Anamnesys – 2°capitolo:odori

Se la povertà avesse un odore avrebbe quello della casetta. Frate Luke ne era consapevole. Lo era ogni qualvolta vi entrava. Ogni giorno.
Ogni volta che varcava la porticina e che veniva a contatto con la puzza – perché di ciò si trattava –, il giovane frate annuiva e confermava a se stesso quella sensazione; quella certezza. Tanfo di cibarie cotte misto a sporcizia. Sporcizia umana, di uomini e donne che si lavavano poco o niente. Un odore intenso che aveva impregnato ogni angolo della casetta. Uno spazio in cui venivano accolti i poveri che si avvicinavano per ricevere un pasto caldo. Una casetta sempre pulita ma intrisa di un odore che stagnava e che non andava via, perché era quello della povertà. Se la povertà avesse un odore…si ripeteva Luke, avrebbe questo. Sì, ne era cosciente perché era lui che ogni giorno portava da mangiare ai barboni. Qualche frate, ogni tanto, con malavoglia, lo sostituiva, ma era lui che se ne occupava e che stimolava gli altri a occuparsene. La povertà non era una cosa bella. Almeno non quella concreta, non quella che vedeva lui e con la quale veniva a contatto. Non la povertà di quelle persone, che non poteva più definirsi tale. Miseria, era divenuta.
Con questo pensiero Luke avanzò con i piatti di minestra in mano e si avvicinò al tavolo al quale erano sedute cinque persone: tre uomini e due donne. Quegli individui sorrisero al frate perché lo conoscevano bene. Lui rispose al sorriso e porse i piatti a due di loro.
«Ora vi porto anche gli altri», disse. «Un attimo solo».
Uscì dalla casetta e respirò a pieni polmoni l’aria fresca, pulita, sana. La casetta si trovava dentro il parco del convento, una cinquantina di metri più in là della casa dei frati vera e propria. Un posto raggiungibile solo dall’esterno, non collegato alla struttura madre. Una distanza quasi simbolica, che sembrava sottolineare che la povertà, quella vera, era qualcosa di lontano, di non appartenente. Qualcosa di distante; quasi da temere. Un luogo che il superiore aveva allestito perché chi ne sentiva necessità potesse avvicinarsi e mangiare qualcosa. Le stesse cose che mangiavano i frati. Niente di più, niente di meno.
Erano sempre le stesse persone. Difficilmente arrivava qualcun altro che non fossero loro. Luke lo sapeva bene e ormai aveva imparato a conoscerle. E le conosceva davvero. La storia e le vicissitudini di ognuno di loro erano diventate anche le sue. Se n’era fatto carico così come si era fatto carico del loro sostentamento.
Frate Luke arrivò in cucina e prese altri due piatti.
«Sta’ attento» gli disse frate William.
«Attento a cosa?» domandò Luke.
«Non si sa mai», aggiunse il confratello.

