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I colori delle parole (terza parte)

Carlo si trascinò a casa sconsolato. Nemmeno la sua insegnante era stata capace di dare una risposta esaustiva alle sue domande, e quella sensazione che nella sua testa non fosse tutto a posto era ricomparsa più forte di prima.
La cena con sua madre si consumò silenziosamente e la notte gli presentò un sonno irrequieto. Immagini confuse e cariche di angoscia riempirono la veglia e quando il mattino seguente si svegliò, era sudato e tremava dal freddo.

Carlo, dentro le coperte, rimase in attesa, in ascolto di rumori familiari che provenivano dalla cucina: suoni di stoviglie e di una radio che teneva compagnia a sua madre. Risonanze ovattate, che conosceva bene e che lo accompagnavano ogni domenica mattina. Il bambino aveva paura di alzarsi dal letto perché ascoltare sua madre o chiunque altro avrebbe significato nuovamente entrare in contatto con ciò che detestava di se stesso, fino a quando la fame non lo costrinse ad alzarsi. Così, mogio e senza voglia, si alzò e si avviò stancamente verso la cucina, definitivamente rassegnato a convivere con qualcosa che non gli apparteneva e che, con ogni probabilità, si sarebbe portato dietro per tutta la vita.

Gli anni trascorsero cupi e in solitudine per Carlo, a dispetto delle parole che la sua mente, giorno dopo giorno e ora dopo ora, trasformava nelle più svariate combinazioni cromatiche.

Il tempo aveva modificato quello stato, rendendolo, se fosse possibile, ancora più sensibile alle parole udite. I colori accentuavano o inibivano le proprie tonalità e le tinte a seconda del volume dei vocaboli che venivano pronunciati o dallo stato emozionale delle persone che comunicavano con lui. Le immagini che gli si presentavano davanti modificavano la velocità a seconda dell’argomento ascoltato o della velocità con la quale venivano pronunciate certe frasi.

Carlo, con il passare del tempo, aveva imparato a convivere con tutto ciò, ma questo gli aveva provocato una chiusura interiore che in pochi riuscivano a scalfire o minimamente penetrare.

Al compimento del suo tredicesimo compleanno, il giovane chiese a sua madre di preparargli solo una piccola festa che avrebbe condiviso con pochi amici. La madre acconsentì come sempre faceva, arresa dal fatto che suo figlio fosse così timido. Mai avrebbe pensato che quella discussione avuta anni prima avrebbe condotto suo figlio a quello stato. Mai avrebbe creduto che quelle domande che aveva trovato così innocenti fossero in realtà cariche di tanta inquietudine e portatrici di tanta sofferenza.

La festa si protrasse per gran parte del pomeriggio e della sera con il doppio degli invitati, amici che avevano invitato amici, che avevano invitato amici, ai quali Carlo non era riuscito a dire di no. Così, quando il pavimento era ormai diventato un miscuglio di bicchieri di plastica, salviette e bevande appiccicaticce, e la musica era salita di intensità, Carlo notò una ragazza in disparte, con gli occhi chiusi e il viso rivolto verso l’alto in uno stato di apparente soddisfazione. La ragazza non sembrava minimamente interessata a ciò che le accadeva intorno. Serena e indisturbata, se ne stava seduta, immobile.

(continua)

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