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La macchina (ottava parte)

Solo il pensiero lo fece stare male. Tarcisio era una persona calma, pacata e, il più delle volte, riusciva a non lasciarsi prendere dallo sconforto. Anche nelle occasioni più spinose era in grado di risolvere la questione senza sollevare polveroni, sterili polemiche o discussioni nocive. Pazienza era la sua parola d’ordine. Sangue freddo, il suo baluardo. Non che in paese ci fosse bisogno di soluzioni estreme o di artifici particolari, tutto era sempre facilmente rimediabile, anche perché c’era la macchina e il resto era di poco conto. Ma quel pensiero estemporaneo, che qualcuno potesse avere domandato volontariamente alla macchina di portarsi via Margherita, lo lasciò pietrificato. E qualcuno doveva aver notato la sua improvvisa fermata in mezzo alla strada perché dal gruppetto di donne fermo al parco si alzarono commenti udibili anche fin dove era arrivato il sindaco. Tarcisio accennò solo un movimento di capo verso le donne per capire cosa stessero dicendo, per captare informazioni utili. Un cenno del capo sterile perché le donne ritornarono a parlare di ciò che tanto appassionava le loro esistenze, delle loro faccende e dei grandi problemi che le angustiava.
Il primo cittadino camminò fino alla casa della famiglia Solinas. Qualcuno serbava talmente rancore da chiedere, domandare alla macchina di portarsi via una ragazza di tredici anni? Margherita Solinas era una giovane come tante, che faceva quello che faceva ogni coetanea del paese, forse del mondo intero. Tarcisio strinse i pugni e bussò alla porta.

Carla, intenta a sfornare una teglia di ciambelline per la festa di San Salvatore, con gli occhi puntati al forno ma la mente altrove, non si accorse che qualcuno bussava alla porta. Con entrambe le mani avvolte da un canovaccio estrasse dal forno la teglia rovente e la appoggiò sul poggia pentole che era nel tavolo. L’odore della cannella invase la cucina. Rientrato da pochi minuti dal parco e attratto dal profumo, Giulio Solinas si avvicinò al tavolo sotto minaccia di non toccare niente. L’unico figlio rimasto di Carla e Franco si sedette sulla sedia e attese che sua madre gli facesse la grazia di allungargli un fondo di ciambella venuto male o troppo cotto. In alternativa avrebbe dovuto attendere la cottura della parte superiore delle stesse, l’inserimento – in ciascuno dei fondi – della marmellata di ciliegie, la chiusura delle due parti e la spolverata di zucchero a velo. Un procedimento troppo lungo perché la sua voglia di dolci potesse aspettare. Finalmente sua madre prese un fondo incrinato e invitò Giulio ad assaggiarlo. Fu in quel momento che Carla si accorse che qualcuno bussava alla porta e mandò suo figlio ad aprire. La visita del sindaco non la stupì più di tanto ma, allo stesso tempo, non le prospettò nulla di buono. Con un cenno degli occhi Carla spedì suo figlio in camera e invitò il sindaco a sedersi, scusandosi di non potergli offrire ciò che aveva appena sfornato; ma non era ancora pronto.

Tarcisio Cossu si sedette dov’era seduto Giulio ma non disse nulla. Si tolse gli occhiali, che si erano appannati, e li asciugò con un fazzoletto che portava dentro la tasca dei pantaloni. Nemmeno Carla aprì bocca, non ce n’era bisogno, aveva già capito che il sindaco non aveva niente di buono da dirle, non c’era bisogno che dicesse nulla, che aggiungesse altro. Era passato un solo giorno da quando Margherita era scomparsa ma lei si era già messa il cuore in pace: non l’avrebbe più rivista. Si era messa a sfornare dolci perché Giulio potesse pensarci il meno possibile, perché, almeno lui, potesse continuare a vivere normalmente. Suo marito era tornato al lavoro e lei era rimasta sola tutta la mattina. Nessuno era venuto a sentire come stesse o se avesse bisogno di qualcosa. Le venivano recapitati solo molti doni, facilmente recuperabili dalla macchina. Era questa la loro vita: farsi servire dalla macchina. Non esisteva possibilità altra, da quella che poteva offrire la macchina. Non c’era, e i paesani ne erano consapevoli. Ma non era importante perché non c’era cosa che la macchina non potesse fare, anche dare conforto. Tutto tranne restituirle sua figlia, a quanto poteva vedere!

«Tutto tranne restituirmi mia figlia!» disse la donna a voce alta, guardando il sindaco. Tarcisio si rimise gli occhiali.

«Non lo so, Carla, c’è qualcosa che mi sfugge e allo stesso tempo che preme dentro. Un dubbio che si fa strada e che mi fa riflettere». Carla diede le spalle al sindaco e si mise a preparare il caffè. Il rumore del getto d’acqua sulla caffettiera divenne talmente assordante che Tarcisio decise di tacere. Il sindaco sapeva bene che cosa stava pensando la donna, e quale fosse il suo stato d’animo. Sapeva che qualunque parola lui avesse aggiunto sarebbe stata inutile, superflua, amara. Nessuna delle sue ipotesi avrebbe riportato Margherita a sua madre. Anche se qualcuno avesse chiesto esplicitamente alla macchina di portarsi via la ragazza, loro cosa avrebbero potuto fare per cambiare le cose? Niente. Questo avvenimento avrebbe cambiato le loro vite, le vite di tutti i cittadini del paese e la visione stessa della macchina, o forse no? Forse sarebbe stata solo un’opportunità mancata e tutto sarebbe andato avanti come prima. D’altronde, questo era quello che stava già accadendo. Tarcisio non smise di pensare e osò anche domandarsi per quale motivo qualcuno avesse chiesto una cosa del genere, e se si fosse diffusa la notizia, altri avrebbero fatto lo stesso? Avrebbero usato così ignobilmente il potere della richiesta?

