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Diario di una sera

Inverno 1994

Il breviario è dove sta sempre; sul comodino. E il segnalino indica esattamente il punto che deve segnare. Sono seduto sul letto, con le spalle appoggiate al cuscino che è appoggiato alla spalliera del letto. Le gambe sono distese. Sono rilassato, in attesa di iniziare la preghiera della sera, quella che si recita prima di spegnere la luce ma che io puntualmente recito senza obblighi.
Sono immobile, in ascolto del silenzio accompagnato solo dal rumore di cose vecchie che scricchiolano, dal passaggio dell’acqua calda nei tubi del riscaldamento, dalla vita notturna dei frati più anziani del convento. Movimenti lenti, i loro. Conosciuti e rassicuranti. Sono loro, mi dico.

Ammetto di essere una persona estremamente paurosa, che da poco ha vinto molte paure, una tra tante quella della notte e di ciò che contiene. Ho avuto paura fino a quando non ho deciso di smettere. Interrompere il controllo notturno dell’armadio non è stato facile, come non lo è stato quello di controllare sotto il letto. Diventava estenuante farlo ogni sera prima di dormire.
Ogni tanto capita che qualche frate bussi alla mia porta e si metta a parlare delle sue cose, o delle nostre. Parole sempre molto pesate, che non scendono mai in profondità. Che non si dilungano mai oltre confini ben precisi. Così, per passare il tempo e per aspettare un orario più consono per chiudere la giornata. Ci sono molti giovani che vivono in convento con me. Siamo arrivati tutti lo stesso giorno, per ragioni diverse, con storie personali ma con un futuro comune.

La mia stanza è isolata rispetto a quella degli altri, è esposta a sud mentre gli altri vivono guardando il nord e l’est. Una stanza più silenziosa. Tutti i corridoi del convento si affacciano sul chiostro che di notte ospita sempre qualcuno. Qualcuno dei frati, si intende.

Apro il breviario e trovo subito la compieta del giorno. La recito, in silenzio, e cerco di crederci più di quanto riesca ad ammettere a me stesso. Un inno, un salmo e un orazione sono pochi perché riescano a rispondere alle mie domande. Chiudo il breviario e apro un libro. Affondo sotto le coperte e inizio a leggere nello stesso istante in cui percepisco qualcuno che bisbiglia in corridoio. Le porte sono così sottili che non posso sbagliarmi: qualcuno sta parlando. E se qualcuno parla, qualcun altro ascolta. Sorrido, perché comprendo che tra un po’ sentirò bussare alla porta. Invece no. Guardo la sveglia e mi rendo conto che sono le undici e mezza. Tardi per ricevere visite, mi dico. Il vociare si fa più vicino, sorpassa la mia porta e va oltre. A questo punto sono curioso. Mi alzo e mi affaccio fuori. Il corridoio è buio, illuminato solo da poche luci notturne. Non distinguo chi si sta allontanando. La penombra si mangia chiunque stia camminando. Intravedo solo pochi contorni. Una figura minuta, instabile ma tenace si sta dirigendo verso il coro. Esco e guardo verso destra ma non c’è nessuno. La figura è sola, con chi sta parlando? Esco e mi immergo anche io nella penombra. Solo un mese prima non sarei riuscito nell’impresa ma vivere in un luogo “sacro” mi dà forza. Sono in pigiama e mi muovo guardingo. Mi affaccio alla finestra che dà sul chiostro ed è tutto buio. Aspetto qualche secondo e poi mi muovo verso il coro. Piano. Sorpasso una porta e sento che qualcuno russa. Continuo a muovermi e sento di nuovo quel bisbiglio. Non ci sono dubbi, il frate che cammina davanti a me sta bisbigliando qualcosa. Sarà una preghiera recitata a voce alta, mi dico. La figura sale gli scalini che portano al coro. Non accendo la luce. Riconosco il frate e lo seguo. Mi avvicino e la voce del frate aumenta di volume. Ora diventa più chiara ma con un suono che non riconosco.

«Vai via!» dice. Convinto che stia parlando con me accenno un passo all’indietro. Il frate continua a parlare con voce soffocata. «Vai via!» ripete a qualcosa o qualcuno che non riesco a intravedere. Mi accosto con la pelle d’oca. Il frate si muove avanti e indietro nel coro. Lui è così magro e piccolo che a fatica riesco a vedere cosa fa. «Vai via!» continua a ripetere come una litania muovendo la mano destra, poi bisbiglia qualcosa come una preghiera. «Vai via!» ripete a voce più alta. Mi prende un colpo, mi ricordo cosa fa quel frate, il suo passato, chi riceve ogni giorno, perché le persone vengono da lui, quegli strani incontri, il perché il vescovo lo chiama spesso a rapporto, e mi manca il respiro. Faccio qualche collegamento e per poco non mi mangio il cuore dalla fifa. Senza più paura di essere visto o sentito, corro verso la mia camera da letto, mi chiudo la porta a chiave dietro e mi infilo sotto le coperte. Recito ave Maria, convinto che questo servirà a qualcosa. Snocciolo preghiere una dietro l’altra, tremo come una foglia e non riesco a calmarmi. Mi rimbomba nella testa il suono della voce del frate. Chiudo le orecchie e ripenso a me, ai miei timori, e mi ricordo perché è importante avere paura del buio.

