentre tu te la godi all’altro mondo!»
«Allora te ne puoi anche andare, e portati via questa merda di cani».

Istintivamente Rosaria si mise a cercare i cani che intanto erano riusciti a strappare via dalla cesta il pane e avevano iniziato a mangiarlo e a sbriciolarlo dappertutto.
«Va bene», sospirò lei, facendosi il segno della croce, «ma prima scrivi queste cazzo di righe».
Gavino prese il foglietto, attese qualche secondo poi scrisse tre righe. Piegò il foglietto e lo porse a Rosaria che se lo mise in tasca. «Che muoia in pace!» disse. Lei annuì.
Gavino si voltò verso il tavolo, salì e guardò Rosaria. «Appena mi mollo, sposta il tavolo».
Rosaria annuì e pensò che quella fosse la punizione per essersi scopata un frate, e decise che se la meritava. I cani si voltarono verso i due e incominciarono ad abbaiare furiosamente. Rosaria gli urlò di tacere e loro andarono alla ricerca di qualcos’altro da mangiare.
«Perché cazzo non gli dai da mangiare a quei cani» imprecò lui in piedi, con la corda avvolta al collo.
«Appena rientro in casa, è già pronto» disse lei, senza guardarlo. Gavino strinse la corda, fece un respiro profondo e si buttò in avanti. Rosaria spostò il tavolo di lato lasciando l’uomo a penzoloni. I cani, eccitati dal movimento della padrona e rincoglioniti dalla fame, si lanciarono tra le sue gambe. La donna indietreggiò verso la finestra, andò a mettere un piede sopra un pezzo di pane raffermo lasciato in giro dai cani, perse l’equilibrio e cadde all’indietro sbattendo la nuca sullo spigolo della finestra. Ci restò secca.

Li ritrovarono due giorni dopo, mentre rientravano dal funerale di Franco, ex frate, ex confratello disgraziato di Gavino, parroco emerito del paese. Nella tasca della gonna della donna trovarono un foglietto con scritte poche righe:

ricordami di farlo a notte fonda, la prossima volta.

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Anamnesys – Prologo

foto (1)

Il mare era calmo come è calma l’ultima ora. Come la morte, che arriva e appiana la vita. Come il dolore nel momento della consapevolezza, dell’accettazione, della certezza. Il mare era calmo e la barca scivolava verso sud. Alejandro volse lo sguardo in là, più che poté. Socchiuse gli occhi, asciugò le lacrime che il freddo gli procurava e impugnò saldamente il timone, ancora una volta.  Lo tenne stretto come si tiene stretta la propria vita quando si è certi che la morte è vicina. Stretto come aveva tenuto stretto i soldi dell’anticipo. Certo, era conscio dell’assurdità delle circostanze, della levataccia alle quattro e dell’inutilità di quell’impresa, ma era altrettanto consapevole che la morte sarebbe stata peggiore di ciò che aveva davanti.
Spostò lo sguardo e lo fece indugiare sul ragazzo incontrato la sera prima. Gli aveva consegnato quel mazzo di pesos perché proprio lui, Alejandro Suarez, lo accompagnasse sulla punta più estrema della Terra del Fuoco: un’isola disabitata e deserta. Avrebbe potuto fare un sacco di cose con così tanti soldi, tante cose. Come riparare quel vecchio gommone su cui a stento forse sarebbero arrivati sull’isola, oppure fumarseli con ciò che di più buono c’era sul mercato, o comprarsi più cibo di quello che si immaginava. Sogni piccoli, adeguati. Non avrebbe potuto sognare altro. Non poteva permettersi nulla, nemmeno di sognare in grande.
Il marinaio lasciò che l’euforia lo abbandonasse per un momento e si concentrò su ciò che stava facendo. Virò di venti gradi e si assicurò che la traiettoria fosse quella giusta, quella sicura. Aveva rinunciato a fare domande e a pretendere risposte. Sarebbe stato addirittura lecito chiedere al giovane cosa avesse da fare a quell’ora su un’isola disabitata e ostile; chi non l’avrebbe fatto? Certo, sarebbe stato lecito, ma non consigliabile. Non lo fece.

Erano in viaggio da tre quarti d’ora. La piccola isola era ancora lontana. Estrasse dalla tasca un sigaro e volse nuovamente lo sguardo verso l’orizzonte. Il mare era nero come ogni futuro che si rispetti. Immobile. Impermeabile. Poteva rilassarsi. Diede qualche tiro, ma il tempo di chiudere gli occhi e di sentire il fumo in gola che un banco di nebbia comparve a sud-ovest. Di scatto, fece virare il gommone di sessanta gradi verso est. Come telecomandata, l’imbarcazione si spostò dove le era stato ordinato dal suo capitano. Il viaggio proseguì. Alejandro si strinse nella giacca.
L’uomo ripensò all’estate appena trascorsa e quel ricordo, seppur tiepido, tamponò per un istante il freddo del presente. Alitò sulla mano che teneva il timone e il suo respiro si fece denso e candido. Spostatosi un po’ di lato, gettò ancora una volta uno sguardo sul ragazzo seduto di fronte a lui. Osservava l’orizzonte.
«Non manca molto!» urlò il vecchio, quasi per cercare di comunicare con lui. Ma il ragazzo parve non sentire. Come se niente potesse turbarlo o distrarlo, continuava a guardare verso la linea che separa il cielo dal mare. Ma la brezza delicata che li aveva accompagnati fino a quel momento iniziò a rinforzarsi. Il gommone cominciò a ondeggiare. Il vecchio non parve preoccuparsi dell’improvviso cambiamento del tempo, si allacciò forte alla panca della barca e strinse con ancora più forza il timone. Aveva abbastanza carburante da andare e tornare dall’isola tre volte di seguito, pensò.

