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Per l’acqua ci sarà tempo

Ticchettii sui tetti e sui vetri delle finestre,
chiari richiami a una se pur breve attenzione verso l’esterno.
Uno sguardo fugace e l’impressione viene confermata, all’istante.
Ticchettii non graditi, invero. 

Silenziosi e soffici sono attesi da giorni.
In arrivo da lontano.
Il silenzio che scende dall’alto è favorito,
perché per l’acqua ci sarà tempo.

E neve sia, dunque. Fredda, abbondante, bianca,
che di parole nere ce ne sono state anche troppe in questi giorni.

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Il bianco e la sete (ultima parte)

Ma forse così doveva essere. Se ne rendeva conto. Nessuno era in grado di placare quel bisogno, nemmeno lei. E come avrebbe potuto? Non era riuscita nemmeno con se stessa. C’era voluto tanto tempo: una vita. E ora, al termine della sua vita, aveva capito. L’aveva riconosciuta, e l’aveva incontrata nel futuro. Se solo avesse potuto fare qualcosa! Forse poteva avvertire sua figlia, poteva convincerla che, se avesse voluto, avrebbe potuto fare ciò che non avevano fatto con lei. Sua madre aveva avuto gli occhi chiusi. Suo marito, serrati. Lei invece li aveva ben aperti, aperti perché aveva provato quella stessa sete. Una sete di vita vera. Senza finzioni. Senza paura. Lei aveva gli occhi spalancati e liberi. Poteva vedere limpidamente, chiaramente e senza zone d’ombra. Efisio aveva un segreto, ne era certa. Un segreto che ancora non sapeva di avere ma che aveva iniziato a manifestarsi con una sete interminabile e inestinguibile. Una sete eterna. Sì, non poteva fare niente ma poteva perlomeno informarlo. Glielo doveva, era suo nipote. Sua carne. Glielo doveva, povero Efisio.

«Nonna quanto devo stare qui?»
«Finché non torna tua madre»
«Posso vedere i cartoni?»
«No, a quest’ora ci sono i neri in TV!»
«Ma tu li guardi tutti i giorni!»
«Perché ci sono tutti i giorni!»
«Nonna ho sete»
«Vai a bere, e sta attento a non rompere niente»
«Quanti anni hai adesso?»
«Dodici»
«È così»
«Cosa? nonna»
«Non passerà. Ce l’ho ancora. Non passerà»
«Che cosa? nonna»
«La sete.».

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Il bianco e la sete (quarta parte)

I tre nipoti continuarono a giocare, rincorrersi, lanciarsi palle di neve, ad abbozzare la costruzione di un pupazzo. Non si curavano né del freddo né del particolare che tutta quella neve potesse bagnarli e che potessero ammalarsi. Il divertimento era troppo e la bassa probabilità che questo evento climatico potesse accadere nuovamente, li persuase a non fermarsi. Efisietto giocava con suo fratello e con suo cugino senza mai mollare un momento. Anche se la sete continuava a devastarlo, non voleva smettere. Matteo saltò e lanciò una palla per colpire Diego che si spostò appena in tempo verso Efisietto che, per evitare di finire addosso al cugino, scivolò e cadde con il sedere a terra. Matteo corse verso Diego e per accorciare la strada saltò Efisietto. La reazione dell’anziana donna fu immediata. «Risaltalo!» urlò Tzia Adalgisa. Tutti si voltarono verso di lei.
«Perché?» domandarono le due figlie.
«Speranza, di’ a tuo figlio di saltarlo di nuovo».
«Ma perché?» insistettero le due donne
«Se no non cresce più».
«Questa poi!» commentò Speranza. «Mamma, ancora credi a queste cose? Matteo, risalta Efisio!» disse al figlio, senza troppa convinzione. Efisio, sbuffando, si chinò nuovamente per permettere a Matteo di saltarlo.
«Superstizioni!» aggiunse Caterina.
«È così» concluse Tzia Adalgisa.
«Mamma, ho troppa sete, perché non mi passa?» domandò Efisio. Tzia Adalgisa gli aprì la porta di casa. «Vai a bere».
«Sono preoccupata» confessò Caterina a sua madre, «è da oggi che Efisio non fa altro che lamentarsi di questa sete. Non sarà mica malato!» Tzia Adalgisa non rispose, inarcò le sopracciglia e continuò a fissare i due nipoti che giocavano a rincorrersi con la neve in mano.