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Anamnesys – 2°capitolo:odori

Se la povertà avesse un odore avrebbe quello della casetta. Frate Luke ne era consapevole. Lo era ogni qualvolta vi entrava. Ogni giorno.
Ogni volta che varcava la porticina e che veniva a contatto con la puzza – perché di ciò si trattava –, il giovane frate annuiva e confermava a se stesso quella sensazione; quella certezza. Tanfo di cibarie cotte misto a sporcizia. Sporcizia umana, di uomini e donne che si lavavano poco o niente. Un odore intenso che aveva impregnato ogni angolo della casetta. Uno spazio in cui venivano accolti i poveri che si avvicinavano per ricevere un pasto caldo. Una casetta sempre pulita ma intrisa di un odore che stagnava e che non andava via, perché era quello della povertà. Se la povertà avesse un odore…si ripeteva Luke, avrebbe questo. Sì, ne era cosciente perché era lui che ogni giorno portava da mangiare ai barboni. Qualche frate, ogni tanto, con malavoglia, lo sostituiva, ma era lui che se ne occupava e che stimolava gli altri a occuparsene. La povertà non era una cosa bella. Almeno non quella concreta, non quella che vedeva lui e con la quale veniva a contatto. Non la povertà di quelle persone, che non poteva più definirsi tale. Miseria, era divenuta.
Con questo pensiero Luke avanzò con i piatti di minestra in mano e si avvicinò al tavolo al quale erano sedute cinque persone: tre uomini e due donne. Quegli individui sorrisero al frate perché lo conoscevano bene. Lui rispose al sorriso e porse i piatti a due di loro.
«Ora vi porto anche gli altri», disse. «Un attimo solo».
Uscì dalla casetta e respirò a pieni polmoni l’aria fresca, pulita, sana. La casetta si trovava dentro il parco del convento, una cinquantina di metri più in là della casa dei frati vera e propria. Un posto raggiungibile solo dall’esterno, non collegato alla struttura madre. Una distanza quasi simbolica, che sembrava sottolineare che la povertà, quella vera, era qualcosa di lontano, di non appartenente. Qualcosa di distante; quasi da temere. Un luogo che il superiore aveva allestito perché chi ne sentiva necessità potesse avvicinarsi e mangiare qualcosa. Le stesse cose che mangiavano i frati. Niente di più, niente di meno.
Erano sempre le stesse persone. Difficilmente arrivava qualcun altro che non fossero loro. Luke lo sapeva bene e ormai aveva imparato a conoscerle. E le conosceva davvero. La storia e le vicissitudini di ognuno di loro erano diventate anche le sue. Se n’era fatto carico così come si era fatto carico del loro sostentamento.
Frate Luke arrivò in cucina e prese altri due piatti.
«Sta’ attento» gli disse frate William.
«Attento a cosa?» domandò Luke.
«Non si sa mai», aggiunse il confratello.

