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Cicale

Un suono, un odore, un colore, uno sguardo, un’intenzione, o la percezione del presente, vivo e pulsante, rimanda a un ricordo lontano, concluso. Si accende un sorriso; si allontana un pensiero.

Piacevole, calda, la reminiscenza sfiora la nostalgia e la trasforma in una fievole mestizia.

Le cicale rinviano al vento messaggi da consegnare, dilatano la vertigine che rimembra trascorsi disinvolti, costruiscono un ponte su cui impegnare un cammino e sul quale voltarsi indietro.

Cantanti e autrici, ignare della loro forza, seguono le trame del tempo. Tessono preziosi filamenti che cuciono su misura per chiunque abbia un frammento da portare a galla. Per chiunque abbia un ricordo legato.

Un suono riconduce a una vita trascorsa, calda, giovane.

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La macchina (quarta parte)

«Ma tu hai già chiesto, non è vero Carla?» domandò il sindaco. Tutti si voltarono verso la madre di Margherita. Lei non rispose subito e abbracciò suo figlio Giulio. Annuì. Con un gesto impercettibile, ma annuì. La signora Maxìa si alzò dal divano, diede una carezza al bambino, appoggiò uno sguardo dolce al marito e si rivolse alla signora Murru.
«Voi mi conoscete bene, Assunta, io non sono una persona cattiva. Perché mia figlia ha deciso di salire sulla macchina e di sparire? Voi che l’avete vista, com’era? Com’era in volto? Era triste? Angosciata? Era felice?» le si spense la voce in gola. Poi riprese e si rivolse al sindaco: «Perché la macchina non è venuta a riportare mia figlia come le ho chiesto? Io…io non ricordo che sia mai capitato una cosa del genere, che la macchina non abbia realizzato un solo desiderio di ogni singolo abitante di questo paese!». Il primo cittadino, Tarcisio Cossu, era fermo immobile impalato. Nemmeno lui sapeva per quale motivo la macchina avesse deciso di non farsi vedere, cosa pretendeva Carla Maxìa, che lui avesse tutte le risposte? Ne sapeva quanto lei. Non aveva mai dovuto fare cose particolari in quel benedetto paese perché c’era la macchina: pensava a tutto lei, che diammine! Ma di una cosa era sicuro: c’era qualcuno in paese che poteva rispondere. Lui certamente avrebbe sciolto quell’intricata matassa.
«Peppino Casu sicuramente saprà dirci qualcosa!» tuonò il sindaco «Lui ha quasi centodieci anni ed è la persona più vecchia in paese, pensate che si dice che abbia addirittura vissuto precedentemente all’arrivo della macchina!».
«Allora andiamo», disse Assunta, agitando le mani «cosa stiamo aspettando?».

Il gruppo si mosse come una massa unica e, senza nemmeno pensarci due volte, uscirono sotto il sole rovente. Era quasi mezzogiorno, ed era un mezzogiorno di metà agosto, quando i raggi del sole cadono a picco e sembra quasi che prenda fuoco la testa da quanto bruciano. Assunta Murru non perse tempo e si mise il fazzoletto in testa, Egidio Murru, suo marito, la seguì a ruota e indossò il berretto, Carla prese suo figlio Giulio e gli mise una mano sulla testa perché non prendesse troppo sole, il sindaco era a fianco alla signora Maxìa, mentre Franco Solinas e i due poliziotti seguivano dietro. La casa di Peppino Casu non era lontana. Era una casa vecchia, bassa e fatta di mattoni di fango, mattoni di quelli poveri, fatti così, alla buona. Si fece avanti il sindaco e bussò alla porta in legno. Vittoria Casu, figlia di Peppino, vecchia anche lei, aprì la porta, e quando vide tutta quella gente si prese paura e fece un’esclamazione in dialetto così stretto che nemmeno Assunta riuscì a capire.
«Peppino, stiamo cercando!» disse, quasi urlandole in faccia il sindaco. «È in casa?»
«Eh che cosa è successo, Dio mio! Certo che è in casa! Entrate!». La donna fece strada attraverso un cortile interno, poi attraversò una vetrata fin dentro una stanza a sinistra di un andito. Peppino era seduto sul letto, con la schiena appoggiata alla spalliera, con il telecomando in mano e con il televisore acceso a tutto volume.
«Ci sono delle persone per te!» urlò Vittoria, sempre in dialetto. Peppino cercò, non senza una tenera goffaggine, di abbassare il volume del televisore. Lo aiutò Vittoria, che di quelle cose se ne intendeva!
«Siamo venuti per parlare della macchina», annunciò il sindaco. «È sparita Margherita, ve la ricordate?» Peppino fece un’espressione stralunata. «La figlia di Carla Maxìa» continuò il sindaco, indicandogliela con la mano, «figlia di Efisio Maxia, detto zurrundeddu». Peppino guardò con sguardo interrogatorio la figlia.
«Papà, abitano dall’altra parte della strada, quella che guarda verso il mare, Zurrundeddu era sposato con Maria Melis, la sarta!».
«Ah!..eh, mi ricordo! E cosa ha fatto la macchina?» domandò Peppino, rivolgendosi al sindaco e a Carla.
«Non lo sappiamo», intervenne Carla. «Questa notte Assunta ha visto Margherita che entrava dentro la macchina e questa mattina, quando mi sono svegliata, Margherita non era nel suo letto. Non era tornata, Ztiu Peppino! Ho chiesto alla macchina che me la restituisse ma non si è fatta vedere. Mai successa una cosa del genere, che la macchina non arrivasse subito! Voi che siete così anziano e che l’avete conosciuta più di tutti…è mai accaduto che la macchina non esaudisse qualche bisogno?».
Peppino guardò in un punto verso il basso e fece di no con la testa.
«No, mai successo. La macchina ha sempre assecondato ogni richiesta che le venisse fatta! Io mi ricordo ancora quando divenne macchina. Ah!, se mi ricordo! Sono passati quasi cento anni, avevo dieci anni, e da carrozza a motore passò ad automobile vera e propria..era poi una macchina anche la carrozza, sia chiaro, solo che aveva la forma di una carrozza, e noi la chiamavamo carrozza a motore…» Peppino sospirò. «Be’, non è possibile che la macchina non ti abbia ascoltato! Proprio no!» sentenziò rivolgendosi a Carla.

La signora Maxìa per poco non svenne davanti a tutti; se non fosse stato per suo marito sarebbe di certo crollata come una pera cotta. Franco sorresse sua moglie e la fece sedere su una sedia, poi domandò gentilmente a Vittoria un bicchiere d’acqua. Assunta, intanto, si era voltata verso suo marito, a bisbigliare qualcosa sottovoce, mentre il sindaco, con la fronte corrugata, si era messo a colloquiare con i due poliziotti. Erano punto e accapo!

(continua)

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