Il rumore dell’acqua era davvero assordante e il silenzio che ne seguì nel momento stesso che Carla chiuse il rubinetto fu anche peggio. La donna mise un numero indefinito di cucchiaini di caffè nella moka, la chiuse per bene e la mise sul fuoco. Prese due tazzine dalla credenza e le appoggiò sul tavolo. La sua faccia, nonostante la carnagione scura, era bianca, e i suoi occhi, neri e vuoti, sbucavano fuori come due fanali. Tarcisio non resistette a quello sguardo e abbassò il suo. E la sua mente non potè che tornare a quella realtà: qualcuno aveva chiesto alla macchina di portarsi via Margherita.

(fine?)

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La macchina (sesta parte)

Il sole era alto e caldo e Tarcisio Cossu, sindaco integerrimo, meditava sugli ultimi avvenimenti. Sulla possibilità di convocare un consiglio straordinario, o addirittura sull’opportunità di radunare un’assemblea plenaria che coinvolgesse tutta la popolazione. Aveva sentito Carla Maxìa al telefono nonostante fossero passate davvero poche ore da l’ultima volta che l’aveva vista, ma questa storia tremenda della scomparsa della povera Margherita aveva deciso di non dargli pace, di non lasciargli tregua. In anni e anni di mandato pubblico non gli era mai capitata una cosa simile; una sparizione, addirittura! Qui, nel suo amato paese, sempre sereno, sempre soleggiato, sempre avvolto dal profumo di macchia mediterranea, con il mare a due passi, con la brezza che accarezzava le loro case ogni santo giorno, con la pace di chi aveva tutto, con la consapevolezza della certezza. Un paese abituato ad ottenere ogni cosa perché la macchina era pronta ad esaurire ogni cosa. Avrebbe dovuto informare tutti i cittadini, dare una conferma ufficiale alle voci di corridoio che erano iniziate a scivolare odiosamente e pericolosamente tra i crocicchi del paese e nelle strade più impraticate. Mormorii che rischiavano di infangare il buon nome della famiglia Solinas, un passaparola che aveva dato il via ad una visione sporca della realtà, come se la colpa di tutto fosse della povera Carla, come se tutto quello che le era capitato non potesse capitare anche a ciascuno di loro. Era stato sufficiente un giorno perché tutto il paese venisse a sapere cosa era successo ma, a quanto pareva, le uniche persone che avavano visto qualcosa erano i signori Murru. Gli unici che avevano la possibilità di dare anche un’esigua informazione di ciò che era capitato a Margherita. Eppure, la possibilità che qualcun altro fosse a conoscenza di qualcosa iniziava ad accarezzargli la mente. Un piccolo tarlo si era insinuato nel suo cervello, e dalla notte appena trascorsa aveva iniziato a rosicchiare e a suggerirgli di domandare, di andare in giro per le case delle famiglie vicine a quella di Margherita e informarsi, perché non si sapeva mai, non si era mai certi di come le persone potevano reagire di fronte a certi avvenimenti. Gli venne in mente la reazione di Assunta Murru, la sua improvvisa dipartita dal gruppo, la sua fretta di lasciare l’epicentro di ciò che era accaduto, un atteggiamento che non era certo da lei e che nascondeva senz’altro qualcosa!

Tarcisio Cossu era consapevole della sua posizione, scomoda, impegnativa, importante. Lui aveva in mano le chiavi del paese e il pericolo che questo evento potesse degenerare. Lui doveva arginare ogni possibilità di disperazione o di sfiducia. A lui spettava il compito che tutto tornasse come prima; con o senza Margherita.

(continua)

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La macchina (quinta parte)

Riavutasi dal malore, Carla si alzò dalla sedia, quindi, ringraziando di cuore Peppino e Vittoria, si allontanò dalla loro casa, con tutto il seguito appresso. E adesso? Si disse, e si diressero con il capo chino verso casa dei signori Maxìa, come se questo potesse servire a qualcosa. Il sindaco si asciugava la fronte con un fazzoletto, e i due poliziotti si erano levati il cappello che li stava facendo scoppiare di caldo la testa.

Assunta Murru aveva molto da fare e con sorpresa di tutti – non era infatti normale che decidesse di non impicciarsi di qualcosa fino alla fine – lasciò il gruppo e, insieme a suo marito, rincasò. Come ogni domenica doveva preparare il pranzo per tutta la famiglia e, la sua, era una famiglia numerosa: quattro figli, con prole. Il pranzo era già fatto, intendiamoci! Il sugo alla campidanese era solo da scaldare, l’arrosto era già nel forno, bisognava solo buttare la pasta. I signori Murru non mangiavano mai prima dell’una e mezza, e nessuno dei quattro figli si sarebbe fatto vedere prima dell’una e venti; ne erano certi! Assunta guardò l’orologio, era mezzogiorno e un quarto. Efisio Murru non disse una parola riguardo alla decisione di mollare gli altri, aveva lasciato parlare sua moglie, non aveva aggiunto mai nulla al racconto riguardo Margherita, così gli era stato detto di fare da Assunta: “lascia parlare me!”, e così aveva fatto. Sempre così, faceva. D’altronde, che importanza poteva avere sapere che, affacciato alla finestra della sua stanza, ad osservare tutta la scena, quasi inebbetito, c’era anche Giulio, fratello più piccolo di Margherita? Nessuna.