Il giovane frate fece spallucce e si diresse verso la casetta, facendo bene attenzione a non rovesciare nulla. Ancora un altro viaggio, rifletté, e tutti avrebbero mangiato il primo. Quando entrò, li trovò che litigavano per il mangiare. Luke si avvicinò senza dire una parola, e quando gli altri lo videro smisero all’istante. Il gruppo abbassò gli occhi, dalla vergogna, perché tutti si rendevano conto di ciò che stavano facendo e dell’inutilità del loro agire. Avevano lo sguardo basso. Luke non disse nulla, non aprì bocca ma non fu necessario. Con tutta calma porse i due piatti alle due donne e uscì di nuovo. Ancora uno, pensò. Ancora uno. Nel tornare in cucina ripensò al perché di tutto ciò che stava facendo e a cosa potesse servire il suo agire. Cosa avrebbe aggiunto di più a quelle persone; sempre loro e soltanto loro! Ma cosa poteva fare di diverso?
Varcò ancora la soglia della cucina, frate William gli porse l’ultimo piatto senza aggiungere nulla. Luke uscì e accelerò il passo, voleva arrivare in fretta, non voleva che nascessero altri scontri; altri litigi tra i componenti del gruppo. Guardò verso l’alto e osservò le nuvole nere che si accarezzavano tra loro e inspirò ancora profondamente. Non aveva ancora mangiato, l’avrebbe fatto più tardi, nonostante la fame pungente. Ripensò a quando aveva iniziato con i poveri. A come non si limitasse a portare da mangiare, ma avesse deciso di unirsi a loro per il pasto. Quel ricordo gli provocò un sapore amaro in bocca. Dopo qualche tempo gli fu impedito di continuare e ordinato di ricominciare a mangiare insieme ai frati. Ordini dall’alto. Ancora adesso, dopo diversi mesi, non riusciva a comprenderne la reale motivazione ma, perlomeno, aveva smesso di domandarselo. Forse codardia. Forse no.
Frate Luke entrò ancora nella casetta e fece nuovamente i conti con l’odore penetrante. Sorrise, per nascondere il disagio, e porse l’ultimo piatto che gli restava.
«Buon appetito, tornerò per portarvi il secondo» annunciò. E si congedò dal gruppo. Per il momento, la sofferenza era finita. Uscì.
Mentre camminava ripensò al giorno prima. Al capitolo, alle parole di padre Jonathan e a quelle del suo superiore. Ripensò alla sua vita, che sarebbe cambiata. Cambiata completamente.
Probabilmente non avrebbe più rivisto quei volti, quelle storie di povertà. Forse avrebbe conosciuto altre persone. Certamente, sì. Certo, si disse.
Prima di entrare guardò ancora verso l’alto e gli parve di scorgere una macchia azzurra. Non vedeva il cielo aperto da giorni. Non vedeva il sole da tempo. Aprì la porta ed entrò in convento. Passò dalla cucina e salutò con gli occhi frate William che gli porse un piatto di minestra calda. Prese il piatto in mano e quasi ebbe la tentazione di rispondere alla domanda che lo sguardo del confratello gli poneva: perché lo fai? Ma non lo fece. Non rispose. Non avrebbe potuto. Luke accennò un sorriso e ringraziò il confratello, poi andò in refettorio e si sedette al suo posto. Consumò il pasto alla svelta, come chi non ha tempo da perdere, come se il nutrimento del corpo non lo riguardasse da vicino. Lo consumò sotto gli occhi dei confratelli. Scambiò uno sguardo con Matt e con Mark ma non si fermò oltre. Tornò in cucina e fu investito dall’odore della carne cotta al vapore. Si stizzì inaspettatamente e gettò lo sguardo verso cinque piatti colmi di stufato con patate. Anche i poveri avrebbero mangiato la stessa cosa. Ne prese due e uscì dalla cucina per dirigersi alla casetta di accoglienza. Ricordò con la mente l’odore che avrebbe sentito da lì a poco e si ritrovò a trattenere il respiro. Era l’odore della povertà. E lui non aveva quell’odore. Una fitta alla base dello stomaco lo costrinse a fermarsi. Trasse un respiro profondo ed entrò.
«Stufato di carne e patate» annunciò a voce alta col sorriso sulle labbra.
«Anche oggi?» si lamentò il più anziano dei cinque, mentre l’uomo che gli era accanto gli mollava una gomitata nel fianco. Luke lo fulminò con gli occhi.
«È la stessa cosa che mangiamo noi!» e chiuse la questione.
Era troppo lontano da loro, se ne rendeva conto. Lontano dalla loro vita. Non viveva con loro. Avrebbe voluto farlo, certo. Avrebbe voluto sentire la loro povertà dentro, condividerne le paure, lo stesso timore che la vita fosse solo quella. Che la felicità fosse solo un piatto caldo di minestra o il solito stufato di carne e patate. Una vita senza nulla. Priva di ogni cosa, anche dei sogni. Priva di un futuro vero. Sentiva questa urgenza di conoscenza. Questo, lo aveva spinto anni prima a entrare in convento. Questo, gli aveva sempre ispirato leggere racconti sul santo di Assisi. Per lui era una cosa normale. Era la libertà. La povertà era la libertà. Ma quella era miseria, si ripeteva. Era miseria. Fame. Ma tra qualche giorno tutto sarebbe cambiato, si disse. Avevano ottenuto il permesso. Lui e altri due frati. E avrebbe conosciuto la vita vera. Quella che aveva deliberatamente abbandonato per trovarne una nuova. Sarebbe rientrato nel mondo reale. Con una veste nuova, con un compito nuovo, con una missione nuova e con uno sguardo diverso. Più attento. Più profondo. Più vero.
Luke si rese conto di essersi imbambolato a navigare tra i suoi pensieri di fronte ai cinque. Il gruppo aveva fame e doveva portare ancora tre piatti. Tornò in sé e uscì dalla casetta. L’odore della pioggia lo avvolse. Un odore forte di terreno bagnato, di erba umida. Un profumo che amava perché era l’odore della sua terra. Tornò in cucina con troppe domande e cercò di dirimere un groviglio di riflessioni intricato. Frate William gli porse i piatti e lui li agguantò con sicurezza. Uscì dalla porta ma a metà tragitto il peso del suo riflettere, o un piede messo male gli fece perdere l’equilibrio e rovesciare uno dei due piatti a terra. Idiota!, si disse.
Lasciò il piatto lì e portò l’altro dentro la casetta. Non si fermò se non il tempo di consegnarlo e uscì di corsa. Tornò dove gli era caduto il piatto, lo raccolse e cercò di risistemarvi dentro tutto il contenuto, poi si diresse verso il cestino della spazzatura e lo buttò dentro. Tornò in cucina e prese altri due piatti.
«Perché ne prendi due?» domandò subito frate William, «non sono in cinque?»
«Oggi mangio il secondo con loro».
«Non puoi, lo sai, padre Gustav te l’ha proibito!».
«Solo oggi. Glielo dirò dopo».
«Affari tuoi», sentenziò il frate cuoco.
Luke attraversò il parco e si diresse alla casetta, consegnò i due piatti mancanti ai due uomini e attese che lo mangiassero. Rimase lì, immobile. Osservandoli, ascoltando ciò che dicevano e intervenendo solo raramente. Quando i cinque terminarono di mangiare, buttarono tutto dentro un sacco che Luke aveva sistemato vicino alla porta. Il loro pranzo era terminato. Salutarono il frate, e in fretta e furia uscirono dal cancello in ferro battuto che era sempre chiuso ma che per quell’ora era rimasto aperto. Luke li seguì fino al piazzale della chiesa e lasciò che andassero ciascuno per la propria strada. Provò a immaginare cosa avrebbero fatto tutto il pomeriggio, e poi la sera, e la notte. Dove avrebbero mangiato ancora qualcosa di caldo, cosa avrebbero vissuto. Pensato. Rientrò dentro il parco, poi dentro la casetta. Passò uno straccio bagnato sulla superficie del tavolo e diede una spazzata veloce al pavimento. Rimise a posto le sedie, uscì e si chiuse dietro la porta.