Il giovane frate fece spallucce e si diresse verso la casetta, facendo bene attenzione a non rovesciare nulla. Ancora un altro viaggio, rifletté, e tutti avrebbero mangiato il primo. Quando entrò, li trovò che litigavano per il mangiare. Luke si avvicinò senza dire una parola, e quando gli altri lo videro smisero all’istante. Il gruppo abbassò gli occhi, dalla vergogna, perché tutti si rendevano conto di ciò che stavano facendo e dell’inutilità del loro agire. Avevano lo sguardo basso. Luke non disse nulla, non aprì bocca ma non fu necessario. Con tutta calma porse i due piatti alle due donne e uscì di nuovo. Ancora uno, pensò. Ancora uno. Nel tornare in cucina ripensò al perché di tutto ciò che stava facendo e a cosa potesse servire il suo agire. Cosa avrebbe aggiunto di più a quelle persone; sempre loro e soltanto loro! Ma cosa poteva fare di diverso?
Varcò ancora la soglia della cucina, frate William gli porse l’ultimo piatto senza aggiungere nulla. Luke uscì e accelerò il passo, voleva arrivare in fretta, non voleva che nascessero altri scontri; altri litigi tra i componenti del gruppo. Guardò verso l’alto e osservò le nuvole nere che si accarezzavano tra loro e inspirò ancora profondamente. Non aveva ancora mangiato, l’avrebbe fatto più tardi, nonostante la fame pungente. Ripensò a quando aveva iniziato con i poveri. A come non si limitasse a portare da mangiare, ma avesse deciso di unirsi a loro per il pasto. Quel ricordo gli provocò un sapore amaro in bocca. Dopo qualche tempo gli fu impedito di continuare e ordinato di ricominciare a mangiare insieme ai frati. Ordini dall’alto. Ancora adesso, dopo diversi mesi, non riusciva a comprenderne la reale motivazione ma, perlomeno, aveva smesso di domandarselo. Forse codardia. Forse no.
Frate Luke entrò ancora nella casetta e fece nuovamente i conti con l’odore penetrante. Sorrise, per nascondere il disagio, e porse l’ultimo piatto che gli restava.
«Buon appetito, tornerò per portarvi il secondo» annunciò. E si congedò dal gruppo. Per il momento, la sofferenza era finita. Uscì.
Mentre camminava ripensò al giorno prima. Al capitolo, alle parole di padre Jonathan e a quelle del suo superiore. Ripensò alla sua vita, che sarebbe cambiata. Cambiata completamente.
Probabilmente non avrebbe più rivisto quei volti, quelle storie di povertà. Forse avrebbe conosciuto altre persone. Certamente, sì. Certo, si disse.
Prima di entrare guardò ancora verso l’alto e gli parve di scorgere una macchia azzurra. Non vedeva il cielo aperto da giorni. Non vedeva il sole da tempo. Aprì la porta ed entrò in convento. Passò dalla cucina e salutò con gli occhi frate William che gli porse un piatto di minestra calda. Prese il piatto in mano e quasi ebbe la tentazione di rispondere alla domanda che lo sguardo del confratello gli poneva: perché lo fai? Ma non lo fece. Non rispose. Non avrebbe potuto. Luke accennò un sorriso e ringraziò il confratello, poi andò in refettorio e si sedette al suo posto. Consumò il pasto alla svelta, come chi non ha tempo da perdere, come se il nutrimento del corpo non lo riguardasse da vicino. Lo consumò sotto gli occhi dei confratelli. Scambiò uno sguardo con Matt e con Mark ma non si fermò oltre. Tornò in cucina e fu investito dall’odore della carne cotta al vapore. Si stizzì inaspettatamente e gettò lo sguardo verso cinque piatti colmi di stufato con patate. Anche i poveri avrebbero mangiato la stessa cosa. Ne prese due e uscì dalla cucina per dirigersi alla casetta di accoglienza. Ricordò con la mente l’odore che avrebbe sentito da lì a poco e si ritrovò a trattenere il respiro. Era l’odore della povertà. E lui non aveva quell’odore. Una fitta alla base dello stomaco lo costrinse a fermarsi. Trasse un respiro profondo ed entrò.
«Stufato di carne e patate» annunciò a voce alta col sorriso sulle labbra.
«Anche oggi?» si lamentò il più anziano dei cinque, mentre l’uomo che gli era accanto gli mollava una gomitata nel fianco. Luke lo fulminò con gli occhi.
«È la stessa cosa che mangiamo noi!» e chiuse la questione.
Era troppo lontano da loro, se ne rendeva conto. Lontano dalla loro vita. Non viveva con loro. Avrebbe voluto farlo, certo. Avrebbe voluto sentire la loro povertà dentro, condividerne le paure, lo stesso timore che la vita fosse solo quella. Che la felicità fosse solo un piatto caldo di minestra o il solito stufato di carne e patate. Una vita senza nulla. Priva di ogni cosa, anche dei sogni. Priva di un futuro vero. Sentiva questa urgenza di conoscenza. Questo, lo aveva spinto anni prima a entrare in convento. Questo, gli aveva sempre ispirato leggere racconti sul santo di Assisi. Per lui era una cosa normale. Era la libertà. La povertà era la libertà. Ma quella era miseria, si ripeteva. Era miseria. Fame. Ma tra qualche giorno tutto sarebbe cambiato, si disse. Avevano ottenuto il permesso. Lui e altri due frati. E avrebbe conosciuto la vita vera. Quella che aveva deliberatamente abbandonato per trovarne una nuova. Sarebbe rientrato nel mondo reale. Con una veste nuova, con un compito nuovo, con una missione nuova e con uno sguardo diverso. Più attento. Più profondo. Più vero.
Luke si rese conto di essersi imbambolato a navigare tra i suoi pensieri di fronte ai cinque. Il gruppo aveva fame e doveva portare ancora tre piatti. Tornò in sé e uscì dalla casetta. L’odore della pioggia lo avvolse. Un odore forte di terreno bagnato, di erba umida. Un profumo che amava perché era l’odore della sua terra. Tornò in cucina con troppe domande e cercò di dirimere un groviglio di riflessioni intricato. Frate William gli porse i piatti e lui li agguantò con sicurezza. Uscì dalla porta ma a metà tragitto il peso del suo riflettere, o un piede messo male gli fece perdere l’equilibrio e rovesciare uno dei due piatti a terra. Idiota!, si disse.
Lasciò il piatto lì e portò l’altro dentro la casetta. Non si fermò se non il tempo di consegnarlo e uscì di corsa. Tornò dove gli era caduto il piatto, lo raccolse e cercò di risistemarvi dentro tutto il contenuto, poi si diresse verso il cestino della spazzatura e lo buttò dentro. Tornò in cucina e prese altri due piatti.
«Perché ne prendi due?» domandò subito frate William, «non sono in cinque?»
«Oggi mangio il secondo con loro».
«Non puoi, lo sai, padre Gustav te l’ha proibito!».
«Solo oggi. Glielo dirò dopo».
«Affari tuoi», sentenziò il frate cuoco.
Luke attraversò il parco e si diresse alla casetta, consegnò i due piatti mancanti ai due uomini e attese che lo mangiassero. Rimase lì, immobile. Osservandoli, ascoltando ciò che dicevano e intervenendo solo raramente. Quando i cinque terminarono di mangiare, buttarono tutto dentro un sacco che Luke aveva sistemato vicino alla porta. Il loro pranzo era terminato. Salutarono il frate, e in fretta e furia uscirono dal cancello in ferro battuto che era sempre chiuso ma che per quell’ora era rimasto aperto. Luke li seguì fino al piazzale della chiesa e lasciò che andassero ciascuno per la propria strada. Provò a immaginare cosa avrebbero fatto tutto il pomeriggio, e poi la sera, e la notte. Dove avrebbero mangiato ancora qualcosa di caldo, cosa avrebbero vissuto. Pensato. Rientrò dentro il parco, poi dentro la casetta. Passò uno straccio bagnato sulla superficie del tavolo e diede una spazzata veloce al pavimento. Rimise a posto le sedie, uscì e si chiuse dietro la porta.