Carla, entrata in casa, crollò sul divano. Era esausta. Perché stava succedendo proprio a lei? Perché? Cosa aveva fatto Margherita? Cosa aveva chiesto? Perché se n’era andata? Ogni domanda era come un pugnale trafitto alla base dello stomaco; non la lasciava respirare. Sarebbe certamente morta se non avesse trovato al più presto una soluzione. Guardò il sindaco che, nel frattempo, aveva congedato i due poliziotti e che, nonostante l’orario, aveva deciso di non lasciare da sola la famiglia Solinas.
«Si fermi a pranzo da noi» disse Carla, ostentando una tranquillità che non aveva. «Almeno avremo qualcuno con cui parlare». Tarcisio Cossu annuì e ringraziò. Cosa poteva fare anche lui, se non sostenere quella disgraziata! Tutti avrebbero saputo che Carla Maxìa aveva chiesto espressamente qualcosa alla macchina e che, per la prima volta in assoluto, la macchina non aveva risposto. Tutti. Ne era certo!
La sera stessa, Matteo Murgia, rincasato di buona lena, stanco e decisamente provato, come temeva Assunta Murru e come predetto dal sindaco, raccontò l’accaduto a suo padre il quale ne discusse con sua moglie, Gabriella Caria, che non vide l’ora di spifferare tutto alle sue amiche più intime! La macchina non aveva risposto alle richieste di qualcuno e in particolare a quelle di Carla Maxìa: la notizia si propagò alla velocità della luce.
La mattina dopo Giuseppina Tidu, madre di Cinzia (compagna di classe di Giulio Solinas), osservò la macchina con occhi diversi. Aveva domandato, sempre con la cortesia che la contraddistingueva, un piccolo regalo
– a nome della famiglia Tidu –da fare a Giulio, che avrebbe consegnato a sua madre. Era il minimo che poteva fare. Che altro, se no? Giuseppina, udito il suono della macchina, si portò verso il veicolo e senza volerlo si specchiò nel finestrino oscurato, osservò il suo volto riflesso nel vetro e, forse perché qualcosa attirò la sua attenzione o forse per le voci che aveva sentito, o forse perché così doveva accadere, si domandò, per la prima volta, dopo decenni di richieste, di desideri e bisogni esauditi, chi guidasse quella macchina. Chi diavolo fosse il conducente di quel veicolo che esaudiva ogni più piccola necessità di ogni abitante di quel paese. Che origine avesse quella macchina da sempre conosciuta. Ma prima che Giuseppina potesse darsi qualche risposta, si aprì lo sportello del baule e la donna potè prendere il presente da consegnare a Giulio. Mezz’ora dopo Giuseppina appoggiò un bacio sulla fronte a sua figlia e la consegnò al vicino di casa perché la accompagnasse al parco. Cinzia non era più in sé nella pelle, voleva vedere Giulio!

(continua)

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La macchina (quarta parte)

«Ma tu hai già chiesto, non è vero Carla?» domandò il sindaco. Tutti si voltarono verso la madre di Margherita. Lei non rispose subito e abbracciò suo figlio Giulio. Annuì. Con un gesto impercettibile, ma annuì. La signora Maxìa si alzò dal divano, diede una carezza al bambino, appoggiò uno sguardo dolce al marito e si rivolse alla signora Murru.
«Voi mi conoscete bene, Assunta, io non sono una persona cattiva. Perché mia figlia ha deciso di salire sulla macchina e di sparire? Voi che l’avete vista, com’era? Com’era in volto? Era triste? Angosciata? Era felice?» le si spense la voce in gola. Poi riprese e si rivolse al sindaco: «Perché la macchina non è venuta a riportare mia figlia come le ho chiesto? Io…io non ricordo che sia mai capitato una cosa del genere, che la macchina non abbia realizzato un solo desiderio di ogni singolo abitante di questo paese!». Il primo cittadino, Tarcisio Cossu, era fermo immobile impalato. Nemmeno lui sapeva per quale motivo la macchina avesse deciso di non farsi vedere, cosa pretendeva Carla Maxìa, che lui avesse tutte le risposte? Ne sapeva quanto lei. Non aveva mai dovuto fare cose particolari in quel benedetto paese perché c’era la macchina: pensava a tutto lei, che diammine! Ma di una cosa era sicuro: c’era qualcuno in paese che poteva rispondere. Lui certamente avrebbe sciolto quell’intricata matassa.
«Peppino Casu sicuramente saprà dirci qualcosa!» tuonò il sindaco «Lui ha quasi centodieci anni ed è la persona più vecchia in paese, pensate che si dice che abbia addirittura vissuto precedentemente all’arrivo della macchina!».
«Allora andiamo», disse Assunta, agitando le mani «cosa stiamo aspettando?».