Nel tragitto verso la cucina si fermò dove era caduto lo stufato e fece in modo di coprire bene ciò che era rimasto. Ogni scusa era buona per non dare loro da mangiare. Ogni scusa. Ogni errore. Se avesse detto che gli era caduto un piatto avrebbe attirato su di sé e, indirettamente verso il gruppo della casetta, le ire di frate William. Forse l’avrebbe accusato di stare a coprire la loro malaccortezza e avrebbe alimentato i sospetti su di loro. William si era appropriato del cibo e di ciò che cucinava. Era affare suo e aveva deciso di dettare legge su tutto ciò che lo riguardava. La cucina era il suo regno, la sua vita. Poteva, la cucina, diventare la vita di un religioso? Poteva! Aveva fatto bene a nascondere il fatto. Un semplice incidente, che sarebbe potuto accadere a chiunque; anche a lui.
Ma tutto questo sarebbe finito tra qualche giorno, si rinfrancò. Finalmente non avrebbe più dovuto nascondere, avrebbe abbracciato liberamente la vita vera. La sua vocazione. Non avrebbe più mentito a se stesso. Agli altri.

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I segreti di Onophrio (ultima parte)

Frate Mark emerse dalla penombra e si avvicinò al bancone.
«Ti avevo detto di non tornare!» gli disse immediatamente Onophrio.
«Quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre ad una persona cara, aggiungerei, sempre per citare Pennac.
» il frate avanzò «Non sia così duro con chi decide di regalare un libro a qualcuno.»
«I libri non si regalano! Che diritto abbiamo di decidere cosa devono leggere gli altri?»
«Non sono d’accordo!» insistette Mark «Leggere un libro può essere un’esperienza straordinaria che, spesso, abbiamo piacere di condividere con qualcun altro. Siamo felici che qualcuno, come noi, possa amare un particolare libro. Che male c’è nel regalare libri? Credo che sia uno dei doni migliori che si possa fare! Chissà quante volte le sarà capitato di consigliare dei libri e…»
«Mai!» lo interruppe Onophrio. «Non consiglio mai i libri da comprare, e non voglio che me li chiedano. Tu non capisci, i libri…ci cercano, ti è chiaro? Sono loro che decidono quando devono essere letti, non noi!» il libraio si alzò in piedi. «Hai visto quanti libri ci sono qui dentro? Cerco di portarne più che posso perché non si sa mai nella vita! Non sappiamo quale libro deciderà di essere letto, magari passando per caso attraverso una pila di libri, un titolo in particolare cattura la nostra attenzione, e noi siamo entrati per comprare un altro libro, ma quel libro che eravamo convinti di voler leggere, in realtà, non era quello giusto, mentre il titolo che ha attirato la nostra attenzione e che pensiamo o crediamo di aver notato per puro caso, in realtà ha fatto sì che noi lo trovassimo. Hai capito perché non si regalano e, tantomeno, si prestano? E adesso basta, piantala di tornare qui e di voler fare certi discorsi! Io…io so cosa bisogna fare» disse in preda alla collera, e senza rendersene conto diede un’occhiata fugace alla scala a chiocciola. «Vattene, adesso devo servire i clienti.»
La coppia, che intanto aveva preso il libro e che si era fermata ad ascoltare l’ultima parte del discorso, si fece piccola, quasi invisibile, pagò e se ne andò in silenzio, senza aggiungere e senza commentare nulla. Mark attese ancora qualche minuto prima di aprire bocca.

