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La macchina (ottava parte)

Solo il pensiero lo fece stare male. Tarcisio era una persona calma, pacata e, il più delle volte, riusciva a non lasciarsi prendere dallo sconforto. Anche nelle occasioni più spinose era in grado di risolvere la questione senza sollevare polveroni, sterili polemiche o discussioni nocive. Pazienza era la sua parola d’ordine. Sangue freddo, il suo baluardo. Non che in paese ci fosse bisogno di soluzioni estreme o di artifici particolari, tutto era sempre facilmente rimediabile, anche perché c’era la macchina e il resto era di poco conto. Ma quel pensiero estemporaneo, che qualcuno potesse avere domandato volontariamente alla macchina di portarsi via Margherita, lo lasciò pietrificato. E qualcuno doveva aver notato la sua improvvisa fermata in mezzo alla strada perché dal gruppetto di donne fermo al parco si alzarono commenti udibili anche fin dove era arrivato il sindaco. Tarcisio accennò solo un movimento di capo verso le donne per capire cosa stessero dicendo, per captare informazioni utili. Un cenno del capo sterile perché le donne ritornarono a parlare di ciò che tanto appassionava le loro esistenze, delle loro faccende e dei grandi problemi che le angustiava.
Il primo cittadino camminò fino alla casa della famiglia Solinas. Qualcuno serbava talmente rancore da chiedere, domandare alla macchina di portarsi via una ragazza di tredici anni? Margherita Solinas era una giovane come tante, che faceva quello che faceva ogni coetanea del paese, forse del mondo intero. Tarcisio strinse i pugni e bussò alla porta.

Carla, intenta a sfornare una teglia di ciambelline per la festa di San Salvatore, con gli occhi puntati al forno ma la mente altrove, non si accorse che qualcuno bussava alla porta. Con entrambe le mani avvolte da un canovaccio estrasse dal forno la teglia rovente e la appoggiò sul poggia pentole che era nel tavolo. L’odore della cannella invase la cucina. Rientrato da pochi minuti dal parco e attratto dal profumo, Giulio Solinas si avvicinò al tavolo sotto minaccia di non toccare niente. L’unico figlio rimasto di Carla e Franco si sedette sulla sedia e attese che sua madre gli facesse la grazia di allungargli un fondo di ciambella venuto male o troppo cotto. In alternativa avrebbe dovuto attendere la cottura della parte superiore delle stesse, l’inserimento – in ciascuno dei fondi – della marmellata di ciliegie, la chiusura delle due parti e la spolverata di zucchero a velo. Un procedimento troppo lungo perché la sua voglia di dolci potesse aspettare. Finalmente sua madre prese un fondo incrinato e invitò Giulio ad assaggiarlo. Fu in quel momento che Carla si accorse che qualcuno bussava alla porta e mandò suo figlio ad aprire. La visita del sindaco non la stupì più di tanto ma, allo stesso tempo, non le prospettò nulla di buono. Con un cenno degli occhi Carla spedì suo figlio in camera e invitò il sindaco a sedersi, scusandosi di non potergli offrire ciò che aveva appena sfornato; ma non era ancora pronto.

Tarcisio Cossu si sedette dov’era seduto Giulio ma non disse nulla. Si tolse gli occhiali, che si erano appannati, e li asciugò con un fazzoletto che portava dentro la tasca dei pantaloni. Nemmeno Carla aprì bocca, non ce n’era bisogno, aveva già capito che il sindaco non aveva niente di buono da dirle, non c’era bisogno che dicesse nulla, che aggiungesse altro. Era passato un solo giorno da quando Margherita era scomparsa ma lei si era già messa il cuore in pace: non l’avrebbe più rivista. Si era messa a sfornare dolci perché Giulio potesse pensarci il meno possibile, perché, almeno lui, potesse continuare a vivere normalmente. Suo marito era tornato al lavoro e lei era rimasta sola tutta la mattina. Nessuno era venuto a sentire come stesse o se avesse bisogno di qualcosa. Le venivano recapitati solo molti doni, facilmente recuperabili dalla macchina. Era questa la loro vita: farsi servire dalla macchina. Non esisteva possibilità altra, da quella che poteva offrire la macchina. Non c’era, e i paesani ne erano consapevoli. Ma non era importante perché non c’era cosa che la macchina non potesse fare, anche dare conforto. Tutto tranne restituirle sua figlia, a quanto poteva vedere!

«Tutto tranne restituirmi mia figlia!» disse la donna a voce alta, guardando il sindaco. Tarcisio si rimise gli occhiali.

«Non lo so, Carla, c’è qualcosa che mi sfugge e allo stesso tempo che preme dentro. Un dubbio che si fa strada e che mi fa riflettere». Carla diede le spalle al sindaco e si mise a preparare il caffè. Il rumore del getto d’acqua sulla caffettiera divenne talmente assordante che Tarcisio decise di tacere. Il sindaco sapeva bene che cosa stava pensando la donna, e quale fosse il suo stato d’animo. Sapeva che qualunque parola lui avesse aggiunto sarebbe stata inutile, superflua, amara. Nessuna delle sue ipotesi avrebbe riportato Margherita a sua madre. Anche se qualcuno avesse chiesto esplicitamente alla macchina di portarsi via la ragazza, loro cosa avrebbero potuto fare per cambiare le cose? Niente. Questo avvenimento avrebbe cambiato le loro vite, le vite di tutti i cittadini del paese e la visione stessa della macchina, o forse no? Forse sarebbe stata solo un’opportunità mancata e tutto sarebbe andato avanti come prima. D’altronde, questo era quello che stava già accadendo. Tarcisio non smise di pensare e osò anche domandarsi per quale motivo qualcuno avesse chiesto una cosa del genere, e se si fosse diffusa la notizia, altri avrebbero fatto lo stesso? Avrebbero usato così ignobilmente il potere della richiesta?

Il rumore dell’acqua era davvero assordante e il silenzio che ne seguì nel momento stesso che Carla chiuse il rubinetto fu anche peggio. La donna mise un numero indefinito di cucchiaini di caffè nella moka, la chiuse per bene e la mise sul fuoco. Prese due tazzine dalla credenza e le appoggiò sul tavolo. La sua faccia, nonostante la carnagione scura, era bianca, e i suoi occhi, neri e vuoti, sbucavano fuori come due fanali. Tarcisio non resistette a quello sguardo e abbassò il suo. E la sua mente non potè che tornare a quella realtà: qualcuno aveva chiesto alla macchina di portarsi via Margherita.

(fine?)

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