Che sciocchezza, questa della sete, pensò l’anziana. Che stupidaggine; uno ha sete, e quando ha sete ha sete, perché dovrebbe essere malato? …Malato. Chi è che non ha sete in questo paese! Persino io ho sempre sete! L’anziana donna si voltò verso le sue due figlie e provò un profondo sentimento di amore verso di loro. Lo provava ogni volta, ma in quel momento, con la neve che scendeva copiosa e che si depositava nel suo giardino, quel sentimento sembrava più intenso. Più chiaro. Il suo mondo era diventato irriconoscibile, e come per distinguersi dal tutto, la consapevolezza di ciò che provava si era palesata ai suoi occhi. L’anziana ripensò a suo marito e si concesse di farsi accarezzare da un vento di presenza. Non lo aveva mai fatto, né quando lui era in vita e tanto meno quando era morto. Meglio!, avevano detto in coro le sue due figlie alla notizia della morte del padre. Meglio! Finalmente! Ma poi si erano presentate al funerale. C’erano tutti, persino i suoi generi. Ripensò alle lacrime che aveva versato e comprese che non erano per il dolore della scomparsa, bensì per ciò che non aveva vissuto, per ciò che non aveva osato fare e che si era lasciata scivolare via. Stupidaggini, si disse. Sciocchezze, anche quelle.

Efisio uscì dalla casa della nonna mogio perché, nonostante avesse bevuto, la sete non gli era passata. La donna prese il suo posto. Entrò, si avvicinò alla stufa e si soffermò a fissare sua nipote intenta a leggere un libro.
«Non giochi?» le domandò. «Esci, i libri ci saranno sempre» Elena scosse il capo.
Tzia Adalgisa si avvicinò al cesto della legna, prese un pezzo di una vite sradicata prima dell’inverno dal genero e la gettò dentro la stufa. Avrebbe parlato con Efisietto e l’avrebbe ascoltato come sua madre non aveva ascoltato lei. Possibile che solo lei si era resa conto di cosa significasse quella sete. Dodici anni era l’età giusta, l’età di Efisietto, e se lei non avesse fatto nulla, quella sete se la sarebbe portata nella tomba.

(continua)

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Il bianco e la sete (terza parte)

Tzia Adalgisa, nonna di Efisietto, era seduta di fronte alla stufetta a legna, al centro dell’andito di casa. Con le mani quasi attaccate al ferro rovente, si riscaldava dal freddo che arrivava da fuori. Non c’erano altre fonti di calore, nessun termosifone, nulla, se non la stufa a legna. Seduta con lo sguardo rivolto verso l’esterno, la donna osservava i fiocchi che si appoggiavano sul cemento. Poteva vederli chiaramente attraverso la grande vetrata che occupava tutta la parete che si affacciava sul cortile, e anche se la pianta di limoni era piazzata proprio di fronte, non impediva la visuale. L’anziana donna trascorreva il suo tempo guardando la televisione, tagliando bucce di arance da mettere sopra la stufa e cambiando la legna di tanto in tanto. Era vedova, da molti anni, ma la sua vita antecedente la morte del marito non era diversa da quella attuale. Tzia Adalgisa prese un tizzone e lo inserì con forza dentro l’imboccatura. Il meccanismo della stufa era semplice: dall’alto si inserivano i pezzi di legno, che andavano a finire sul fondo dove prendevano fuoco e, trasformati in brace, finivano dentro un cassetto in ferro alla base della stufa. Quando il cassetto era pieno lo si poteva estrarre e pulire.