Nel tragitto verso la cucina si fermò dove era caduto lo stufato e fece in modo di coprire bene ciò che era rimasto. Ogni scusa era buona per non dare loro da mangiare. Ogni scusa. Ogni errore. Se avesse detto che gli era caduto un piatto avrebbe attirato su di sé e, indirettamente verso il gruppo della casetta, le ire di frate William. Forse l’avrebbe accusato di stare a coprire la loro malaccortezza e avrebbe alimentato i sospetti su di loro. William si era appropriato del cibo e di ciò che cucinava. Era affare suo e aveva deciso di dettare legge su tutto ciò che lo riguardava. La cucina era il suo regno, la sua vita. Poteva, la cucina, diventare la vita di un religioso? Poteva! Aveva fatto bene a nascondere il fatto. Un semplice incidente, che sarebbe potuto accadere a chiunque; anche a lui.
Ma tutto questo sarebbe finito tra qualche giorno, si rinfrancò. Finalmente non avrebbe più dovuto nascondere, avrebbe abbracciato liberamente la vita vera. La sua vocazione. Non avrebbe più mentito a se stesso. Agli altri.

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Al quarto giro

Mi è successo nel pomeriggio, e credo di essermi accorto di lui al quarto giro.
Ero intento a leggere Il mestiere di scrivere di Raymond Carver, un libro che ho divorato. Un testo prezioso per chiunque abbia il sogno di scrivere qualcosa di importante. Ero lì, seduto su una panchina nel parco dietro casa mia, sul ciglio del percorso pedonale, e lui è passato talmente vicino che una goccia del suo sudore è andata a finire sul mio ginocchio scoperto. Come poteva non esserlo (scoperto), c’era un caldo infernale e per essere il 6 di settembre, potete credermi, era un caldo infernale. Io non vado mai a leggere al parco, è una cosa che non sopporto. Al parco ci sono le persone che vivono come se fossero da sole in questo mondo. Parlano a voce alta come se tutti fossero sordi. E poi ci sono i bambini…al parco ci sono i bambini. No, non è il posto adatto per leggere, il parco.

Alla fine di Orientarsi con le stelle ho sentito quella sensazione di bagnato che sai non essere tua, e ho alzato lo sguardo. Una goccia era arrivata sul mio ginocchio. Credo di essermi bloccato in quel momento. Il ragazzo mi ha sorpassato velocemente e ha continuato la sua corsa, è andato dritto, e mi sono ritrovato a seguirlo con lo sguardo e a posare gli occhi sui suoi polpacci ben definiti. Ma poi è scomparso, ha girato l’angolo e ha continuato a correre. Io sono tornato al mio libro e più leggevo più rimanevo esterrefatto dalla passione dello scrittore. La sua visione del mondo, la sua storia, le sue pause, i suoi problemi…mi rispecchiavo totalmente in lui e condividevo completamente ciò che lui considerava scrittura creativa. Ero completamente preso, ma tra una riga e l’altra, non so perché, attendevo che ripassasse il ragazzo di prima. Lo stavo aspettando. Finito il capoverso, ho sentito qualcuno correre verso di me, l’ho guardato di sbieco, era lui. Credo che mi abbia guardato anche lui. Sì, ho avuto quella sensazione. Mi ha guardato. Di nuovo.

