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Mai prima di pranzo

Pochi minuti prima di togliersi la vita, Gavino Serrau ricevette una telefonata che lo informava che un suo conoscente stava morendo di cirrosi. La cosa non lo sorprese, non fosse altro che quella chiamata gli evitò di avvolgersi la corda intorno al collo. L’uomo malato, ormai cinquantenne, era una vecchia conoscenza di Gavino – quando la storia si prendeva ancora gioco di lui –, famosa per le sue serate accompagnate da un bicchiere di whisky e troppe risate. Il liquore salutare, così lo chiamava l’uomo, non era altro che l’unica ragione che lo tenesse attaccato alla sedia, una sedia che scricchiolava ogni qualvolta il peso cambiava posizione. Quello scricchiolio che Gavino puntualmente temeva, si ripeteva ogni dopo cena e restava sveglio anche quando lui aveva già spento la luce nella sua camera. A quei tempi lui non si meravigliava di nulla e prendeva tutto come dato di fatto. Qualcosa da imparare e da non fare.
Gavino chiuse la chiamata con il volto di quell’uomo negli occhi, e nonostante la voglia di togliersi la vita fosse urgente, constatò che rimandarla di qualche ora non avrebbe cambiato nulla.

La corda che si era procurato per l’occasione l’aveva comprata in un negozio vicino all’appartamento che aveva preso in affitto due anni prima: una casa a poco prezzo ma in ottime condizioni. L’uomo che gli aveva venduto la corda gli aveva assicurato che Ziu Giacinto Cabras, l’allevatore che abitava vicino a sa lolla sparadesa, la utilizzava per legarci i buoi e che questi non riuscivano a strapparla nemmeno quando il prurito tartassava loro le palle.
Gavino sollevò la testa e pensò che era un peccato lasciare quella casa che costava poco: certe fortune capitano poche volte, se non contate, si disse. Il profumo di caffè di cui era ancora impregnata la cucina, perché lì aveva deciso di uccidersi, gli stimolò l’intestino dopo diversi giorni di silenzio e questo lo rese felice. Ma nessun’altra buona notizia sarebbe arrivata quel giorno a bilanciare la pessima appena recapitata, anzi, un’altra avrebbe decisamente pesato ancora di più.

Il nodo alla corda che Gavino Serrau aveva stretto era fatto come Dio comanda, e certamente avrebbe sortito l’effetto desiderato. Quel nodo gliel’aveva insegnato don Pinuccio Loi, quando ancora frequentava gli scout della parrocchia. Un giorno lo aveva preso in disparte e gli aveva messo in mano un cordino colorato, rimasuglio di doni arrivati in parrocchia chissà da dove, poi gli aveva preso le mani e lo aveva guardato in faccia, consigliandogli di seguirlo come si merita, che un giorno fare i nodi gli sarebbe tornato utile, aveva detto profeticamente. Gavino, i nodi, gli aveva imparati a fare, eppure meglio di don Pinuccio, ma le mani aveva deciso di metterle da un’altra parte, dopo aver finito di legare le corde. Col tempo il prete aveva rinunciato ai suoi sogni profondi per instradare il ragazzo su un’altra via che un giorno lo avrebbe messo in contatto proprio con l’uomo malato di cirrosi.
Gavino appoggiò la corda sul tavolo e si vestì per uscire. Chi lo aveva chiamato lo aveva fatto per un motivo ben preciso, ma il prurito era troppo esteso perché bastasse una goccia di medicina per passare. Fece la strada che conosceva e passò di fronte al negozio di frutta di Maria Immacolata Murru, figlia unica di Francesca Dessì che le aveva affibbiato la bottega prima che potesse mandarla a quel paese e che la malattia le cavasse entrambi gli occhi. Maria Immacolata le aveva sputato in faccia e l’aveva maledetta, poi si era presa il negozio.
La fruttivendola vide passare Gavino e gli indicò la cassetta di arance con una faccia che malediceva qualunque cosa gli capitasse di fronte. Lui ebbe la tentazione di fermarsi e di comprare un arancia ma il colore sospetto della buccia e gli occhi della donna lo fecero stare alla larga.
Il profumo di carne arrosto che usciva dalla casa di Stefano Usai, suo vecchio compagno di scuola, gli fece venire in mente che non ci si uccide mai per l’ora di pranzo, che prima è meglio riempirsi lo stomaco, se non si vuole che la vita agiti troppo le acque. Avrebbe dovuto seguire l’istinto, certo.