«Tieniti stretto alle corde» intimò. «Ci sarà da ballare!» e rise nervosamente.
I due navigarono ancora per circa un’ora, sballottati da un’onda all’altra, fino a quando non si materializzarono al largo una serie di puntini neri. Stavano arrivando. Mancavano solo poche miglia e si potevano intravedere perfettamente i contorni dell’isola. Il ragazzo si voltò verso il vecchio e comunicò con lui per la prima volta dal momento della partenza, e lo fece con brevità di parole, quasi pesate.
«Quando saremo arrivati, non c’è motivo che lei resti ad aspettarmi, torni tranquillamente alla Deceit»
«Ma…» ribatté Alejandro. Il ragazzo si voltò verso l’isola.
Alejandro non aggiunse altro, si diresse verso una parte di scogliera più bassa e apparentemente più sicura per poter permettere al ragazzo di saltarci sopra. Ma il mare era mosso e l’imbarcazione troppo leggera, barcollarono.
«Appena saremo abbastanza vicini, dovrai saltare sulle rocce» urlò Alejandro. «Dovrai fare alla svelta, o rischieremo di affondare!» Il giovane si alzò in piedi, si tenne stretto alla corda posta sul lato dell’imbarcazione e cercò di restare in equilibrio. Faticarono parecchio per avvicinarsi alla scogliera, gli schizzi gelati delle onde sferzavano il volto e il corpo di entrambi, ma quando finalmente il vecchio riuscì ad affiancare le rocce, il passeggero vi saltò sopra. Il gommone traballò pericolosamente. Alejandro tentò di virare a sinistra in modo da riportare la prua verso il largo. Quando fu certo di essere al sicuro, si girò per controllare che il ragazzo fosse a posto, ma quando si voltò verso la scogliera non vide più nessuno.

 Il giovane si alzò da terra e verificò di non essersi fatto male. Nell’appoggiare un piede sulla roccia aveva perso l’equilibrio e, nonostante avesse fatto affidamento a tutte le sue forze, era scivolato a peso morto su uno scoglio. Un po’ dolorante, ma senza perdere troppo tempo, si rimise in piedi e cominciò a muoversi. Le raffiche di vento gli schiaffeggiavano il viso e per cercare di attutirne l’impatto chinò leggermente il capo chiudendo bene la giacca. Doveva inoltrarsi nella parte più interna della piccola isola, non avrebbe impiegato che pochi minuti per raggiungerla.
Continuò ad avanzare senza fermarsi, chinato, facendo attenzione a dove mettere i piedi e cercando di mantenere un’andatura costante. Poteva sentire l’odore della salsedine invadergli le narici e il freddo penetrargli nelle ossa ma non gli importava: ciò che gli interessava era solo raggiungere la sua destinazione.
Lasciata la parte rocciosa, si incamminò verso la zona più interna dell’isola. Avanzò ancora per qualche minuto. Il terreno era ciottoloso e sabbioso e le calzature che portava – un paio di sandali logori – non erano certamente adatte a quel tipo di suolo.Arrivato di fronte a una macchia formata da arbusti e cespugli si fermò, si guardò attorno e osservò l’ambiente che lo circondava: c’era solo poca vegetazione e roccia, non un animale che si potesse vedere a occhio nudo. L’isola era completamente disabitata. Il giovane fece un ampio respiro e riprese a camminare verso l’interno, superò un primo anello di cespugli finché non sbucò davanti a un’ampia radura. Era arrivato, pensò. Aveva davanti a sé il luogo indicatogli dalla donna: qui avrebbe trovato la sua chiesa.

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Anamnesys – 2°capitolo:odori

Se la povertà avesse un odore avrebbe quello della casetta. Frate Luke ne era consapevole. Lo era ogni qualvolta vi entrava. Ogni giorno.
Ogni volta che varcava la porticina e che veniva a contatto con la puzza – perché di ciò si trattava –, il giovane frate annuiva e confermava a se stesso quella sensazione; quella certezza. Tanfo di cibarie cotte misto a sporcizia. Sporcizia umana, di uomini e donne che si lavavano poco o niente. Un odore intenso che aveva impregnato ogni angolo della casetta. Uno spazio in cui venivano accolti i poveri che si avvicinavano per ricevere un pasto caldo. Una casetta sempre pulita ma intrisa di un odore che stagnava e che non andava via, perché era quello della povertà. Se la povertà avesse un odore…si ripeteva Luke, avrebbe questo. Sì, ne era cosciente perché era lui che ogni giorno portava da mangiare ai barboni. Qualche frate, ogni tanto, con malavoglia, lo sostituiva, ma era lui che se ne occupava e che stimolava gli altri a occuparsene. La povertà non era una cosa bella. Almeno non quella concreta, non quella che vedeva lui e con la quale veniva a contatto. Non la povertà di quelle persone, che non poteva più definirsi tale. Miseria, era divenuta.
Con questo pensiero Luke avanzò con i piatti di minestra in mano e si avvicinò al tavolo al quale erano sedute cinque persone: tre uomini e due donne. Quegli individui sorrisero al frate perché lo conoscevano bene. Lui rispose al sorriso e porse i piatti a due di loro.
«Ora vi porto anche gli altri», disse. «Un attimo solo».
Uscì dalla casetta e respirò a pieni polmoni l’aria fresca, pulita, sana. La casetta si trovava dentro il parco del convento, una cinquantina di metri più in là della casa dei frati vera e propria. Un posto raggiungibile solo dall’esterno, non collegato alla struttura madre. Una distanza quasi simbolica, che sembrava sottolineare che la povertà, quella vera, era qualcosa di lontano, di non appartenente. Qualcosa di distante; quasi da temere. Un luogo che il superiore aveva allestito perché chi ne sentiva necessità potesse avvicinarsi e mangiare qualcosa. Le stesse cose che mangiavano i frati. Niente di più, niente di meno.
Erano sempre le stesse persone. Difficilmente arrivava qualcun altro che non fossero loro. Luke lo sapeva bene e ormai aveva imparato a conoscerle. E le conosceva davvero. La storia e le vicissitudini di ognuno di loro erano diventate anche le sue. Se n’era fatto carico così come si era fatto carico del loro sostentamento.
Frate Luke arrivò in cucina e prese altri due piatti.
«Sta’ attento» gli disse frate William.
«Attento a cosa?» domandò Luke.
«Non si sa mai», aggiunse il confratello.