Ho ricominciato a leggere quasi subito, ma nello stesso istante inizio a percepire qualcosa di strano. Sento che la concentrazione si affievolisce. Alzo gli occhi, per poi riabbassarli immediatamente. Leggo ancora qualche riga ma dopo qualche istante inizio a guardarmi attorno. Più in là, su una panchina, due donne conversano tra loro. Una è rivolta verso di me, sembra che mi guardi ma in realtà parla con l’altra. La donna è bionda e con due occhi antipatici. Mentre parla con l’amica continua a gettare sguardi fugaci verso di me. No, parla con l’amica.
Abbasso ancora gli occhi e ricomincio a leggere, ma mi viene in mente che da un momento all’altro sarebbe passato il ragazzo. Mi volto e passa proprio in quel momento. Questa volta, non faccio nemmeno finta di guardarlo distrattamente e comincio a fissarlo. Lui ricambia ma passa dritto con il suo respiro veloce, con lo sguardo concentrato, i capelli biondi bagnati, il sudore che gli cola dalla fronte, la canottiera umida e i muscoli tirati. Mi guarda di sottecchi. Ripasserà!, mi sono detto. Devo solo aspettare che faccia il giro e potrò guardarlo ancora. Infilo il dito in mezzo alle pagine del libro e respiro profondamente. Ripenso a ciò che ho letto e provo a non pensare al ragazzo che corre. Il caldo adesso dà meno fastidio, e intanto un vecchietto si siede sulla panchina opposta alla mia. Mi innervosisco, come ogni volta che qualcuno si siede vicino a me. Con tutte le panchine…, mi dico. Proprio in questa…va be’! Mentre osservo il vecchietto riecco il ragazzo. Lo fisso e lo seguo con lo sguardo, ma noto che il vecchietto ha osservato tutta la scena. Distolgo lo sguardo da lui e riapro il libro. Per colpa di quel vecchio ho perso il passaggio del giovane. Il ragazzo fa finta di niente e continua a correre come se niente fosse. È già oltre. Gira l’angolo, come se io non fossi lì e non bramassi di rivederlo. La donna dai capelli mi guarda e sorride con la tipa che ha di fronte. Non c’è proprio nulla da ridere, mi dico. Bah, saranno fatti suoi!

Basta. Decido che avrei smesso di leggere e che mi sarei concentrato sul ragazzo certamente sarebbe passato ancora. Intanto arrivano altre persone che fanno jogging, ma non mi interessano. Mi importa solo di lui. Forse avrei potuto fare di più per farmi notare. Alzarmi in piedi, che ne so! Stirarmi o fare qualche movimento importante. O addirittura mettermi a camminare seguendo il suo percorso. Certo!

Chiudo definitivamente il libro e mi alzo in piedi. Con andatura lenta – molto lenta, – mi avvio. Guardo l’orologio e penso che da un momento all’altro avrei sentito il suono delle scarpe sull’asfalto avanzare verso di me. Sarebbe arrivato da dietro e mi avrebbe sorpassato. Avevo il batticuore. ero emozionato. Sì, avevo il batticuore per una persona che nemmeno conoscevo, Dio santo! Il sole stava calando e si stava bene. Cammino ancora ma il sole cala troppo in fretta. Io cammino, sempre nella stessa direzione. Avrei potuto richiamare la sua attenzione con una scusa, penso. Idea perfetta. Una scusa. Cammino ancora e ripenso al sudore del suo viso e ai capelli bagnati. Agli occhi neri e ai muscoli tirati. Alle gambe forti e al viso concentrato. Un brivido mi sale dal fondo della schiena. Cammino ancora e non mi fermo, ma il sole si abbassa e quasi non si vede più. Non si vede più.

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Il bianco e la sete (ultima parte)

Ma forse così doveva essere. Se ne rendeva conto. Nessuno era in grado di placare quel bisogno, nemmeno lei. E come avrebbe potuto? Non era riuscita nemmeno con se stessa. C’era voluto tanto tempo: una vita. E ora, al termine della sua vita, aveva capito. L’aveva riconosciuta, e l’aveva incontrata nel futuro. Se solo avesse potuto fare qualcosa! Forse poteva avvertire sua figlia, poteva convincerla che, se avesse voluto, avrebbe potuto fare ciò che non avevano fatto con lei. Sua madre aveva avuto gli occhi chiusi. Suo marito, serrati. Lei invece li aveva ben aperti, aperti perché aveva provato quella stessa sete. Una sete di vita vera. Senza finzioni. Senza paura. Lei aveva gli occhi spalancati e liberi. Poteva vedere limpidamente, chiaramente e senza zone d’ombra. Efisio aveva un segreto, ne era certa. Un segreto che ancora non sapeva di avere ma che aveva iniziato a manifestarsi con una sete interminabile e inestinguibile. Una sete eterna. Sì, non poteva fare niente ma poteva perlomeno informarlo. Glielo doveva, era suo nipote. Sua carne. Glielo doveva, povero Efisio.

«Nonna quanto devo stare qui?»
«Finché non torna tua madre»
«Posso vedere i cartoni?»
«No, a quest’ora ci sono i neri in TV!»
«Ma tu li guardi tutti i giorni!»
«Perché ci sono tutti i giorni!»
«Nonna ho sete»
«Vai a bere, e sta attento a non rompere niente»
«Quanti anni hai adesso?»
«Dodici»
«È così»
«Cosa? nonna»
«Non passerà. Ce l’ho ancora. Non passerà»
«Che cosa? nonna»
«La sete.».