Il gruppo si mosse come una massa unica e, senza nemmeno pensarci due volte, uscirono sotto il sole rovente. Era quasi mezzogiorno, ed era un mezzogiorno di metà agosto, quando i raggi del sole cadono a picco e sembra quasi che prenda fuoco la testa da quanto bruciano. Assunta Murru non perse tempo e si mise il fazzoletto in testa, Egidio Murru, suo marito, la seguì a ruota e indossò il berretto, Carla prese suo figlio Giulio e gli mise una mano sulla testa perché non prendesse troppo sole, il sindaco era a fianco alla signora Maxìa, mentre Franco Solinas e i due poliziotti seguivano dietro. La casa di Peppino Casu non era lontana. Era una casa vecchia, bassa e fatta di mattoni di fango, mattoni di quelli poveri, fatti così, alla buona. Si fece avanti il sindaco e bussò alla porta in legno. Vittoria Casu, figlia di Peppino, vecchia anche lei, aprì la porta, e quando vide tutta quella gente si prese paura e fece un’esclamazione in dialetto così stretto che nemmeno Assunta riuscì a capire.
«Peppino, stiamo cercando!» disse, quasi urlandole in faccia il sindaco. «È in casa?»
«Eh che cosa è successo, Dio mio! Certo che è in casa! Entrate!». La donna fece strada attraverso un cortile interno, poi attraversò una vetrata fin dentro una stanza a sinistra di un andito. Peppino era seduto sul letto, con la schiena appoggiata alla spalliera, con il telecomando in mano e con il televisore acceso a tutto volume.
«Ci sono delle persone per te!» urlò Vittoria, sempre in dialetto. Peppino cercò, non senza una tenera goffaggine, di abbassare il volume del televisore. Lo aiutò Vittoria, che di quelle cose se ne intendeva!
«Siamo venuti per parlare della macchina», annunciò il sindaco. «È sparita Margherita, ve la ricordate?» Peppino fece un’espressione stralunata. «La figlia di Carla Maxìa» continuò il sindaco, indicandogliela con la mano, «figlia di Efisio Maxia, detto zurrundeddu». Peppino guardò con sguardo interrogatorio la figlia.
«Papà, abitano dall’altra parte della strada, quella che guarda verso il mare, Zurrundeddu era sposato con Maria Melis, la sarta!».
«Ah!..eh, mi ricordo! E cosa ha fatto la macchina?» domandò Peppino, rivolgendosi al sindaco e a Carla.
«Non lo sappiamo», intervenne Carla. «Questa notte Assunta ha visto Margherita che entrava dentro la macchina e questa mattina, quando mi sono svegliata, Margherita non era nel suo letto. Non era tornata, Ztiu Peppino! Ho chiesto alla macchina che me la restituisse ma non si è fatta vedere. Mai successa una cosa del genere, che la macchina non arrivasse subito! Voi che siete così anziano e che l’avete conosciuta più di tutti…è mai accaduto che la macchina non esaudisse qualche bisogno?».
Peppino guardò in un punto verso il basso e fece di no con la testa.
«No, mai successo. La macchina ha sempre assecondato ogni richiesta che le venisse fatta! Io mi ricordo ancora quando divenne macchina. Ah!, se mi ricordo! Sono passati quasi cento anni, avevo dieci anni, e da carrozza a motore passò ad automobile vera e propria..era poi una macchina anche la carrozza, sia chiaro, solo che aveva la forma di una carrozza, e noi la chiamavamo carrozza a motore…» Peppino sospirò. «Be’, non è possibile che la macchina non ti abbia ascoltato! Proprio no!» sentenziò rivolgendosi a Carla.

La signora Maxìa per poco non svenne davanti a tutti; se non fosse stato per suo marito sarebbe di certo crollata come una pera cotta. Franco sorresse sua moglie e la fece sedere su una sedia, poi domandò gentilmente a Vittoria un bicchiere d’acqua. Assunta, intanto, si era voltata verso suo marito, a bisbigliare qualcosa sottovoce, mentre il sindaco, con la fronte corrugata, si era messo a colloquiare con i due poliziotti. Erano punto e accapo!

(continua)

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La macchina (terza parte)

«L’ho vista» disse, sotto gli occhi sgranati della madre di Margherita. «È salita sulla macchina ed è andata via, vero?» domandò a suo marito, voltandosi verso di lui e chiedendo conferma.
«Senza dubbio!» annuì lui, immediatamente.
Il poliziotto rimase a bocca aperta poi, nello stesso istante, fissò con sguardo accigliato la madre della ragazza e i due coniugi. La macchina. Non osarono dire quella parola per paura. Ma come? Perché? Carla smise di tremare.
«Assunta perché non l’avete fermata? Non siete venuta a chiamarmi? Non le avete chiesto dove stesse andando?»
«Ma…Carla», balbettò lei, per niente sorpresa di quella domanda «È salita sulla macchina!» poi si avvicinò e le appoggiò una mano sull’avambraccio.
«È tutto a posto, mia cara, se l’ha presa lei è sufficiente che tu le chieda che ti venga restituita» e sorrise. I poliziotti annuirono a quella frase.
Ma quelle parole furono davvero troppo per Carla, e il suo volto si incupì definitivamente. La signora Maxìa ricominciò a tremare, ma così tanto che dovettero accompagnarla a braccetto e aiutarla a sedersi sul divano. Franco si avvicinò in fretta e domandò cosa fosse successo a sua moglie e, venuto a sapere della macchina, si sedette a fianco a lei.