Il giovane frate fece spallucce e si diresse verso la casetta, facendo bene attenzione a non rovesciare nulla. Ancora un altro viaggio, rifletté, e tutti avrebbero mangiato il primo. Quando entrò, li trovò che litigavano per il mangiare. Luke si avvicinò senza dire una parola, e quando gli altri lo videro smisero all’istante. Il gruppo abbassò gli occhi, dalla vergogna, perché tutti si rendevano conto di ciò che stavano facendo e dell’inutilità del loro agire. Avevano lo sguardo basso. Luke non disse nulla, non aprì bocca ma non fu necessario. Con tutta calma porse i due piatti alle due donne e uscì di nuovo. Ancora uno, pensò. Ancora uno. Nel tornare in cucina ripensò al perché di tutto ciò che stava facendo e a cosa potesse servire il suo agire. Cosa avrebbe aggiunto di più a quelle persone; sempre loro e soltanto loro! Ma cosa poteva fare di diverso?
Varcò ancora la soglia della cucina, frate William gli porse l’ultimo piatto senza aggiungere nulla. Luke uscì e accelerò il passo, voleva arrivare in fretta, non voleva che nascessero altri scontri; altri litigi tra i componenti del gruppo. Guardò verso l’alto e osservò le nuvole nere che si accarezzavano tra loro e inspirò ancora profondamente. Non aveva ancora mangiato, l’avrebbe fatto più tardi, nonostante la fame pungente. Ripensò a quando aveva iniziato con i poveri. A come non si limitasse a portare da mangiare, ma avesse deciso di unirsi a loro per il pasto. Quel ricordo gli provocò un sapore amaro in bocca. Dopo qualche tempo gli fu impedito di continuare e ordinato di ricominciare a mangiare insieme ai frati. Ordini dall’alto. Ancora adesso, dopo diversi mesi, non riusciva a comprenderne la reale motivazione ma, perlomeno, aveva smesso di domandarselo. Forse codardia. Forse no.
Frate Luke entrò ancora nella casetta e fece nuovamente i conti con l’odore penetrante. Sorrise, per nascondere il disagio, e porse l’ultimo piatto che gli restava.
«Buon appetito, tornerò per portarvi il secondo» annunciò. E si congedò dal gruppo. Per il momento, la sofferenza era finita. Uscì.
Mentre camminava ripensò al giorno prima. Al capitolo, alle parole di padre Jonathan e a quelle del suo superiore. Ripensò alla sua vita, che sarebbe cambiata. Cambiata completamente.
Probabilmente non avrebbe più rivisto quei volti, quelle storie di povertà. Forse avrebbe conosciuto altre persone. Certamente, sì. Certo, si disse.
Prima di entrare guardò ancora verso l’alto e gli parve di scorgere una macchia azzurra. Non vedeva il cielo aperto da giorni. Non vedeva il sole da tempo. Aprì la porta ed entrò in convento. Passò dalla cucina e salutò con gli occhi frate William che gli porse un piatto di minestra calda. Prese il piatto in mano e quasi ebbe la tentazione di rispondere alla domanda che lo sguardo del confratello gli poneva: perché lo fai? Ma non lo fece. Non rispose. Non avrebbe potuto. Luke accennò un sorriso e ringraziò il confratello, poi andò in refettorio e si sedette al suo posto. Consumò il pasto alla svelta, come chi non ha tempo da perdere, come se il nutrimento del corpo non lo riguardasse da vicino. Lo consumò sotto gli occhi dei confratelli. Scambiò uno sguardo con Matt e con Mark ma non si fermò oltre. Tornò in cucina e fu investito dall’odore della carne cotta al vapore. Si stizzì inaspettatamente e gettò lo sguardo verso cinque piatti colmi di stufato con patate. Anche i poveri avrebbero mangiato la stessa cosa. Ne prese due e uscì dalla cucina per dirigersi alla casetta di accoglienza. Ricordò con la mente l’odore che avrebbe sentito da lì a poco e si ritrovò a trattenere il respiro. Era l’odore della povertà. E lui non aveva quell’odore. Una fitta alla base dello stomaco lo costrinse a fermarsi. Trasse un respiro profondo ed entrò.
«Stufato di carne e patate» annunciò a voce alta col sorriso sulle labbra.
«Anche oggi?» si lamentò il più anziano dei cinque, mentre l’uomo che gli era accanto gli mollava una gomitata nel fianco. Luke lo fulminò con gli occhi.
«È la stessa cosa che mangiamo noi!» e chiuse la questione.
Era troppo lontano da loro, se ne rendeva conto. Lontano dalla loro vita. Non viveva con loro. Avrebbe voluto farlo, certo. Avrebbe voluto sentire la loro povertà dentro, condividerne le paure, lo stesso timore che la vita fosse solo quella. Che la felicità fosse solo un piatto caldo di minestra o il solito stufato di carne e patate. Una vita senza nulla. Priva di ogni cosa, anche dei sogni. Priva di un futuro vero. Sentiva questa urgenza di conoscenza. Questo, lo aveva spinto anni prima a entrare in convento. Questo, gli aveva sempre ispirato leggere racconti sul santo di Assisi. Per lui era una cosa normale. Era la libertà. La povertà era la libertà. Ma quella era miseria, si ripeteva. Era miseria. Fame. Ma tra qualche giorno tutto sarebbe cambiato, si disse. Avevano ottenuto il permesso. Lui e altri due frati. E avrebbe conosciuto la vita vera. Quella che aveva deliberatamente abbandonato per trovarne una nuova. Sarebbe rientrato nel mondo reale. Con una veste nuova, con un compito nuovo, con una missione nuova e con uno sguardo diverso. Più attento. Più profondo. Più vero.
Luke si rese conto di essersi imbambolato a navigare tra i suoi pensieri di fronte ai cinque. Il gruppo aveva fame e doveva portare ancora tre piatti. Tornò in sé e uscì dalla casetta. L’odore della pioggia lo avvolse. Un odore forte di terreno bagnato, di erba umida. Un profumo che amava perché era l’odore della sua terra. Tornò in cucina con troppe domande e cercò di dirimere un groviglio di riflessioni intricato. Frate William gli porse i piatti e lui li agguantò con sicurezza. Uscì dalla porta ma a metà tragitto il peso del suo riflettere, o un piede messo male gli fece perdere l’equilibrio e rovesciare uno dei due piatti a terra. Idiota!, si disse.
Lasciò il piatto lì e portò l’altro dentro la casetta. Non si fermò se non il tempo di consegnarlo e uscì di corsa. Tornò dove gli era caduto il piatto, lo raccolse e cercò di risistemarvi dentro tutto il contenuto, poi si diresse verso il cestino della spazzatura e lo buttò dentro. Tornò in cucina e prese altri due piatti.
«Perché ne prendi due?» domandò subito frate William, «non sono in cinque?»
«Oggi mangio il secondo con loro».
«Non puoi, lo sai, padre Gustav te l’ha proibito!».
«Solo oggi. Glielo dirò dopo».
«Affari tuoi», sentenziò il frate cuoco.
Luke attraversò il parco e si diresse alla casetta, consegnò i due piatti mancanti ai due uomini e attese che lo mangiassero. Rimase lì, immobile. Osservandoli, ascoltando ciò che dicevano e intervenendo solo raramente. Quando i cinque terminarono di mangiare, buttarono tutto dentro un sacco che Luke aveva sistemato vicino alla porta. Il loro pranzo era terminato. Salutarono il frate, e in fretta e furia uscirono dal cancello in ferro battuto che era sempre chiuso ma che per quell’ora era rimasto aperto. Luke li seguì fino al piazzale della chiesa e lasciò che andassero ciascuno per la propria strada. Provò a immaginare cosa avrebbero fatto tutto il pomeriggio, e poi la sera, e la notte. Dove avrebbero mangiato ancora qualcosa di caldo, cosa avrebbero vissuto. Pensato. Rientrò dentro il parco, poi dentro la casetta. Passò uno straccio bagnato sulla superficie del tavolo e diede una spazzata veloce al pavimento. Rimise a posto le sedie, uscì e si chiuse dietro la porta.