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Un serata veronese

La quarta volta. È curioso. Non è una delle mie cantanti preferite. Eppure mi sono ritrovato ad ascoltarla per la quarta volta. Sempre più vicino, sempre più chiaramente. Mi piace, sia chiaro, e come non potrebbe? Avete sentito che voce? Che potenza in poco più (o meno?) di cinquanta chili? Che vocalità? Ogni nota al posto giusto. Non una stonatura (cosa rara oggi!). Non un’incertezza. Nessuna approssimazione. Solo precisione. Talento. Passione. Studio. Genio. Sto parlando di Giorgia, per chi non l’avesse capito.
Ieri sera ho assistito all’ultima tappa del suo tour Dietro le apparenze all’Arena di Verona. Apro una parentesi: Verona è meravigliosa. Sarà che il clima era ideale. Sarà che le sette del pomeriggio di fine estate è un orario fantastico; il sole si appoggia con colori incredibili che creano atmosfere uniche. Sarà che mangiare in Piazza delle Erbe non è cosa da poco. Sarà la compagnia…ma Verona era magica.

È entrata con un esplosione di voce, cantando Come saprei. Luminosa. Sfolgorante come il suo vestito. Come il suo sorriso. Era raggiante, come il suo viso. Il concerto è durato poco più di due ore, e lei ha cantato senza fermarsi. Senza sosta. Pochi cambi d’abito, poca scenografia. Solo voce. Voce. Lei non ha bisogno di mostrare altro se non ciò che possiede. La sua allegria è contagiosa. La sua felicità anche.
Brava Giorgia, continua così. Brava.

Comunicazione di servizio: mai, e dico mai, capitare in mezzo al fan club!

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Il bianco e la sete (quarta parte)

I tre nipoti continuarono a giocare, rincorrersi, lanciarsi palle di neve, ad abbozzare la costruzione di un pupazzo. Non si curavano né del freddo né del particolare che tutta quella neve potesse bagnarli e che potessero ammalarsi. Il divertimento era troppo e la bassa probabilità che questo evento climatico potesse accadere nuovamente, li persuase a non fermarsi. Efisietto giocava con suo fratello e con suo cugino senza mai mollare un momento. Anche se la sete continuava a devastarlo, non voleva smettere. Matteo saltò e lanciò una palla per colpire Diego che si spostò appena in tempo verso Efisietto che, per evitare di finire addosso al cugino, scivolò e cadde con il sedere a terra. Matteo corse verso Diego e per accorciare la strada saltò Efisietto. La reazione dell’anziana donna fu immediata. «Risaltalo!» urlò Tzia Adalgisa. Tutti si voltarono verso di lei.
«Perché?» domandarono le due figlie.
«Speranza, di’ a tuo figlio di saltarlo di nuovo».
«Ma perché?» insistettero le due donne
«Se no non cresce più».
«Questa poi!» commentò Speranza. «Mamma, ancora credi a queste cose? Matteo, risalta Efisio!» disse al figlio, senza troppa convinzione. Efisio, sbuffando, si chinò nuovamente per permettere a Matteo di saltarlo.
«Superstizioni!» aggiunse Caterina.
«È così» concluse Tzia Adalgisa.
«Mamma, ho troppa sete, perché non mi passa?» domandò Efisio. Tzia Adalgisa gli aprì la porta di casa. «Vai a bere».
«Sono preoccupata» confessò Caterina a sua madre, «è da oggi che Efisio non fa altro che lamentarsi di questa sete. Non sarà mica malato!» Tzia Adalgisa non rispose, inarcò le sopracciglia e continuò a fissare i due nipoti che giocavano a rincorrersi con la neve in mano.

Che sciocchezza, questa della sete, pensò l’anziana. Che stupidaggine; uno ha sete, e quando ha sete ha sete, perché dovrebbe essere malato? …Malato. Chi è che non ha sete in questo paese! Persino io ho sempre sete! L’anziana donna si voltò verso le sue due figlie e provò un profondo sentimento di amore verso di loro. Lo provava ogni volta, ma in quel momento, con la neve che scendeva copiosa e che si depositava nel suo giardino, quel sentimento sembrava più intenso. Più chiaro. Il suo mondo era diventato irriconoscibile, e come per distinguersi dal tutto, la consapevolezza di ciò che provava si era palesata ai suoi occhi. L’anziana ripensò a suo marito e si concesse di farsi accarezzare da un vento di presenza. Non lo aveva mai fatto, né quando lui era in vita e tanto meno quando era morto. Meglio!, avevano detto in coro le sue due figlie alla notizia della morte del padre. Meglio! Finalmente! Ma poi si erano presentate al funerale. C’erano tutti, persino i suoi generi. Ripensò alle lacrime che aveva versato e comprese che non erano per il dolore della scomparsa, bensì per ciò che non aveva vissuto, per ciò che non aveva osato fare e che si era lasciata scivolare via. Stupidaggini, si disse. Sciocchezze, anche quelle.