«Quando lei mi ha detto che ero troppo vecchio per leggere certi libri, beh, mi ha fatto pensare, ho riflettuto bene e ho deciso di leggere anche qualcos’altro…senza rendersene conto, lei mi ha dato dei consigli su cosa leggere e io…» e fece per dargli il libro che aveva in mano.
«Allora non hai capito nulla!» lo interruppe nuovamente Onophrio. Il libraio allora si mosse dal banco, si avvicinò al frate e, togliendogli con forza il libro che aveva in mano e vedendo che era uno di quelli comprati la mattina stessa, lo aprì e lo strappò con forza in due. «È morto! Vattene!»
Mark rimase impietrito, con gli occhi sgranati e la bocca aperta, poi il suo volto riprese i tratti naturali, annuì con la testa, guardò il libraio con occhi pieni di compassione e, senza aggiungere altro, uscì dal negozio.
Onophrio rimase immobile e appena la porta si chiuse piombò su di lui un silenzio pesante. Il suo cuore tambureggiava velocemente, il suo respiro altrettanto, ma egli non fece nulla, attese che tutto tornasse come prima anche se niente sarebbe stato come prima. Guardò l’orologio che segnava le cinque e mezza. Mai aveva parlato così ad un cliente, mai era successo che le sue ragioni e il suo stato d’animo profondo potessero uscire così energicamente dalla sua bocca e rivelarsi così limpidamente. Mai un cliente l’aveva spinto così a fondo da costringerlo a dare spiegazioni del suo comportamento e mai aveva dovuto strappare un libro come aveva appena fatto. Senza che i pensieri potessero azzardarsi a calpestare terreni pericolosi, guardò la scala a chiocciola e un pugno nello stomaco gli bloccò per un istante il respiro. Era presto, lo sapeva, ma oggi avrebbe chiuso prima. Prese il mazzo di chiavi che erano appoggiate sul bancone e si diresse a chiudere la porta a vetri. Si affacciò fuori e accostandosì al vetro, ancora una volta, formò una patina di vapore sulla superficie. Il cielo era plumbeo e aveva ricominciato a piovere. L’uomo girò la chiave, ma nell’atto di voltarsi per tornare indietro intravide la sagoma del frate che, sotto la pioggia, con il cappuccio in testa, fissava l’ingresso della libreria. I loro sguardi si incrociarono e come se tutto non potesse che essere così, comprese che egli aveva capito tutto e che i loro cuori erano più simili di quanto pensasse. Onophrio mantenne il contatto solo per qualche istante poi tornò verso il bancone, spense le luci e andò verso la scala a chiocciola, ma appena fece il primo gradino tornò sui suoi passi, si diresse verso un ala della libreria e, passando tra le pile di libri, fu colpito da un titolo in particolare, lo prese in mano, lo sfogliò distratamente e tornò verso la scala. Salire al primo piano era sempre qualcosa di tremendo, ma anche di estremamente necessario, per lui.
Terminati gli scalini, camminò lentamenete, senza fare rumore poi, con estrema calma, si portò in cucina e appoggiò il libro sul tavolo. Quasi meccanicamente prese un bicchiere dalla credenza, vi versò un po’ d’acqua e la bevve con gli occhi chiusi. Terminato di bere riprese il libro dal tavolo, uscì dalla cucina e si fermò sulla soglia di un’altra stanza con all’interno un letto grande e alto sul quale vi era coricato un uomo. Immobile, con gli occhi chiusi, aveva attaccati alle braccia e alla bocca diversi fili e tubicini trasparenti a loro volta collegati a delle macchine mediche sistemate a un lato del letto. Entrato dentro, Onophrio fu invaso immediatamente da un intenso odore di medicina che conosceva molto bene poi, presa una sedia, si sedette a fianco al letto e rimase ad osservare l’uomo che giaceva di fronte a lui e che respirava lentamente e unicamente tramite la macchina. Il volto del libraio non cambiò espressione, trascendendo qualunque stato d’animo, rimase immutato. La sua mente divagò come non faceva ormai da anni e riflettè su ciò che stava provando. Confessò a se stesso che quattordici lunghi anni avevano eroso ogni eventualità di cambiamento e bruiciato ogni desiderio di possibilità stessa. Il suo cuore si era arreso al fatto che nulla sarebbe cambiato. Così, consapevolmente e senza pretendere di ingannare se stesso, aveva deciso di stare, semplicemente, e di essere solo una presenza, una voce. La volontà dell’altro era scomparsa, sprofondata chissà dove, in un luogo irraggiungibile dentro il quale a nessuno era permesso arrivare. Sigillata con fuoco e incatenata eternamente, quella libertà comune a tutti gli uomini gli era stata strappata via. Ciò che restava di lui era soltanto il ricordo e con esso i suoi sogni e le sue passioni di un tempo. L’ombra di ciò che era e di ciò che avrebbe voluto essere un giorno vivevano dentro il cuore di Onophrio che, intensamente e tenacemente, aveva fatte sue. Così, giorno dopo giorno aveva dedicato la sua giornata a lui, continuando il lavoro che avevano iniziato insieme, portando avanti il negozio e facendolo partecipe di quella vita negata.
Il libraio non distolse gli occhi di dosso da quell’uomo che negli anni era diventato una pianta, una bellissima pianta che respirava e che si nutriva grazie alle macchine.
Onophrio, infine, rifletté su che tipo di persona egli stesso era diventato. Aveva estremizzato le parole e la memoria dell’altro: “i libri ci cercano…” gli aveva confidato un giorno come tanti e quella filosofia di vita era adesso sigillata a fuoco nella sua mente. Odiava quando gli chiedevano di scegliere perché lo doveva fare ogni giorno, odiava consigliare o decidere cosa gli altri dovessero leggere perché era costretto ogni giorno a fare quella scelta. Avrebbe preferito il contrario se fosse stato possibile, ma così non era. Il suo carattere si era appuntito e la sua rabbia si era trasformata, cambiando anche il suo modo di lavorare, rendendolo, a volte, intollerante, iracondo e insopportabile.
Onophrio aprì il libro, delicatamente, senza piegarlo, ma quel gesto lo fece tornare con il pesiero al frate e a come, diversamente da tutti e forse anche inaspettatamente, era riuscito a comprendere il suo dolore profondo. Sì, ne era sicuro, lo aveva letto nei suoi occhi, aveva percepito chiaramente cosa vedevano e loro, come uno specchio, l’avevano rimandato a lui. Si ritrovò sopreso nel sentirsi felice di ciò, e accennò un sorriso. Il pensiero si concluse subito. Onophrio tornò sul libro che aveva scelto di essere letto, si avvicinò con la sedia al giaciglio e dopo un respiro profondo, così come faceva ogni giorno da quattordici anni, iniziò a leggere.

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I segreti di Onophrio (quinta parte)

Alle quattro del pomeriggio la libreria del signor Walsh era deserta. Una luce soffusa filtrava dalle finestre vecchie e opache e, dove arrivava, evidenziava i contorni di qualche filamento di ragnatela o svelava minuscoli granelli di polvere che ballavano nel vuoto. Le sagome dei libri, imprecise e a volte solo accennate, facevano, in qualche angolo in cui era preclusa la luce, un tutt’uno con l’oscurità. Ogni cosa era immobile e il silenzio regnava sereno, fino a quando un passo lento e stanco non si udì provenire dalla scala a chiocciola.
Onophrio scendeva dal piano di sopra con indosso un maglione marrone a collo alto, un paio di pantaloni dello stesso colore ma di una gradazione diversa, un paio di pantofole nere e, sorretti con entrambe le mani, quattro libri. Con lo sguardo distratto dai pensieri si portava verso l’ingresso ma, prima di riaprire il negozio, appoggiò i libri sul tavolo adiacente all’entrata ed estrasse un mazzo di chiavi dalla tasca; solo a questo punto si mosse per aprire la porta a vetri. Prima di girare il cartellino da chiuso a aperto fece un ampio giro con la testa e rimase ad osservare ciò che lo circondava. Ripercorse per un’istante i vent’anni di lavoro nella libreria, osò soffermarsi più del dovuto sui primi sei, ma fu costretto a non abusare di quel ricordo o il dolore che ne sarebbe scaturito sarebbe stato troppo grande da contenere, ed egli sapeva molto bene che se avesse continuato, avrebbe rischiato di esserne nuovamente fagocitato.