Nel tragitto verso la cucina si fermò dove era caduto lo stufato e fece in modo di coprire bene ciò che era rimasto. Ogni scusa era buona per non dare loro da mangiare. Ogni scusa. Ogni errore. Se avesse detto che gli era caduto un piatto avrebbe attirato su di sé e, indirettamente verso il gruppo della casetta, le ire di frate William. Forse l’avrebbe accusato di stare a coprire la loro malaccortezza e avrebbe alimentato i sospetti su di loro. William si era appropriato del cibo e di ciò che cucinava. Era affare suo e aveva deciso di dettare legge su tutto ciò che lo riguardava. La cucina era il suo regno, la sua vita. Poteva, la cucina, diventare la vita di un religioso? Poteva! Aveva fatto bene a nascondere il fatto. Un semplice incidente, che sarebbe potuto accadere a chiunque; anche a lui.
Ma tutto questo sarebbe finito tra qualche giorno, si rinfrancò. Finalmente non avrebbe più dovuto nascondere, avrebbe abbracciato liberamente la vita vera. La sua vocazione. Non avrebbe più mentito a se stesso. Agli altri.

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Al quarto giro

Mi è successo nel pomeriggio, e credo di essermi accorto di lui al quarto giro.
Ero intento a leggere Il mestiere di scrivere di Raymond Carver, un libro che ho divorato. Un testo prezioso per chiunque abbia il sogno di scrivere qualcosa di importante. Ero lì, seduto su una panchina nel parco dietro casa mia, sul ciglio del percorso pedonale, e lui è passato talmente vicino che una goccia del suo sudore è andata a finire sul mio ginocchio scoperto. Come poteva non esserlo (scoperto), c’era un caldo infernale e per essere il 6 di settembre, potete credermi, era un caldo infernale. Io non vado mai a leggere al parco, è una cosa che non sopporto. Al parco ci sono le persone che vivono come se fossero da sole in questo mondo. Parlano a voce alta come se tutti fossero sordi. E poi ci sono i bambini…al parco ci sono i bambini. No, non è il posto adatto per leggere, il parco.

Alla fine di Orientarsi con le stelle ho sentito quella sensazione di bagnato che sai non essere tua, e ho alzato lo sguardo. Una goccia era arrivata sul mio ginocchio. Credo di essermi bloccato in quel momento. Il ragazzo mi ha sorpassato velocemente e ha continuato la sua corsa, è andato dritto, e mi sono ritrovato a seguirlo con lo sguardo e a posare gli occhi sui suoi polpacci ben definiti. Ma poi è scomparso, ha girato l’angolo e ha continuato a correre. Io sono tornato al mio libro e più leggevo più rimanevo esterrefatto dalla passione dello scrittore. La sua visione del mondo, la sua storia, le sue pause, i suoi problemi…mi rispecchiavo totalmente in lui e condividevo completamente ciò che lui considerava scrittura creativa. Ero completamente preso, ma tra una riga e l’altra, non so perché, attendevo che ripassasse il ragazzo di prima. Lo stavo aspettando. Finito il capoverso, ho sentito qualcuno correre verso di me, l’ho guardato di sbieco, era lui. Credo che mi abbia guardato anche lui. Sì, ho avuto quella sensazione. Mi ha guardato. Di nuovo.