Be’, se voleva che tutto fosse finito per il primo pomeriggio, avrebbe dovuto accelerare il passo. Gavino inciampò in una buca piazzata proprio al centro della strada, imprecò contro tutto e tutti e proseguì.
La donna che lo aveva avvisato dello stato di salute dell’uomo era Rosaria Ledda, cuoca del convento dei frati, ottima dispensatrice di notizie e impavida raccoglitrice di nuove. Sporca e puzzolente quanto i sei cani che vivevano con lei, era certa che il Gavino a cui si riferisse l’uomo fosse Gavino Serrau: chi altri aveva raccolto il passato insieme a lui, se non proprio il figlio di Salvatore Serrau.
«Fallo venire qui», le aveva detto l’uomo «che non voglio morire prima di rimettere le cose a posto».

Gavino vide la casa dell’uomo da lontano e il prurito riaccese i ricordi. Lo accolse la puzza di cane e il sorriso senza denti di Rosaria. «È dentro» disse lei, indicandogli la porta. Entrarono insieme e si accomodarono; Gavino dovette evitare di respirare col naso. Rosaria vomitò, senza chiedere il permesso, le numerose scopate odorose fatte con Gesuino Cau, fratello spirituale dell’uomo steso sul letto. Scopate che avevano riempito le sue giornate di cucina mentre ancora era in grado di aprire le gambe: salutari per lei e per il suo portafogli, che di soldi ne accoglieva pochi. Era brava a raccattare roba per i poveri, ma ancora di più a vestire dei frutti generosi di quella povertà i suoi figli. Gavino rammentò il giorno che Giggietto, figlio di Rosaria, entrò con un maglione cucito da sua madre che lui aveva donato gentilmente. «Ti piace?» gli aveva chiesto Rosaria, «l’abbiamo pagato davvero poco». Lui non aveva detto niente, intuendo che oltre la puzza di cane, quella famiglia non aveva altro.
Terminato lo sproloquio di Rosaria, Gavino sorrise tristemente e attese che la donna si decidesse ad accompagnarlo all’inferno.
«Davvero non capisco cosa voglia da te» disse la donna, mentre cacciava via tre dei sei cani che rompevano le scatole per la fame «sono passati tanti anni».
«È vero» disse lui, «sentirò perché mi ha chiamato».
Entrò dentro la stanza e trovò l’uomo disteso sul letto. Era scheletrico, di colore ocra e con la bocca aperta. L’odore dei cani si mescolava con la puzza di merda e urina uniti all’odore di borotalco con cui la donna cercava di coprire il fetore. Gavino si avvicinò al letto e osservò il volto dell’uomo divenuto irriconoscibile.
«Stai morendo» gli disse. Lui aprì gli occhi e annuì con la testa. «Lo sapevi che sarebbe finita così», lui annuì ancora. Gavino scosse la testa. «Cosa c’è?» domandò. L’uomo tentò di dire qualcosa, ma un attacco di tosse glielo impedì.
«Non vorrai scusarti sul letto di morte» disse lui «perché io le tue scuse non le voglio sentire, pensa a morire in pace, che la vita me la sono goduta lo stesso» e non aggiunse altro.