Il libraio tornò in sé immediatamente, inspirò rumorosamente con il naso e, freddamente, come se quel ricordo non avesse già messo in atto tutta una serie di stati d’animo, si diresse verso il banco e, tornatogli in mente di aver lasciato i libri vicino all’ingresso, fece dietro front. Nell’atto di sollevare i libri dal tavolo diede un’occhiata fuori dalla porta a vetri e notò con piacere che aveva smesso di piovere ma che, sfortunatamente, si era alzato il vento. Onophrio si allargò moderatamente il collo del maglione, diede un’altra inspirata di muco e andò a sistemare i libri al loro posto. I suoi passi rumoreggiavano sopra il parquet e solo nei pochi punti in cui era stata sistemata la moquette il rumore veniva assorbito dal tessuto. L’uomo si portò dietro il bancone, prese il catalogo delle novità editoriali e si preparò ad ordinare tutti i libri che erano usciti in quella settimana. La campanella della porta suonò.
«Oh sì,» disse una voce femminile proveniente dall’ingresso «sarà certamente contento, ne sono certa!»
«Sei sicura che non sia troppo grande per questi libri?» le domandò una voce maschile.
«Non dire sciocchezze, Edward, ha dodici anni, è ancora un bambino!» rispose la donna.
«Insomma…dodici anni mi sembrano davvero troppi per questi libri e, comunque, sono quasi tredici» insistette l’uomo.
«Ma caro, il nostro bambino…ama questi romanzi. Li adora. E non fa che chiedermeli, te lo posso assicurare. Ah, ma cosa ne vuoi sapere, tu che sei sempre in giro per lavoro!»
«Non ricominciamo con questa storia del lavoro, ne abbiamo già parlato!»
«Certo, certo…» lo liquidò la donna
Onophrio alzò leggermente il capo per osservare la coppia appena entrata e si meravigliò di quanto sembrassero più giovani rispetto al loro timbro di voce. La donna, con indosso una giacca color viola acceso, un cappellino alla francese dello stesso colore e una borsetta blu elettrico, aveva i capelli castano chiaro e due occhi verdi accesi su una carnagione chiara, mentre l’uomo – probabilmente suo marito, – era vestito in giacca e cravatta che emergevano dal trench aperto. Con i capelli e gli occhi dello stesso colore della donna, l’uomo le si avvicinò e le diede una gomitata per richiamare la sua attenzione, facendole notare che il libraio li stava osservando. Onophrio, però, dopo qualche istante, si rimise a leggere il catalogo. Con il sorriso sulle labbra, la donna si avvicinò al banco.
«Il nostro angioletto compie tredici anni la settimana prossima e vorremmo regalargli un libro. Io sono certa che lui non veda l’ora di leggere… »
«A tredici anni è già ora che decida da solo, cosa leggere!» la interruppe Onophrio, senza staccare gli occhi dal catalogo. La donna fece un rapido movimento di sorpresa schioccando ritmicamente le ciglia, rimase in silenzio e si voltò con sguardo interrogativo verso il marito, poi riprese a parlare.
«Forse non ha inteso bene cosa ho detto…» ma in quel momento si sentì suonare nuovamente la campanella della porta.
«Ho capito perfettamente» la interruppe ancora Onophrio, ignorando la campanella ma sollevando, questa volta, il viso dal catalogo e volgendo lo sguardo verso la coppia.
«E sentiamo, che libro vorreste comprargli? Fate alla svelta. Qualunque cosa deciderete di prendergli,» si fermò un secondo «andrà bene. Ma se il “bimbo” deciderà di cambiare o se capirete che non fa per lui, non tornate qui a cambiare il libro, vi avverto! Vi consiglio, dunque, di accertarvi che quello che avete deciso di regalargli gli sia davvero gradito»
«Ne sono certa!» disse entusiasta la donna «Io e il mio bambino abbiamo gli stessi gusti!»
L’uomo a fianco alla donna fece un leggero movimento del capo, come di rassegnazione e aggiunse:
«Perché non dici al signore cosa vogliamo prendere a David, così possiamo togliere il disturbo!»
«Le avventure di Pinocchio!» sentenziò la donna « Adoro questo libro e…» diede un’occhiata torva al marito «avevo la sua età, quando l’ho letto la prima volta!»
«E sia!» disse Onophrio «Lo trovate nella sezione ragazzi, infondo a sinistra» e, continuando a discutere tra loro, la coppia si diresse verso l’ala indicata loro dal libraio.
«Ogni lettore ha diritto di non finire i libri, scrive Daniel Pennac.» Onophrio guardò immediatamente verso l’ingresso per capire chi avesse pronunciato quella frase.