Un silenzio carico di consapevolezza scese sui presenti. Se la macchina non era in grado di restituire la ragazza, chi mai avrebbe potuto farlo? Perché così era. Carla Maxìa, alzatasi all’alba e scoperto che sua figlia non era nel suo letto, aveva cercato un po’ in giro per casa e fuori in giardino, aveva chiamato il nome della figlia a squarcia gola, ma lei non aveva risposto. Allora aveva svegliato suo marito, alla svelta, e insieme avevano continuato a cercare. Ma di Margherita nemmeno l’ombra. Carla, allora, presa dal panico, aveva fatto quello che faceva sempre, che tutti facevano sempre: aveva chiesto alla macchina. Le aveva domandato il favore che le riportasse sua figlia, ma la macchina non si era presentata. Provò suo marito, ma niente. Cosa potevano fare? A chi potevano rivolgersi se la macchina non si era presentata? A Carla venne in mente di chiamare la polizia, ma qual era il numero di telefono? Non aveva mai chiamato la polizia e non era nemmeno sicura che ci fosse la polizia in paese. Chi mai avrebbe bisogno della polizia? Si affidò a suo marito che telefonò urgentemente.

Sì, era un silenzio gravato di domande quello che opprimeva il gruppo. Domande che nessuno avrebbe voluto farsi ma che spingevano e bussavano alla porta; un bussare sempre più pressante. E quel battere diventò concreto e Carla fece cenno al bambino, che intanto si era avvicinato, messo in braccio e raggomitolato tra le sue braccia calde, di andare a controllare chi bussasse alla porta. Il sindaco entrò.
«Non so cosa dire, sono stato appena informato, ma sono certo che tutto si risolverà! D’altronde così è sempre stato e così sarà. Non c’è motivo che vi preoccupiate: non si è sempre domandato e non si è sempre ottenuto?» chiese, guardando i presenti. Ma tutti, compresi i due poliziotti, annuirono con poca convinzione. Le dinamiche della scomparsa, il silenzio della macchina e la mancanza di altre notizie importanti gettarono il gruppo nello sconforto.

Uno dei due poliziotti, quello più giovane, corse ad affacciarsi alla finestra e tutti lo seguirono a ruota. La macchina si era avvicinata ad una casa, come faceva sempre, ad ogni ora, ad ogni minuto. Dopo qualche istante, da quella stessa casa, uscì la signora Desogus. La donna aveva i capelli con i bigodini – li metteva sempre la mattina – e si asciugava le mani con un canovaccio. Con passo spedito avanzava verso la macchina poi andò dietro il veicolo, si fermò, aprì lo sportello del bagagliaio ed estrasse ciò di cui aveva bisogno. La donna era visibilmente felice. La macchina, come sempre, mise in moto e ripartì.
«Dio santo!» esclamò il giovane Matteo Murgia, poliziotto da pochi anni, madido di sudore: «È la macchina! La vediamo tutti i giorni, è con noi da sempre…non può aver fatto niente di male!». Nessuno aggiunse altro.

(continua)

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La macchina (seconda parte)

Quei vicini, gli stessi che la videro allontanarsi in piena notte, accorsero la mattina dopo in casa di Margherita attratti dalle urla della madre e dal suono delle sirene della polizia: la donna aveva trovato il letto della figlia vuoto. Tredici anni, era l’età di Margherita, e proprio il giorno del suo compleanno era sparita senza dare spiegazioni, senza far sapere dove sarebbe andata o cosa avrebbe fatto della sua vita. Ma qualcuno aveva visto la macchina e Margherita salirci a bordo.

I signori Murru si accostarono alla signora Solinas in silenzio, vergognandosi un po’ di se stessi perché non era certamente da buoni vicini un tale comportamento: non chiedere ad una tredicenne dove mai stesse andando a quell’ora della notte. Se solo gli abitanti del quartiere avessero saputo che loro avevano visto e che erano rimasti inerti! Ah! Se fosse successo, non avrebbero più avuto la faccia di farsi vedere in giro. Troppa sarebbe stata la vergogna. Mamma mia! Ma cosa avrebbero dovuto fare?…era la macchina! Timidamente guardavano la donna che parlava in lacrime ai poliziotti, poi spostarono lo sguardo verso l’ingresso della stanza della ragazzina e intravidero il letto disfatto. Il signor Solinas e il figlio più piccolo erano di fronte ad un altro poliziotto che prendeva appunti. Nessuno, da quanto si poteva capire, era al corrente di quali motivazioni potessero aver spinto Margherita ad uscire durante la notte, e certamente era da escludere che qualche estraneo fosse entrato in casa. Gli agenti di polizia erano disperati, non avevano mai avuto a che fare con qualcosa del genere e sinceramente non sapevano a quale santo aggrapparsi.

Carla Maxìa, sposata con Franco Solinas, aveva quasi quarant’anni e con la mano destra non faceva altro che asciugarsi le lacrime. A stento riusciva a comunicare con il poliziotto e più di una volta doveva fermarsi per prendere il respiro e per non rischiare di crollare. “No”, continuava a ripetere ai poliziotti, “lei non sapeva nulla, non aveva litigato con la figlia, non avevano discusso, andavano d’amore e d’accordo. Oggi avrebbero festeggiato il compleanno tutti insieme”, insisteva. Non sapeva più come spiegarlo!