Efisio uscì dalla casa della nonna mogio perché, nonostante avesse bevuto, la sete non gli era passata. La donna prese il suo posto. Entrò, si avvicinò alla stufa e si soffermò a fissare sua nipote intenta a leggere un libro.
«Non giochi?» le domandò. «Esci, i libri ci saranno sempre» Elena scosse il capo.
Tzia Adalgisa si avvicinò al cesto della legna, prese un pezzo di una vite sradicata prima dell’inverno dal genero e la gettò dentro la stufa. Avrebbe parlato con Efisietto e l’avrebbe ascoltato come sua madre non aveva ascoltato lei. Possibile che solo lei si era resa conto di cosa significasse quella sete. Dodici anni era l’età giusta, l’età di Efisietto, e se lei non avesse fatto nulla, quella sete se la sarebbe portata nella tomba.

(continua)

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Chiudere la porta

Chiudere la porta potrebbe servire.
Ritagliarsi uno spazio, anche.

Stare seduti sul letto, a guardare fuori, in attesa, con il dito incastrato tra le pagine di un libro qualunque. Osservare le foglie degli alberi mosse dal vento. È un vento caldo di settembre. Non è un libro come gli altri.
Lasciarsi dietro possibilità, lasciarle tali. Perdere il tempo o lasciarlo sospeso per un po’,
fin quando non accade qualcosa.

Eppure, tutto profuma di obbligatorio: ogni situazione, ogni sentimento, ogni parola, anche i sogni.
La libertà è rimasta chiusa fuori dalla porta. Quando l’ho chiusa ne ero al corrente.
Non è stata una buona idea chiudere la porta,
lasciare fuori la libertà e chiudersi dentro. Stare seduti sul letto ad aspettare che succeda.

Fuori fa caldo, ma è un caldo fastidioso, che ti fa sudare freddo. È un vento che ti fa ammalare. Ed è successo.
Il rischio, è chiaro, è che entri dentro.

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Il bianco e la sete (terza parte)

Tzia Adalgisa, nonna di Efisietto, era seduta di fronte alla stufetta a legna, al centro dell’andito di casa. Con le mani quasi attaccate al ferro rovente, si riscaldava dal freddo che arrivava da fuori. Non c’erano altre fonti di calore, nessun termosifone, nulla, se non la stufa a legna. Seduta con lo sguardo rivolto verso l’esterno, la donna osservava i fiocchi che si appoggiavano sul cemento. Poteva vederli chiaramente attraverso la grande vetrata che occupava tutta la parete che si affacciava sul cortile, e anche se la pianta di limoni era piazzata proprio di fronte, non impediva la visuale. L’anziana donna trascorreva il suo tempo guardando la televisione, tagliando bucce di arance da mettere sopra la stufa e cambiando la legna di tanto in tanto. Era vedova, da molti anni, ma la sua vita antecedente la morte del marito non era diversa da quella attuale. Tzia Adalgisa prese un tizzone e lo inserì con forza dentro l’imboccatura. Il meccanismo della stufa era semplice: dall’alto si inserivano i pezzi di legno, che andavano a finire sul fondo dove prendevano fuoco e, trasformati in brace, finivano dentro un cassetto in ferro alla base della stufa. Quando il cassetto era pieno lo si poteva estrarre e pulire.

Non era la prima volta che Tzia Adalgisa vedeva la neve e, certamente, qualcuno sarebbe sbucato dal portone di casa sua e si sarebbe fiondato a giocare in cortile. I suoi numerosi nipoti sarebbero a poco a poco convogliati tutti in casa sua, ne era certa. E allora la pace surreale che avvolgeva la sua casa sarebbe terminata. Suo marito, se fosse ancora vivo, le avrebbe certamente rimproverato un pensiero simile: lui adorava i nipoti. Lei, invece, restava fredda: poche carezze, poche parole dolci, ogni gesto era pesato, ben controllato. Non c’era spazio per eccessive sdolcinature, non c’era spazio per nessun tipo di eccesso. Il suo viso era sempre teso e serio, e raramente si lasciava andare a qualche sorriso. Tzia Adalgisa ruotò la testa verso destra e verso sinistra, la casa era vuota e non arrivava nessun rumore dall’esterno. L’incongruenza del suo sentire con il suo agire le dava da pensare. Che fosse incapace di dare affetto? O forse il cordoglio della vita si era talmente radicato nelle sue viscere da impedire ogni possibilità diversa? A una vita di stenti e di sofferenza non era seguita una vecchiaia più morbida. L’amarezza non aveva lasciato spazio a un sapore diverso, anzi. La donna, stanca di quel perenne pensiero, si alzò e mosse qualche passo verso la vetrata. La neve. Anch’essa faticava a riconoscere ciò che aveva di fronte. La neve aveva cancellato ogni memoria del paese e tutto era divenuto impreciso. Nonostante il caldo di casa non fosse eccessivo, fu comunque sufficiente per appannare gran parte dei vetri, ma questo non le impedì di notare due figure, seguite da una terza, fiondarsi dentro il cortile di casa e inscenare una battaglia di neve agguerrita e con tanto di colonna sonora. Tzia Adalgisa aprì la porta.
«Fate attenzione a non cadere! E non bagnatevi!» urlò. Ma Efisietto, Diego e Matteo non diedero ascolto alle raccomandazioni della nonna. «Caterina, non farli correre» insistette Adalgisa con la figlia più grande, che era entrata pochi istanti dopo.
«Mamma, devo legarli? Lasciali giocare: c’è la neve!». L’anziana rientrò in casa e indossò il cappotto, poi uscì, chiuse la porta dietro di sé e si fermò fuori con gli altri.
«Nonna entro dentro», disse improvvisamente Elena «ho freddo».
«Non toccare niente!» precisò subito la donna.
«Mamma,» disse Caterina, voltandosi verso l’anziana «prima di andare via ti lascio Efisio, che devo portare Diego dal dottore».
«Che non tocchi nulla, però!» puntualizzò Adalgisa.