(continua)

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I segreti di Onophrio (quarta parte)

Nel momento stesso in cui si voltò per capire chi lo stesse chiamando, Onophrio fece un cenno di dissenso con gli occhi, poi si girò nuovamente e riprese la strada verso casa.
Fra Mark non si diede per vinto, raggiunse il libraio e si posizionò a fianco a lui.
«Non credo ai miei occhi» disse con il respiro affannato provocato dalla camminata sostenuta.
Onophrio non diede importanza alle parole del frate e non fermò la sua avanzata.
«Lo sapevo che non era poi così cattivo…» continuò il giovane frate, quasi camminando all’unisono con lui. L’uomo lo degnò solo di uno sguardo fugace e quando si trovò di fronte all’ingresso della libreria, un’altra voce proveniente dalla sua destra lo costrinse a voltarsi.
«Signor Walsh! Signor Walsh!» urlava una donna vestita di nero, con un cappellino di lana nero che le arrivava fin quasi alle sopracciglia, e che lasciava intravedere solo parzialmente i cappelli biondo ossigenato che le arrivavano fino alle orecchie. Onophrio distolse nuovamente lo sguardo dalla donna che, intanto, si era messa a sbracciare per cercare di attirare la sua attenzione.
«Cosa c’è?» rispose Onophrio, quasi seccato.
«Oh, signor Walsh, meno male che l’ho trovata. Devo assolutamente cambiare un libro che ho comprato ieri!»
«Non si cambiano i libri!» rispose l’uomo, con un tono che non ammetteva obiezioni e, ruotata la chiave nella serratura, si portò dentro il negozio.
«Ma signor Walsh,» continuò la donna, seguendo il libraio «aveva ragione lei, non fa per me questo romanzo. È così…come dire, così…la prego signor Walsh!»
«No!» urlò, voltandosi con foga verso la donna. Mark, che intanto era entrato insieme alla coppia e che non aveva proferito parola, rimase immobile a guardare il volto della donna che, con la pelle quasi diafana e due occhi enormi che le sbucavano dalle orbite, era rimasta ammutolita da quella reazione.
Onophrio rimase con gli occhi quasi infuocati puntati verso la donna, si mosse verso di lei, le strappò il libro dalle mani, andò verso il banco, aprì la cassa, prese dei soldi e infine li diede in mano alla donna. «Se ne vada!» La donna, ancora tremante per la reazione inaspettata del librario, tentennò un sì con la testa, guardò con gli occhi sottecchi il frate e uscì velocemente dal negozio.
Appena la donna ebbe chiuso la porta dietro sé, l’uomo si voltò verso il frate «Perché sei tornato?» domandò con fare seccato e, squadrandolo dall’alto verso basso, si rese conto che aveva indosso il saio francescano.
«Volevi dimostrarmi che sei davvero un frate? Sai quanto mi interessa saperlo? Lo vuoi sapere? Non me ne frega niente! Io vendo libri e basta, il resto è inesistente. Hai capito? Adesso, a meno che tu non voglia comprare altri libri, puoi anche andartene!»
«Io davvero non capisco,» rispose Mark, facendo di no con la testa «crede che non abbia visto come si comporta fuori? Perché è così antipatico con i suoi clienti? Dovrebbe cercare di essere più gentile e consigliare sempre una buona lettura. Io credo che un libraio debba comportarsi così, invece di trattare male le persone. Chissà quanti clienti perde ogni giorno a causa del suo comportamento!»
Onophrio estrasse nervosamente dalla tasca un fazzoletto e si pulì il naso.
«Vuoi insegnarmi come si fa il mio lavoro? Va’ a fare le tue prediche in chiesa, non qui. Vai, non so chi tu sia e non voglio saperlo. Porta te e il tuo credo fuori da questo negozio!»
«Lei è davvero insopportabile, nevrotico e…comunque,» aggiunse, cercando di trattenere il suo disappunto «sono tornato perché ho deciso di cambiare un libro che ho preso questa mattina.» Onophrio sbatté con forza il pugno sul banco. «Non si cambiano i libri!» pronunciò a denti stretti, ma con la rabbia trattenuta in gola, poi il suo sguardo fu catturato dal grande orologio tondo appeso sopra una libreria, e cambiò espressione.
«Devo chiudere» disse, accompagnando frettolosamente il frate alla porta e, dopo avergli intimato nuovamente di non farsi vedere se non per acquistare dei libri, gli chiuse la porta dietro e ruotò il cartellino che indicava che il negozio era chiuso.
Onophrio diede due mandate di chiave e le mise in tasca, si diresse velocemente verso la scala a chiocciola e mentre si mangiava i gradini bisbigliò un: «Arrivo…»

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I segreti di Onophrio (terza parte)