I signori Murru fecero un giro per la casa, avevano paura di dire ai genitori di Margherita che sapevano cosa aveva fatto la loro figlia la notte appena trascorsa, che erano a conoscenza con quale mezzo si era allontanata, ma forse proprio quel sapere era la causa dell’indecisione. Erano in dubbio se intervenire, perché l’imbarazzo era davvero troppo. La macchina, continuavano a ripetersi. Ma come? Una sottile convinzione che non fosse compito loro informare la polizia di ciò che era successo si insinuò nella loro mente. Certo, se Margherita aveva deciso di entrare dentro la macchina…be’, un motivo doveva esserci. Un perché! Che diritto avevano loro di mettere in discussione la decisione del guidatore. Era la macchina! Assunta Murru restò incollata al suo posto con lo sguardo colmo di fastidio per ciò che sapeva, con un dolore amaro e profondo nei confronti di Carla e con il pensiero rivolto a Margherita. Cosa doveva fare? Concedersi al pubblico ludibrio o cercare di lenire in parte la sofferenza di questa povera donna? Perché se avesse parlato, lo sapeva, il poliziotto avrebbe preso appunti. Conosceva bene quel ragazzo, figlio del dottor Murgia, medico curante di lei e di suo marito, che certamente ne avrebbe parlato con suo padre che, a sua volta, avrebbe raccontato tutto alla moglie, Gabriella Carìa. Quella donna era peggio di un altoparlante e avrebbe spifferato tutto certamente. Be’, Assunta Murru si morse un labbro inferiore, il dolore era troppo grave perché osasse solo pensare di tacere. Di fronte a Carla Maxìa, una delle sue vicine più care, che era sempre stata pronta quando lei aveva avuto bisogno di qualcosa e…Margherita, delicato fiore amato da tutti…no, la signora Murru non poté esimersi. Fece cenno al marito di avvicinarsi e chiese il permesso di intervenire.

(continua)

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La Macchina (prima parte)

Un’angoscia funesta, di quelle che ti svegliano di notte, che ti avvolgono e non fanno respirare, obbligò Margherita Solinas ad aprire gli occhi e a mettersi seduta. Sebbene avesse un sonno pesante e difficilmente si svegliasse durante la notte, si vide costretta ad alzarsi e ad affacciarsi alla finestra con il cuore in gola. Il cielo era stellato e una delicata brezza marina le rinfrescava il viso sudato. Il respiro era pesante e il volto angosciato. Margherita non sapeva quale fosse l’origine di così tanta ansia ma non aveva dubbi su ciò che avrebbe dovuto fare, e non attese oltre. Indossò i pantaloni appoggiati sulla spalliera della sedia, la maglietta che aveva appallottolato e lanciato sulla scrivania, agguantò gli infradito e si diresse verso l’ingresso in punta di piedi. Prima di uscire si voltò verso la camera dei suoi genitori e di suo fratello poi ruotò lentamente il pomello della porta, la aprì e uscì.
La macchina
, grande, pulita e in attesa, era parcheggiata di fronte all’ingresso del giardino. Margherita vi si accostò lentamente, senza mai distoglierle lo sguardo. Quando mancavano solo pochi centimetri, si aprì uno sportello e lei vi entrò. Non successe nient’altro. Dopo qualche secondo la macchina mise in moto e si allontanò dalla casa sotto lo sguardo incredulo di alcuni vicini nottambuli.

(continua)

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L’equivoco (ultima parte)

La creatura guardò gli esseri viventi uno ad uno, e comprese che chi aveva di fronte forse non era a conoscenza del suo stesso sapere. Non possedeva sentimenti che lui aveva provato o condizioni che lui aveva sperimentato. Poiché l’amore, per loro, era sempre stato presente. Dall’amore erano stati partoriti e, con molta probabilità, vi sarebbero tornati. Quegli esseri avevano detto di essere creature amate e felici, sin dal principio. Ma davvero erano consapevoli di cosa fosse o non fosse la felicità? No, certamente, loro ne erano solo convinti perché quella condizione era stata loro donata senza nulla in cambio. La creatura tornò in sé.

«Ce l’hai davanti» rispose, senza dubbi. «Io sono ciò che tu mi hai chiesto. Sono ciò che di più solo possa esistere o si possa trovare. Io sono la solitudine. Ho conosciuto cosa significa l’assenza di ogni cosa, anche di me stesso. Mi sono perso e ritrovato nella stessa misura e con la stessa frequenza con la quale è cambiato questo mondo. L’abbandono è uno stato che forse non conoscerete mai, perché chi vi ha dato la vita ha deciso così per voi. La beatitudine emerge dal vostro sguardo, è palpabile, e i vostri occhi non mentono. Perché mi domandate queste cose? Non dovreste! Come, certamente, non dovreste parlare con me. Ho sbagliato io a manifestarmi a voi e voi mi avete dato corda, illudendomi che avrei potuto essere diverso da ciò che sono».
«Ti preghiamo, non smettere di parlare con noi, perché tu possiedi la verità che può aprirci a questo mondo. Perché il nostro agire con te non è solo adorazione e lode, ma è stupore; è altro, oltre ciò che siamo e per cui siamo stati creati. Nessuno ci ha obbligati a parlare con te, noi stessi lo abbiamo deciso di nostra spontanea volontà e liberamente».

Libertà. La creatura rifletté su quella parola che era diventata una vocazione, un obiettivo, il fine ultimo. Lo aveva cambiato, il suo scopo, e questo era diventato uno stato che non gli apparteneva, ma che lui aveva cercato con foga e desiderio e che, infine, aveva trovato. Ripensò a quanto aveva dovuto patire per poter abbracciare quella condizione ma, innanzitutto, aveva dovuto imparare a conoscere. Sì, aveva dovuto rinunciare e abbandonare, per poter essere libero. Questi esseri parlavano di libertà, ma fino a quando non avessero rinunciato a loro stessi non sarebbero mai stati liberi. Forse avrebbe dovuto dirglielo, informarli di questa tremenda verità; o forse no. Avrebbe potuto lasciarli così per l’eternità. Beati, e inconsapevoli che la libertà di cui loro parlavano con tanta sicurezza era in realtà un illusione.