Gavino uscì con la fame che gli rimbombava nello stomaco e con il sole che gli chiudeva gli occhi. Si diresse verso casa consapevole di essere stato uno stronzo ma con la certezza che il coglione non fosse lui. Appena dentro casa andò a prendere la corda e a sistemarla per bene sopra il tubo del gas che sporgeva dal soffitto, la legò il tanto giusto per non toccare a terra, fece il nodo e se la avvolse al collo, salì sul tavolo della cucina e suonò il campanello.
«Chi è?» domandò a voce alta. «Sono Rosaria» rispose una voce da dietro la porta, accompagnata dal latrato dei cani. «Cosa vuoi?» domandò ancora Gavino. «Aprimi che è urgente». Gavino sbuffò, si sfilò la corda, scese dal tavolo e aprì alla donna. Entrarono i cani prima di lei. Rosaria vide la corda.
«Dio Misericordioso, cosa stai facendo?»
«Cose mie» rispose.
«Un altro morto no! Non fare cazzate che di vita ce n’è ancora per te»
«Cosa vuoi?» domandò Gavino. I cani si sparpagliarono per tutta la cucina e frugarono vicino alle sporte di pane che Gavino teneva incastrate in una cesta tra il frigorifero e la cassettiera. «Smettetela» urlò la donna, rivolgendosi ai cani. Poi fissò l’uomo.
«Gavino, Franco sta morendo, abbi una parola buona per lui, per quello che eri»
«Anche io sto per morire, di parole ne ho già dette abbastanza, e lui di minchiate ne ha seminate troppe».
«Cosa ti costa? Anche se sono parole finte…tieni», e prese un foglietto da una tasca «scrivigliele qui, fallo contento, per l’amor di Dio. Scrivigli due cazzate: che lo perdoni, che può morire in pace…».
Gavino fissò il foglietto «Solo se poi tu aiuti me»
«Vattene a cagare», strillò Rosaria «così poi mi mettono in prigione mentre tu te la godi all’altro mondo!»
«Allora te ne puoi anche andare, e portati via questa merda di cani».

Istintivamente Rosaria si mise a cercare i cani che intanto erano riusciti a strappare via dalla cesta il pane e avevano iniziato a mangiarlo e a sbriciolarlo dappertutto.
«Va bene», sospirò lei, facendosi il segno della croce, «ma prima scrivi queste cazzo di righe».
Gavino prese il foglietto, attese qualche secondo poi scrisse tre righe. Piegò il foglietto e lo porse a Rosaria che se lo mise in tasca. «Che muoia in pace!» disse. Lei annuì.
Gavino si voltò verso il tavolo, salì e guardò Rosaria. «Appena mi mollo, sposta il tavolo».
Rosaria annuì e pensò che quella fosse la punizione per essersi scopata un frate, e decise che se la meritava. I cani si voltarono verso i due e incominciarono ad abbaiare furiosamente. Rosaria gli urlò di tacere e loro andarono alla ricerca di qualcos’altro da mangiare.
«Perché cazzo non gli dai da mangiare a quei cani» imprecò lui in piedi, con la corda avvolta al collo.
«Appena rientro in casa, è già pronto» disse lei, senza guardarlo. Gavino strinse la corda, fece un respiro profondo e si buttò in avanti. Rosaria spostò il tavolo di lato lasciando l’uomo a penzoloni. I cani, eccitati dal movimento della padrona e rincoglioniti dalla fame, si lanciarono tra le sue gambe. La donna indietreggiò verso la finestra, andò a mettere un piede sopra un pezzo di pane raffermo lasciato in giro dai cani, perse l’equilibrio e cadde all’indietro sbattendo la nuca sullo spigolo della finestra. Ci restò secca.

Li ritrovarono due giorni dopo, mentre rientravano dal funerale di Franco, ex frate, ex confratello disgraziato di Gavino, parroco emerito del paese. Nella tasca della gonna della donna trovarono un foglietto con scritte poche righe:

ricordami di farlo a notte fonda, la prossima volta.

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