Ho ricominciato a leggere quasi subito, ma nello stesso istante inizio a percepire qualcosa di strano. Sento che la concentrazione si affievolisce. Alzo gli occhi, per poi riabbassarli immediatamente. Leggo ancora qualche riga ma dopo qualche istante inizio a guardarmi attorno. Più in là, su una panchina, due donne conversano tra loro. Una è rivolta verso di me, sembra che mi guardi ma in realtà parla con l’altra. La donna è bionda e con due occhi antipatici. Mentre parla con l’amica continua a gettare sguardi fugaci verso di me. No, parla con l’amica.
Abbasso ancora gli occhi e ricomincio a leggere, ma mi viene in mente che da un momento all’altro sarebbe passato il ragazzo. Mi volto e passa proprio in quel momento. Questa volta, non faccio nemmeno finta di guardarlo distrattamente e comincio a fissarlo. Lui ricambia ma passa dritto con il suo respiro veloce, con lo sguardo concentrato, i capelli biondi bagnati, il sudore che gli cola dalla fronte, la canottiera umida e i muscoli tirati. Mi guarda di sottecchi. Ripasserà!, mi sono detto. Devo solo aspettare che faccia il giro e potrò guardarlo ancora. Infilo il dito in mezzo alle pagine del libro e respiro profondamente. Ripenso a ciò che ho letto e provo a non pensare al ragazzo che corre. Il caldo adesso dà meno fastidio, e intanto un vecchietto si siede sulla panchina opposta alla mia. Mi innervosisco, come ogni volta che qualcuno si siede vicino a me. Con tutte le panchine…, mi dico. Proprio in questa…va be’! Mentre osservo il vecchietto riecco il ragazzo. Lo fisso e lo seguo con lo sguardo, ma noto che il vecchietto ha osservato tutta la scena. Distolgo lo sguardo da lui e riapro il libro. Per colpa di quel vecchio ho perso il passaggio del giovane. Il ragazzo fa finta di niente e continua a correre come se niente fosse. È già oltre. Gira l’angolo, come se io non fossi lì e non bramassi di rivederlo. La donna dai capelli mi guarda e sorride con la tipa che ha di fronte. Non c’è proprio nulla da ridere, mi dico. Bah, saranno fatti suoi!

Basta. Decido che avrei smesso di leggere e che mi sarei concentrato sul ragazzo certamente sarebbe passato ancora. Intanto arrivano altre persone che fanno jogging, ma non mi interessano. Mi importa solo di lui. Forse avrei potuto fare di più per farmi notare. Alzarmi in piedi, che ne so! Stirarmi o fare qualche movimento importante. O addirittura mettermi a camminare seguendo il suo percorso. Certo!

Chiudo definitivamente il libro e mi alzo in piedi. Con andatura lenta – molto lenta, – mi avvio. Guardo l’orologio e penso che da un momento all’altro avrei sentito il suono delle scarpe sull’asfalto avanzare verso di me. Sarebbe arrivato da dietro e mi avrebbe sorpassato. Avevo il batticuore. ero emozionato. Sì, avevo il batticuore per una persona che nemmeno conoscevo, Dio santo! Il sole stava calando e si stava bene. Cammino ancora ma il sole cala troppo in fretta. Io cammino, sempre nella stessa direzione. Avrei potuto richiamare la sua attenzione con una scusa, penso. Idea perfetta. Una scusa. Cammino ancora e ripenso al sudore del suo viso e ai capelli bagnati. Agli occhi neri e ai muscoli tirati. Alle gambe forti e al viso concentrato. Un brivido mi sale dal fondo della schiena. Cammino ancora e non mi fermo, ma il sole si abbassa e quasi non si vede più. Non si vede più.

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Il bianco e la sete (ultima parte)

Ma forse così doveva essere. Se ne rendeva conto. Nessuno era in grado di placare quel bisogno, nemmeno lei. E come avrebbe potuto? Non era riuscita nemmeno con se stessa. C’era voluto tanto tempo: una vita. E ora, al termine della sua vita, aveva capito. L’aveva riconosciuta, e l’aveva incontrata nel futuro. Se solo avesse potuto fare qualcosa! Forse poteva avvertire sua figlia, poteva convincerla che, se avesse voluto, avrebbe potuto fare ciò che non avevano fatto con lei. Sua madre aveva avuto gli occhi chiusi. Suo marito, serrati. Lei invece li aveva ben aperti, aperti perché aveva provato quella stessa sete. Una sete di vita vera. Senza finzioni. Senza paura. Lei aveva gli occhi spalancati e liberi. Poteva vedere limpidamente, chiaramente e senza zone d’ombra. Efisio aveva un segreto, ne era certa. Un segreto che ancora non sapeva di avere ma che aveva iniziato a manifestarsi con una sete interminabile e inestinguibile. Una sete eterna. Sì, non poteva fare niente ma poteva perlomeno informarlo. Glielo doveva, era suo nipote. Sua carne. Glielo doveva, povero Efisio.

«Nonna quanto devo stare qui?»
«Finché non torna tua madre»
«Posso vedere i cartoni?»
«No, a quest’ora ci sono i neri in TV!»
«Ma tu li guardi tutti i giorni!»
«Perché ci sono tutti i giorni!»
«Nonna ho sete»
«Vai a bere, e sta attento a non rompere niente»
«Quanti anni hai adesso?»
«Dodici»
«È così»
«Cosa? nonna»
«Non passerà. Ce l’ho ancora. Non passerà»
«Che cosa? nonna»
«La sete.».