La creatura guardò un punto in alto da sé, quasi volesse scrutare al di là del manto celeste, e si domandò se colui che aveva portato a compimento tutto ciò li stesse osservando. Certo che sì, ammise.
«Liberamente?» domandò, rivolgendosi agli esseri «Come potete parlare di libertà? Voi non conoscete e, per questo, non siete liberi! Siete neofiti e come tali avete ancora tanto da capire e da scegliere. Ma non sceglierete, perché la scelta implica la conoscenza e voi non conoscete. Perché nel momento in cui doveste fare una scelta sicuramente rinneghereste voi stessi. Siete pronti per farlo? Rinuncereste ad essere creature amate in cambio della possibilità di scegliere? Ditemi, volete conoscere o siete già sazi di ciò che possedete?»

In attesa che gli esseri rispondessero, la creatura volse lo sguardo oltre di essi per rendersi conto che il mondo che li circondava era pervaso da una coltre di tranquillità e beatitudine. Qual era lo scopo di così tanta bellezza? Che senso aveva quella terra, il vivere per sempre? Era forse questo il fine di tutto? Quel paradiso era forse arrivato alla fine? Cercò di scavare dentro il suo essere e scrutare informazioni che potessero risolvere quell’enigma ma anche la sua grande e totale conoscenza di quel mondo non gli permisero di trovare soluzioni. Perché le risposte, e ne era consapevole, non potevano essere intrinseche al mondo stesso. Forse erano celate talmente bene da non poter essere trovate, o forse erano semplicemente contenute da un’altra parte; in attesa di essere rivelate chissà quando e come. E lui avrebbe mai avuto accesso a quelle verità, o avrebbe vissuto per sempre nell’inganno di se stesso?
La creatura indugiò lo sguardo su quegli esseri che si era trovato di fronte. E ne comprese la fragilità. Sapeva bene che senza la protezione di un dio osservatore loro avrebbero agito diversamente e che, senza controllo, la parte più oscura del loro essere sarebbe emersa con forza. Si domandò, ancora una volta, se avesse fatto meglio ad andare via, a dimenticarli e a costringersi nuovamente ad una vita di solitudine. Sarebbe tornato nelle viscere della terra che con con tanto amore lo avevano accolto agli albori. Ma la risposta di uno di essi terminò la sequenza di pensieri.
«Sì, vogliamo conoscere.» dissero consapevolmente.
«No!» incalzò la creatura, pentitasi della sua proposta «Perché quando dovesse succedere, sarei additato io come vostro persuasore. Mia sarà la colpa della vostra ingordigia di conoscenza. Perché colui che vi ha creati non ve ne ha mai parlato? Perché non vi ha dato il sapere che la vostra stirpe merita, lasciando a me questo gravoso compito?» E si bloccò. Dunque era questo il fine del suo esistere? Il perché della sua creazione? Consegnare la conoscenza. Insegnare cosa sia il bene e cosa il male? Questo avrebbe dovuto fare? Dannarsi per l’eternità? Bene, si disse, se così dev’essere così sarà. La creatura annuì.
«È vero che Dio ha detto: non dovete mangiare di nessun albero del giardino?»

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L’equivoco (quinta parte)

Il tronco sul quale erano appoggiati gli esseri era stabile, così si immerse in esso per poi riaffiorare dall’alto. Si mostrò.
«Sei tu?» domandò uno di essi, quasi con diffidenza.
La creatura restò sgomenta, senza parole perché non si aspettava una domanda. Sono io? Si chiese a sua volta, nel cervello, con la stessa intonazione con la quale gli era stato domandato da quell’essere. Sei tu? rimbombò ancora dentro la sua testa, come se fosse un osso cavo. Perché una domanda del genere? Che fossero già a conoscenza della sua presenza primordiale? Che Lui li avesse messi in guardia? E se avesse intimato loro di stargli lontano e di non avere alcun tipo di rapporto con lui? Allontanò quell’eventualità, non perché non fosse possibile, se non probabile, ma perché troppo dolorosa.
«Sono io,» rispose, quasi con timore «ma non colui che pensi tu. Sono un altro, sono il primo.»
«Il primo?» domandò l’essere.
«Sì, il primo di una stirpe. Il primo che è in grado di conoscere. Che ha osservato l’origine di tutto ciò che vedi,
cosa ha scatenato tutto, e che ha provato sulla propria pelle la trasformazione. Sono il primo. E tu chi sei?»
«Io sono una creatura amata, e sono libera di muovermi, ovunque e per sempre. Ho l’immortalità in me, e la felicità mi è compagna da sempre, e così lo sarà. Siamo noi. Siamo esseri di questa terra, creati per abitarla».

La creatura avanzò e si sedette a fianco a loro, ed essi gli fecero spazio perché capirono che potevano comunicare con lui.
«Raccontaci di questo mondo, perché possiamo conoscere la vita e cosa è stato prima di noi. Parlaci, perché con te è piacevole discorrere»
«Perché parlate così?» ribatté la creatura «Non mi conoscete, come potete saperlo?»
«Nessuna, delle creature che abbiamo conosciuto su questa terra, ci ha mai parlato in questo modo o ha risposto alle nostre domande come tu hai appena fatto. Gli esseri viventi che ci circondano ci adorano come dei, ci amano e fanno tutto ciò che chiediamo loro, ma con noi non comunicano, non lo fanno come desidereremo che facessero» e si alzò dal tronco sul quale era seduto. «Ti prego,» disse, indicandogli un sentiero «cammina insieme a noi!». La creatura annuì.