Non era la prima volta che Tzia Adalgisa vedeva la neve e, certamente, qualcuno sarebbe sbucato dal portone di casa sua e si sarebbe fiondato a giocare in cortile. I suoi numerosi nipoti sarebbero a poco a poco convogliati tutti in casa sua, ne era certa. E allora la pace surreale che avvolgeva la sua casa sarebbe terminata. Suo marito, se fosse ancora vivo, le avrebbe certamente rimproverato un pensiero simile: lui adorava i nipoti. Lei, invece, restava fredda: poche carezze, poche parole dolci, ogni gesto era pesato, ben controllato. Non c’era spazio per eccessive sdolcinature, non c’era spazio per nessun tipo di eccesso. Il suo viso era sempre teso e serio, e raramente si lasciava andare a qualche sorriso. Tzia Adalgisa ruotò la testa verso destra e verso sinistra, la casa era vuota e non arrivava nessun rumore dall’esterno. L’incongruenza del suo sentire con il suo agire le dava da pensare. Che fosse incapace di dare affetto? O forse il cordoglio della vita si era talmente radicato nelle sue viscere da impedire ogni possibilità diversa? A una vita di stenti e di sofferenza non era seguita una vecchiaia più morbida. L’amarezza non aveva lasciato spazio a un sapore diverso, anzi. La donna, stanca di quel perenne pensiero, si alzò e mosse qualche passo verso la vetrata. La neve. Anch’essa faticava a riconoscere ciò che aveva di fronte. La neve aveva cancellato ogni memoria del paese e tutto era divenuto impreciso. Nonostante il caldo di casa non fosse eccessivo, fu comunque sufficiente per appannare gran parte dei vetri, ma questo non le impedì di notare due figure, seguite da una terza, fiondarsi dentro il cortile di casa e inscenare una battaglia di neve agguerrita e con tanto di colonna sonora. Tzia Adalgisa aprì la porta.
«Fate attenzione a non cadere! E non bagnatevi!» urlò. Ma Efisietto, Diego e Matteo non diedero ascolto alle raccomandazioni della nonna. «Caterina, non farli correre» insistette Adalgisa con la figlia più grande, che era entrata pochi istanti dopo.
«Mamma, devo legarli? Lasciali giocare: c’è la neve!». L’anziana rientrò in casa e indossò il cappotto, poi uscì, chiuse la porta dietro di sé e si fermò fuori con gli altri.
«Nonna entro dentro», disse improvvisamente Elena «ho freddo».
«Non toccare niente!» precisò subito la donna.
«Mamma,» disse Caterina, voltandosi verso l’anziana «prima di andare via ti lascio Efisio, che devo portare Diego dal dottore».
«Che non tocchi nulla, però!» puntualizzò Adalgisa.

(continua)

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Il bianco e la sete

Con il bianco e con una sete bestiale. Così inizia, per Efisietto Congiu, una mattina di gennaio del 1985. Affacciato alla finestra, con il vetro appannato, immobile e senza respiro. Con il bianco negli occhi. Con la meraviglia dentro. Efisietto non riconosceva più le case che aveva davanti e che vedeva tutti i giorni. Ogni cosa aveva perso la fisionomia di sempre. Le strade, la chiesa di Sant’Antonio, la passerella che univa le due sponde del Rio, la piazza, la gelateria il negozio di alimentari vari di tzia Rina: tutto era irriconoscibile, sommerso da uno strato candido. La neve. Per la prima volta nella sua vita, la vedeva. Sì, Efisietto aveva gli occhi sgranati, ma così tanto, che le orbite sembravano voler scappare via. Ma doveva bere perché era stata proprio quella maledetta sete a svegliarlo alle sette e mezzo della mattina. Aveva sognato di bersi un lago intero e dopo aver prosciugato ogni singola goccia, la sua sete non era diminuita, non era calata. E nel sogno aveva iniziato a vagare attraverso un deserto, con la bocca impastata, la gola secca, senza mai trovare sollievo all’arsura che gli consumava l’animo e che non gli dava tregua. Era una sete profonda, più della vita, più della morte. E si era svegliato.

Efisietto scese di corsa al piano di sotto, dove dormivano i suoi genitori e chiamò sua madre sottovoce, e ci mise un po’ per svegliarla: «Mamma, ho sete!». Caterina Ruiu, sposata con Carlo Congiu, finalmente si alzò e lo accompagnò in cucina. Prese un bicchiere dalla credenza, lo riempì dal rubinetto e lo porse a Efisietto che lo bevve come fosse l’ultimo goccia d’acqua esistente sulla terra. «Ancora!» incalzò. E giù.
«Mamma, fuori è tutto bianco!» annunciò poi, con il bicchiere ancora in mano. Sua madre e il bambino si spostarono in salotto; la donna alzò l’avvolgibile e aprì la porta del balcone. La neve entrò. Un sorriso apparve sul suo viso. La neve, pronunciò quasi impercettibilmente. Poi rise tra sé e sé. «Dillo a tuo padre!».
Efisietto corse urlando che c’era la neve, che doveva andare a vedere, che era bellissima. «Usciamo?» domandò a suo padre che intanto si era svegliato, appoggiato alla spalliera del letto e messo a risolvere rebus.
«Sono appena le otto», rispose l’uomo «la scuola resterà chiusa, sveglia tuo fratello».
«Usciamo!» urlò ancora Efisietto, ma la sete lo raggiunse nuovamente.

(continua)

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