(continua)

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Minoranze rumorose

Minoranze molto aggressive.

Così vengono definiti da Famiglia Cristiana i cittadini che chiedono che venga loro riconosciuta la possibilità di avere un’unione che trascenda la formula del matrimonio classico. Sì, come se questo “topolino di fatto” (così viene denominata questa minoranza) non abbia il diritto di essere ascoltato solo perché è una porzione di popolazione, una percentuale rispetto alla totalità. È chiaro come il sole: per Famiglia Cristiana, le opinioni, i bisogni e quindi i diritti, se non sono espresse della stragrande maggioranza delle persone, non hanno valore; non sono degni di essere ascoltati. Questa esigua porzione di stato ha solo doveri. Nessun diritto!
Ma la sfacciataggine di questo giornaletto settimanale non ha fine, perché più avanti afferma:

«Si discuterà molto, nei prossimi mesi, di tutela giuridica delle unioni di fatto, eterosessuali od omosessuali. Dei loro diritti e, forse, anche dei loro doveri (sempre evanescenti!)».

Avete letto bene: sempre evanescenti! Famiglia Cristiana, dopo anni e anni che le coppie conviventi (e soprattutto i gay) pagano le tasse e permettono, dunque, – grazie ai loro soldi – di far andare a scuola i figli delle coppie sposate, di mantenere con l’otto per mille la sopravvivenza dei preti, di finanziare le scuole private, si prende la libertà di affermare una cosa del genere. Dopo – insomma – una valanga di doveri e nemmeno uno straccio di diritto, accusa questa minoranza di avere dei doveri sempre evanescenti. Di non portare avanti il proprio compito di onesti cittadini! E per difendere questa ignobile menzogna cosa afferma? Quale scusa estrae dal cappello? Che ci sono tante situazioni familiari di cui i servizi non si prendono minimamente cura. Che ci sono dieci milioni di coppie coniugate con figli, e che il comune e lo stato non stanno facendo niente per loro.  Annuncia che ci sono altri problemi più urgenti. La solita filastrocca! Come se la colpa di tutto ciò fosse dei gay o delle coppie che non vogliono sposarsi. Come se l’acquisizione di un diritto da parte di una minoranza significhi in automatico la perdita di diritti da parte della maggioranza. Come se l’assunzione di possibilità per una fetta di cittadini con uguali diritti e doveri porti automaticamente all’esclusione di diritti da parte del resto. Come se insieme a questo passo avanti di civiltà non si possa aggiungere nient’altro. D’altronde anche l’adeguamento ai Paesi dell’Unione europea, per Famiglia Cristiana, è una ragione risibile.

Sì, è ora di finirla con queste false battaglie di civiltà che premiano solo minoranze rumorose . Non sta qui la civiltà.
Questi gay cosa vogliono? Che la smettano di domandare diritti, che la piantino di avere dei bisogni! Il loro compito in questo mondo è di lavorare e mantenere i bisogni degli altri con i propri soldi! Stop! Ma io, a Famiglia Cristiana, inizierei a domandare se non sia il caso di proporre l’eliminazione di alcuni diritti fondamentali anche ad altre minoranze: handicapati, famiglie che mandano i figli nelle scuole private, preti, suore, ecc. Cosa ne pensa? Sono tutte minoranze e come tali non hanno diritto ad avere diritti!