Avanzarono uno a fianco all’altro per un tempo indefinito, discorrendo di ciò che li circondava e dei desideri che riempivano la loro testa e che tentavano di emergere. La meraviglia e lo stupore li accompagnavano come due amici a braccetto. Gli esseri sommersero la creatura di domande, ma la loro sete sembrava inestinguibile. La loro non era un’arsura provocata, solo non sapevano di averla. E di fronte ad una fonte così traboccante non poterono che dissetarsi. La creatura raccontò la sua storia, di come e perché fosse finito su quella terra. Narrò della sua solitudine e di come attendesse il loro arrivo, e si stupì di quanta conoscenza fosse in grado di elargire. Così come essi sembravano avere una bramosia e una curiosità illimitata, così in lui pareva non arrestarsi mai la possibilità e il bisogno di insegnare.

«Cos’è la solitudine?» domandò uno di essi.
La creatura non rispose subito. E in quel momento si rese conto di quanto la sua vita fosse stata triste e assente. Di come tutto ciò che era accaduto gli fosse scivolato sopra, e di come non avesse mai potuto comunicare a nessuno i suoi stati d’animo. Si era nutrito della sua stessa solitudine per milioni di anni, divenendone l’incarnazione stessa. Aveva comunicato con se stesso senza avere la possibilità di esteriorizzare ciò che era e che possedeva. Ma era uno stato, il suo, che egli stesso aveva voluto, fortemente. Aveva rinunciato ad una beatitudine perché il desiderio di conoscenza era diventato così pressante da non poterne sopportare più la mancanza. Perché conoscere gli avrebbe dato la libertà che aveva sempre desiderato. Una libertà autentica, fatta di scelte, di ripensamenti, di cadute e di dolore.

(continua)

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L’equivoco (quarta parte)

Sconsolato e sazio della sua solitudine, decise di rialzarsi e camminare. Avrebbe potuto cercare di comunicare con chi l’aveva gettato via e fatto cadere nel vuoto, ma prendere quella decisione avrebbe significato arrendersi, ammettere di aver sbagliato e riconoscere che non esiste vita senza di Lui. Come fare, allora, per cercare di oscurare quel sentimento e quella necessità impellente di comunicazione? Scosse il capo e tentò, per quanto fosse in suo potere, di ricusare quel pensiero; non avrebbe ceduto. Chi l’aveva cacciato non era mai stato menzognero, mai. Perché avrebbe dovuto esserlo questa volta.

L’ospite continuò a vagare senza una meta sulla superficie di un mondo che era diventata la sua casa. Vagò e vagò ancora per milioni di anni fino a quando, con sua meraviglia, degli esseri viventi mai visti prima, che non si muovevano come i precedenti organismi e che, diversamente dagli altri, avevano lo sguardo assettato di sapere, comparvero sulla terra. Possibile che fossero loro? si domandò stupito. La creatura si nascose. Ora che aveva la possibilità di comunicare, si fece indietro. Quegli esseri viventi parlavano tra di loro e con qualcun altro, certamente erano in grado di comprendere anche lui. Erano disponibili a ricevere la conoscenza ed avere la sua amicizia? Non poteva emarginarsi proprio ora, aveva aspettato così tanto tempo che arrivassero, e finalmente era successo: l’essere annunciato sin dagli albori dell’esistenza si era mostrato. Mise a bada l’eccessiva euforia e l’esagerato eccitamento che quel pensiero produsse, e attese in silenzio. Decise che li avrebbe osservati. Sì, prima di mostrarsi li avrebbe scrutati e conosciuti di nascosto.

Era meravigliato. Estasiato dalla grandezza dei nuovi arrivati. Il loro esistere non sembrava dettato da un istinto animale bensì ponderato e ragionato. La causa prima che muoveva il loro agire non era pura istintualità e bramosia di mangiare o possedere, no, era qualcosa che andava oltre. Come se dietro ogni gesto ci fosse un disegno ben preciso. Come se, ad accompagnarli, ci fosse un’alterità altra rispetto a ciò che quegli ‘esseri stessi mostravano. Eppure, ne era certo, loro non erano come lui: erano diversi. I viventi che si erano manifestati erano caduchi. Ne era sicuro. Forse destinati ad un’immortalità futura, ma non presente. Cosa cercavano nel loro esistere? Cosa volevano diventare? Qual era la loro visione del mondo, che scopo avevano? Queste ed altre domande iniziarono ad affollargli la mente e ad attendere risposta. Oh, se solo avesse potuto mostrarsi. Se solo avesse la possibilità di comunicare con loro! Si spostò.

La creatura che volontariamente si era nascosta nell’ombra tentò di scrutare ancora più attentamente i nuovi arrivati ma, per farlo, ne era consapevole, doveva avvicinarsi. Si immerse nell’ombra di una pianta, per poi muoversi tra i cespugli. Avanzò dietro alcuni arbusti e strisciò dietro una roccia. Il suo essere provò a celarsi e a muoversi di soppiatto. Facendo silenzio, si allungò e si restrinse fino ad assumere una forma oblunga e sinuosa. Li vide da lontano: erano là, immobili, che conversavano. E lui avanzò.

(continua)

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