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Il bianco e la sete (quarta parte)

I tre nipoti continuarono a giocare, rincorrersi, lanciarsi palle di neve, ad abbozzare la costruzione di un pupazzo. Non si curavano né del freddo né del particolare che tutta quella neve potesse bagnarli e che potessero ammalarsi. Il divertimento era troppo e la bassa probabilità che questo evento climatico potesse accadere nuovamente, li persuase a non fermarsi. Efisietto giocava con suo fratello e con suo cugino senza mai mollare un momento. Anche se la sete continuava a devastarlo, non voleva smettere. Matteo saltò e lanciò una palla per colpire Diego che si spostò appena in tempo verso Efisietto che, per evitare di finire addosso al cugino, scivolò e cadde con il sedere a terra. Matteo corse verso Diego e per accorciare la strada saltò Efisietto. La reazione dell’anziana donna fu immediata. «Risaltalo!» urlò Tzia Adalgisa. Tutti si voltarono verso di lei.
«Perché?» domandarono le due figlie.
«Speranza, di’ a tuo figlio di saltarlo di nuovo».
«Ma perché?» insistettero le due donne
«Se no non cresce più».
«Questa poi!» commentò Speranza. «Mamma, ancora credi a queste cose? Matteo, risalta Efisio!» disse al figlio, senza troppa convinzione. Efisio, sbuffando, si chinò nuovamente per permettere a Matteo di saltarlo.
«Superstizioni!» aggiunse Caterina.
«È così» concluse Tzia Adalgisa.
«Mamma, ho troppa sete, perché non mi passa?» domandò Efisio. Tzia Adalgisa gli aprì la porta di casa. «Vai a bere».
«Sono preoccupata» confessò Caterina a sua madre, «è da oggi che Efisio non fa altro che lamentarsi di questa sete. Non sarà mica malato!» Tzia Adalgisa non rispose, inarcò le sopracciglia e continuò a fissare i due nipoti che giocavano a rincorrersi con la neve in mano.

Che sciocchezza, questa della sete, pensò l’anziana. Che stupidaggine; uno ha sete, e quando ha sete ha sete, perché dovrebbe essere malato? …Malato. Chi è che non ha sete in questo paese! Persino io ho sempre sete! L’anziana donna si voltò verso le sue due figlie e provò un profondo sentimento di amore verso di loro. Lo provava ogni volta, ma in quel momento, con la neve che scendeva copiosa e che si depositava nel suo giardino, quel sentimento sembrava più intenso. Più chiaro. Il suo mondo era diventato irriconoscibile, e come per distinguersi dal tutto, la consapevolezza di ciò che provava si era palesata ai suoi occhi. L’anziana ripensò a suo marito e si concesse di farsi accarezzare da un vento di presenza. Non lo aveva mai fatto, né quando lui era in vita e tanto meno quando era morto. Meglio!, avevano detto in coro le sue due figlie alla notizia della morte del padre. Meglio! Finalmente! Ma poi si erano presentate al funerale. C’erano tutti, persino i suoi generi. Ripensò alle lacrime che aveva versato e comprese che non erano per il dolore della scomparsa, bensì per ciò che non aveva vissuto, per ciò che non aveva osato fare e che si era lasciata scivolare via. Stupidaggini, si disse. Sciocchezze, anche quelle.

Efisio uscì dalla casa della nonna mogio perché, nonostante avesse bevuto, la sete non gli era passata. La donna prese il suo posto. Entrò, si avvicinò alla stufa e si soffermò a fissare sua nipote intenta a leggere un libro.
«Non giochi?» le domandò. «Esci, i libri ci saranno sempre» Elena scosse il capo.
Tzia Adalgisa si avvicinò al cesto della legna, prese un pezzo di una vite sradicata prima dell’inverno dal genero e la gettò dentro la stufa. Avrebbe parlato con Efisietto e l’avrebbe ascoltato come sua madre non aveva ascoltato lei. Possibile che solo lei si era resa conto di cosa significasse quella sete. Dodici anni era l’età giusta, l’età di Efisietto, e se lei non avesse fatto nulla, quella sete se la sarebbe portata nella tomba.

(continua)

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Il bianco e la sete (terza parte)

Tzia Adalgisa, nonna di Efisietto, era seduta di fronte alla stufetta a legna, al centro dell’andito di casa. Con le mani quasi attaccate al ferro rovente, si riscaldava dal freddo che arrivava da fuori. Non c’erano altre fonti di calore, nessun termosifone, nulla, se non la stufa a legna. Seduta con lo sguardo rivolto verso l’esterno, la donna osservava i fiocchi che si appoggiavano sul cemento. Poteva vederli chiaramente attraverso la grande vetrata che occupava tutta la parete che si affacciava sul cortile, e anche se la pianta di limoni era piazzata proprio di fronte, non impediva la visuale. L’anziana donna trascorreva il suo tempo guardando la televisione, tagliando bucce di arance da mettere sopra la stufa e cambiando la legna di tanto in tanto. Era vedova, da molti anni, ma la sua vita antecedente la morte del marito non era diversa da quella attuale. Tzia Adalgisa prese un tizzone e lo inserì con forza dentro l’imboccatura. Il meccanismo della stufa era semplice: dall’alto si inserivano i pezzi di legno, che andavano a finire sul fondo dove prendevano fuoco e, trasformati in brace, finivano dentro un cassetto in ferro alla base della stufa. Quando il cassetto era pieno lo si poteva estrarre e pulire.