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Il bianco e la sete (seconda parte)

L’oliveto sembrava il bosco incantato: candido, confuso, morbido, con le fronde degli ulivi completamente ricoperte di neve e solo il rumore del vento che spingeva giù i fiocchi. Le voci dei nuovi arrivati si confondevano con le folate di vento e venivano assorbite subito dal bianco, e tutto acquistava un respiro soffocato. Non si poteva camminare se non ci si addentrava con cautela. Mezzo metro. Tanta, ne era scesa. Efisietto era euforico. Ai signori Congiu non vennero in mente altri posti in cui andare per sprofondare nel bianco. Nessuno che fosse tanto vicino come l’oliveto di Via Dettori, nella prima periferia del paese. Nessuno. Forse San Gemiliano, la chiesa campestre, ma no: troppo lontana, troppo pericoloso muoversi con la macchina, meglio stare vicini e incamminarsi a piedi. L’oliveto era perfetto.

Le palle di neve saettavano da una parte all’altra, senza tregua. Efisietto colpiva suo fratello che rispondeva a dovere. Si erano uniti alla famiglia anche i cugini Elena e Matteo Angioni con i relativi genitori. “Dobbiamo fare tutte le cose che si fanno con la neve e che si vedono in televisione, nei film e nei cartoni animati”, si erano detti. Erano tante, forse non sarebbero riusciti a farle tutte. Ma iniziare con una guerra fatta di lanci e di palle schivate era una buona idea. Giuseppe Angioni, detto José, padre di Elena e Matteo, immortalava ogni istante con la sua Polaroid nuova e stava attento a scansare i lanci fuori controllo. La meraviglia e la contentezza sembravano esageratamente grandi perché potessero essere contenute nel cuore di Efisietto. La neve, che spettacolo! Che regalo! Che tutto! In un paese in cui pioveva poco e non faceva davvero freddo, la neve era un miracolo. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe arrivata; insieme alla sete! Efisietto prese la neve e la mise in bocca per placare l’arsura che era tornata a tormentarlo.
«Cosa fai?» domandò suo fratello. «Mangi la neve?»
«Ho troppa sete» rispose lui «Troppa!».
«Mamma, Efisio mangia la neve!» riferì subito Diego Congiu a sua madre.
«Perché?» rispose lei «La sete? Ancora?». Diego annuì. La sete.
«Non sarà malato?» insinuò Caterina a voce alta, in piedi, a fianco a sua sorella Speranza. «Mamma è solo sete» ci tenne a precisare Efisietto. «Sarà la neve!».
«Che la neve faccia venire sete mi giunge nuova» replicò subito sua madre. «Tu hai qualcosa!». Diego rimase a bocca aperta, e subito lo colpì una palla di neve.

(continua)

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Un paio di infradito

Un paio di infradito ed è fatta.

Cosa accade se a tua madre le si rompono gli infradito? Succede che spetta a te ricomprarli, e lo fai in un posto speciale. Ecco, entri dentro il negozio di mobilia giapponese, quello di sempre, ci resti pochi minuti, il tempo di indicarli e di pagarli, e sei di nuovo lì, dov’eri tanti anni fa. Succede che ti ritrovi. È facile ritrovarsi dove ci si è persi. È facile ricordarsi quanto in passato anelassi varcare i confini di una terra lontana a cui ti senti di appartenere, da sempre. Il Giappone. Ma come? È possibile sentirsi parte di un mondo così diverso, così distante, con una cultura millenaria e profonda? Non è possibile, o sì? Ma poi ti è chiaro, così come lo era già in passato. Perché sei consapevole che l’appartenenza non è solo fisica e materiale, è spirituale – che non è qualcosa di divino, ma di più intimo e di umano. Ti senti vicino a quelle persone che vedono il mondo come lo vedi tu: con quelle pause, con quegli attimi, con quelle sfumature, con quel silenzio. Ti senti amante di un modo di scrivere che sembra dipinto; perché in quella terra gli scrittori e i pittori creano allo stesso modo. Hai cercato tante volte di catturare quei momenti, e lo hai fatto come potevi, con la tua inesperienza, con il tuo tratto impreciso ma sincero. Hai cercato quel particolare, quel suono, quel rumore, quel respiro, quello sguardo, ma non l’hai mai trovato.
Ora rammenti perché smaniavi per quella terra con il sole incandescente. Ricordi perché volevi percorrere le sue strade, scalare le sue montagne, passeggiare per le vie delle sue città, conoscere i suoi abitanti e respirare le tradizioni di cui sono custodi. Ricordi i pomeriggi trascorsi immaginando che la vita fosse come quella dei personaggi in cui amavi perderti. Di come sognavi di approdare in quei luoghi, in quelle avventure. Di come speravi di poter indossare quella divisa, di passeggiare sotto i mandorli in fiore, di saltellare sulle pietre di un fiumiciattolo che attraversa il cortile di una villa, di camminare tra un
Matsuri e l’altro indossando un kimono, e infine di sostare su una panchina con il suono delle cicale in sottofondo.

Sono sufficienti un paio di infradito perché il mondo si riapra, e rinasca quel desiderio che credevi di aver perso. Quella terra è là, ferita ma sempre pronta ad accogliere. E tu sai che un giorno poggerai i piedi nella terra di Genji e guarderai il monte Fuji con i suoi occhi. Lo farai, ne sei certo.

 

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