Non era la prima volta che Tzia Adalgisa vedeva la neve e, certamente, qualcuno sarebbe sbucato dal portone di casa sua e si sarebbe fiondato a giocare in cortile. I suoi numerosi nipoti sarebbero a poco a poco convogliati tutti in casa sua, ne era certa. E allora la pace surreale che avvolgeva la sua casa sarebbe terminata. Suo marito, se fosse ancora vivo, le avrebbe certamente rimproverato un pensiero simile: lui adorava i nipoti. Lei, invece, restava fredda: poche carezze, poche parole dolci, ogni gesto era pesato, ben controllato. Non c’era spazio per eccessive sdolcinature, non c’era spazio per nessun tipo di eccesso. Il suo viso era sempre teso e serio, e raramente si lasciava andare a qualche sorriso. Tzia Adalgisa ruotò la testa verso destra e verso sinistra, la casa era vuota e non arrivava nessun rumore dall’esterno. L’incongruenza del suo sentire con il suo agire le dava da pensare. Che fosse incapace di dare affetto? O forse il cordoglio della vita si era talmente radicato nelle sue viscere da impedire ogni possibilità diversa? A una vita di stenti e di sofferenza non era seguita una vecchiaia più morbida. L’amarezza non aveva lasciato spazio a un sapore diverso, anzi. La donna, stanca di quel perenne pensiero, si alzò e mosse qualche passo verso la vetrata. La neve. Anch’essa faticava a riconoscere ciò che aveva di fronte. La neve aveva cancellato ogni memoria del paese e tutto era divenuto impreciso. Nonostante il caldo di casa non fosse eccessivo, fu comunque sufficiente per appannare gran parte dei vetri, ma questo non le impedì di notare due figure, seguite da una terza, fiondarsi dentro il cortile di casa e inscenare una battaglia di neve agguerrita e con tanto di colonna sonora. Tzia Adalgisa aprì la porta.
«Fate attenzione a non cadere! E non bagnatevi!» urlò. Ma Efisietto, Diego e Matteo non diedero ascolto alle raccomandazioni della nonna. «Caterina, non farli correre» insistette Adalgisa con la figlia più grande, che era entrata pochi istanti dopo.
«Mamma, devo legarli? Lasciali giocare: c’è la neve!». L’anziana rientrò in casa e indossò il cappotto, poi uscì, chiuse la porta dietro di sé e si fermò fuori con gli altri.
«Nonna entro dentro», disse improvvisamente Elena «ho freddo».
«Non toccare niente!» precisò subito la donna.
«Mamma,» disse Caterina, voltandosi verso l’anziana «prima di andare via ti lascio Efisio, che devo portare Diego dal dottore».
«Che non tocchi nulla, però!» puntualizzò Adalgisa.

(continua)

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Il bianco e la sete (seconda parte)

L’oliveto sembrava il bosco incantato: candido, confuso, morbido, con le fronde degli ulivi completamente ricoperte di neve e solo il rumore del vento che spingeva giù i fiocchi. Le voci dei nuovi arrivati si confondevano con le folate di vento e venivano assorbite subito dal bianco, e tutto acquistava un respiro soffocato. Non si poteva camminare se non ci si addentrava con cautela. Mezzo metro. Tanta, ne era scesa. Efisietto era euforico. Ai signori Congiu non vennero in mente altri posti in cui andare per sprofondare nel bianco. Nessuno che fosse tanto vicino come l’oliveto di Via Dettori, nella prima periferia del paese. Nessuno. Forse San Gemiliano, la chiesa campestre, ma no: troppo lontana, troppo pericoloso muoversi con la macchina, meglio stare vicini e incamminarsi a piedi. L’oliveto era perfetto.

Le palle di neve saettavano da una parte all’altra, senza tregua. Efisietto colpiva suo fratello che rispondeva a dovere. Si erano uniti alla famiglia anche i cugini Elena e Matteo Angioni con i relativi genitori. “Dobbiamo fare tutte le cose che si fanno con la neve e che si vedono in televisione, nei film e nei cartoni animati”, si erano detti. Erano tante, forse non sarebbero riusciti a farle tutte. Ma iniziare con una guerra fatta di lanci e di palle schivate era una buona idea. Giuseppe Angioni, detto José, padre di Elena e Matteo, immortalava ogni istante con la sua Polaroid nuova e stava attento a scansare i lanci fuori controllo. La meraviglia e la contentezza sembravano esageratamente grandi perché potessero essere contenute nel cuore di Efisietto. La neve, che spettacolo! Che regalo! Che tutto! In un paese in cui pioveva poco e non faceva davvero freddo, la neve era un miracolo. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe arrivata; insieme alla sete! Efisietto prese la neve e la mise in bocca per placare l’arsura che era tornata a tormentarlo.
«Cosa fai?» domandò suo fratello. «Mangi la neve?»
«Ho troppa sete» rispose lui «Troppa!».
«Mamma, Efisio mangia la neve!» riferì subito Diego Congiu a sua madre.
«Perché?» rispose lei «La sete? Ancora?». Diego annuì. La sete.
«Non sarà malato?» insinuò Caterina a voce alta, in piedi, a fianco a sua sorella Speranza. «Mamma è solo sete» ci tenne a precisare Efisietto. «Sarà la neve!».
«Che la neve faccia venire sete mi giunge nuova» replicò subito sua madre. «Tu hai qualcosa!». Diego rimase a bocca aperta, e subito lo colpì una palla di neve.

(continua)

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Il bianco e la sete

Con il bianco e con una sete bestiale. Così inizia, per Efisietto Congiu, una mattina di gennaio del 1985. Affacciato alla finestra, con il vetro appannato, immobile e senza respiro. Con il bianco negli occhi. Con la meraviglia dentro. Efisietto non riconosceva più le case che aveva davanti e che vedeva tutti i giorni. Ogni cosa aveva perso la fisionomia di sempre. Le strade, la chiesa di Sant’Antonio, la passerella che univa le due sponde del Rio, la piazza, la gelateria il negozio di alimentari vari di tzia Rina: tutto era irriconoscibile, sommerso da uno strato candido. La neve. Per la prima volta nella sua vita, la vedeva. Sì, Efisietto aveva gli occhi sgranati, ma così tanto, che le orbite sembravano voler scappare via. Ma doveva bere perché era stata proprio quella maledetta sete a svegliarlo alle sette e mezzo della mattina. Aveva sognato di bersi un lago intero e dopo aver prosciugato ogni singola goccia, la sua sete non era diminuita, non era calata. E nel sogno aveva iniziato a vagare attraverso un deserto, con la bocca impastata, la gola secca, senza mai trovare sollievo all’arsura che gli consumava l’animo e che non gli dava tregua. Era una sete profonda, più della vita, più della morte. E si era svegliato.

Efisietto scese di corsa al piano di sotto, dove dormivano i suoi genitori e chiamò sua madre sottovoce, e ci mise un po’ per svegliarla: «Mamma, ho sete!». Caterina Ruiu, sposata con Carlo Congiu, finalmente si alzò e lo accompagnò in cucina. Prese un bicchiere dalla credenza, lo riempì dal rubinetto e lo porse a Efisietto che lo bevve come fosse l’ultimo goccia d’acqua esistente sulla terra. «Ancora!» incalzò. E giù.
«Mamma, fuori è tutto bianco!» annunciò poi, con il bicchiere ancora in mano. Sua madre e il bambino si spostarono in salotto; la donna alzò l’avvolgibile e aprì la porta del balcone. La neve entrò. Un sorriso apparve sul suo viso. La neve, pronunciò quasi impercettibilmente. Poi rise tra sé e sé. «Dillo a tuo padre!».
Efisietto corse urlando che c’era la neve, che doveva andare a vedere, che era bellissima. «Usciamo?» domandò a suo padre che intanto si era svegliato, appoggiato alla spalliera del letto e messo a risolvere rebus.
«Sono appena le otto», rispose l’uomo «la scuola resterà chiusa, sveglia tuo fratello».
«Usciamo!» urlò ancora Efisietto, ma la sete lo raggiunse nuovamente.

(continua)

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La macchina – prologo

Tredici anni sono importanti, davvero. Segnano una crisi, un passaggio. I tredici anni sono luminosi, potenti e potenziali; di vita. Margherita era al settimo cielo e non pensava che a quello. Alla scuola media appena finita e a quella che stava per iniziare. Una scuola scelta da lei. Osteggiata, ma poi accolta e rispettata. Margherita era felice perché avrebbe festeggiato il suo compleanno come ogni anno; con le sue amiche, con la sua famiglia, con il sole caldo, con la salsedine addosso tutta la giornata. La felicità era dovuta, così come è dovuta ad ogni ragazza della sua età. La felicità era accettata e non invidiata, da nessuno. Ma qualcuno aveva deciso che questa felicità doveva finire. Tarcisio aveva ragione, aveva visto lontano e con lungimiranza aveva capito. Solo in un particolare si era sbagliato: chi aveva domandato non l’aveva fatto per cattiveria o ignominia, né per invidia o sadismo. No, chi aveva chiesto, l’aveva fatto per innocenza perché innocente era colui che aveva domandato. Perché il potere della macchina, sempre conosciuto, sempre accolto, era diventato un chiodo fisso, una tenera, innocente ossessione. Un pensiero continuo che apparteneva a Giulio Solinas, che adorava sua sorella, che esisteva per lui. Ma le cose che non vengono spiegate come si deve rischiano di aprire varchi nella mente che, ai più, rimangono sconosciuti. Si depositano in mezzo a spazi angusti anche per i più scrupolosi. Diventano oggetto di facili interpretazioni anche da parte dei più avvezzi. La verità non spiegata adeguatamente può essere interpretata soggettivamente e da essa si possono estrapolare altrettante verità ancora meno chiare o di bassa interpretazione. Un dubbio o un’incomprensione, se non sciolto adeguatamente, può divenire fonte di ancora maggiori equivoci. “La macchina è una cosa per grandi”, aveva sempre detto Carla ai suoi figli, “mai domandare, mai chiedere fino a quando non si è diventati adulti, fin quando non si è maturi, consapevoli, capaci”. Carla ripeteva queste cose ogni santo giorno. Ma per quanto l’assunto di Carla profumasse di saggezza e andasse ascoltato, esso non corrispondeva a verità. La macchina apparteneva a tutti, e non faceva distinzioni. Non esisteva discernimento sull’origine della richiesta, e se questa arrivava ed era chiara, essa veniva accolta.

Giulio Solinas, la vigilia del compleanno di Margherita, decide di domandare e di dare, chissà, forse una lezione innocente a sua sorella, perché stava dedicando troppo tempo al suo compleanno e sempre meno tempo a lui. Perché le aveva chiesto di giocare, ma lei aveva detto che doveva ancora scegliere che costume mettersi il giorno dopo. Perché le aveva chiesto se potevano fare una passeggiata al parco ma lei doveva ancora finire di chiacchierare con la sua migliore amica. Cose di ogni giorno, cose da ragazzi, cose innocenti, che col tempo si consumano e diventano futili.

Portala via, aveva detto Giulio alla macchina, portala via, sai che scherzo, tanto ritornerà. Il tempo di domandare e sarebbe tornata. Portala via, aveva detto Giulio Solinas la notte prima del compleanno, affacciato alla sua finestra, sotto gli occhi di Assunta e suo marito. Portala via, e quando chiederemo ritornerà, si era convinto. Ma convinzione non significa verità. Portala via, aveva detto. E la macchina aveva obbedito.

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