Il libraio rimase a fissare la mano del religioso senza fiatare, poi si mosse e gli passò di fronte evitando di ricambiare quel gesto e dirigendosi verso la porta a vetri che inavvertitamente era rimasta aperta. Una folata di vento appuntita come una lama gli schiaffeggiò il volto e gli provocò un istantaneo starnuto. Onophrio socchiuse gli occhi, afferrò con forza la maniglia e chiuse la porta con decisione, tornò sui suoi passi soffiandosi il naso con un fazzoletto di stoffa che estrasse dalla tasca dei pantaloni e diede un’occhiata fugace al ragazzo che, occhio e croce, poteva avere una trentina d’anni. L’uomo evitò di fare una domanda che chiunque di fronte a quella presentazione avrebbe fatto e si limitò, come suo solito, ad attendere le parole del cliente. Il frate, però, contrariamente a quanto si aspettava il libraio, non aprì bocca, anzi, cominciò a curiosare dentro la libreria. Si portò verso l’interno e ne ispezionò gli angoli più nascosti. Esaminò dall’alto verso basso le pile di libri e la quantità esagerata di volumi che erano infilati nelle scaffalature. Chiunque avesse assistito alla scena avrebbe notato lo sguardo del giovane frate e di contro lo sguardo torvo del libraio il quale rifletté che, da che egli ne avesse memoria, nessuno era mai entrato nella sua libreria senza dirgli subito che libro desiderasse. Ma il frate non sembrava intenzionato a concludere la sua esplorazione e questo provocò un aumento di nervosismo in Onophrio che, a quel punto, si sentì in dovere di parlare. «Non sono invisibile. E anche se non sono grasso e la mia carne non trasborda dal mio corpo, credo che potresti fare il sacrificio di chiedermi che libro stai cercando.»
Mark si voltò verso l’uomo e accennò ad un sorriso. «Sa che potrei farle la stessa domanda? Mi sono presentato e ha fatto finta di non vedermi, allora ho pensato che tutto sommato la mia presenza non era così necessaria e che, dunque, mi avrebbe fatto bene fare un giro qui dentro e curiosare un po’, prima di decidere cosa e se acquistare.»
«Fai come credi» aggiunse Onophrio, facendo spallucce.
«Perché è così sgarbato?» gli domandò improvvisamente il frate.
«Perché voglio andare in paradiso! O preferisci indicarmela tu, la strada?» gli domandò con un ghigno beffardo.
«Dove trovo la letteratura per ragazzi?» chiese Mark, ruotando la testa a destra e a sinistra. Onophrio lo fissò ancora una volta e si diresse verso il banco della cassa. «Trent’anni mi sembrano davvero troppi per mettersi a leggere
L’isola del tesoro» e presa una cartellina trasparente da sotto il banco, si mise a leggere alcune scartoffie. Mark arrossì lievemente e restò, anch’egli, per un attimo, a guardare il libraio che leggeva con attenzione i fogli che aveva in mano. L’uomo, non ricevendo alcuna risposta, smise di leggere e guardò il frate da sopra gli occhiali. «È in fondo a destra» e accompagnò le parole con un gesto della testa.

Dopo qualche minuto Mark tornò con in mano tre romanzi: “Ventimila leghe sotto i mari, Il barone rampante e L’amico ritrovato che appoggiò timidamente sul bancone. Onophrio prese i libri e digitò il prezzo sul registratore poi, uscito fuori lo scontrino, estrasse una bustina con il logo della libreria da un piccolo cassetto alle sue spalle, vi infilò i libri, staccò lo scontrino e li porse al frate. Mark, che intanto si era preparato i soldi, li allungò al libraio, poi accennò un sorriso unito ad un cenno del capo e si voltò per andare verso l’uscita.
«Perché tanta strada per prendere tre libri?» chiese Onophrio, prima che il frate impugnasse la maniglia della porta.
«Tanta strada?» domandò a sua volta Mark. «La Dyke Road non è poi così distante, sono al massimo quindici minuti a piedi, se non decido di camminare alla svelta!»
«Non ci sono conventi nella Dyke road; tu racconti balle! La storia che sei un frate è una balla. E quei libri non sono per te, saranno sicuramente per qualche nipote o chissà chi…bah, tante preoccupazioni per comprare dei libri per qualcun altro!»
Mark corrugò le sopracciglia e rinunciò ad uscire. «Sono un frate, e posso dimostrarglielo quando vuole!»
«Ora però ho da fare!» lo liquidò Onophrio con un gesto della mano. Il frate trattenne il respiro e si costrinse a non aggiungere altro, fece di no con la testa e uscì dalla libreria.
Onophrio inspirò profondamente e tirò su con il naso una discreta quantità di muco. Il suo raffreddore stava peggiorando, si disse. Sarebbe stato meglio prendere qualcosa. Mise entrambe le mani sopra il bancone e rimase qualche istante a riflettere: aveva certamente qualche aspirina in casa. Fece memoria di dove potessero essere e si portò verso l’ala destra della libreria, andò piano, quasi timoroso, ma quando si trovò di fronte alla scala a chiocciola cambiò idea. Prese la giacca, dall’appendiabiti, avvolse la sciarpa al collo, indossò un cappello color cenere e si portò verso l’ingresso. Prima di uscire si affacciò fuori: stava piovendo. Guardò in basso a sinistra della porta a vetri e allungò la mano per prendere un ombrello. Girò il cartellino che da
aperto si trasformò in torno subito, uscì e si chiuse la porta dietro. Mentre si avviava in farmacia controllò l’orologio e notò abbastanza contrariato che la discussione inutile con il frate gli aveva fatto perdere parecchio tempo e che, senza rendersene conto, era già mezzogiorno. Onophrio accelerò il passo.
«Buongiorno signor Walsh!» lo salutò cortesemente una donna.
«Buongiorno a lei signorina Doroty» rispose prontamente il libraio, sollevando leggermente il capello e accennando un inchino. La farmacia non era lontana, due isolati e sarebbe arrivato.
«Tutto bene, Onophrio?» gli domandò un suo coetaneo.
«Egregiamente, Max. Tu come stai?»
«Solite cose» rispose l’uomo.
«Scappo che sono di fretta» lo salutò Onophrio con un sorriso sulle labbra.
Arrivato di fronte alla farmacia, Onophrio chiuse l’ombrello e lo scosse dalla pioggia, poi lo appoggiò alla destra dell’ingresso e si fece strada. La farmacista al banco lo salutò cortesemente, lui contraccambiò il saluto e chiese gentilmente se avesse qualcosa per fargli passare quel tremendo raffreddore che lo torturava ormai da diversi giorni.
«Lei lavora troppo, signor Walsh, dovrebbe cercare di riposarsi di più e, soprattutto, di aggiustare il riscaldamento di quella vecchia libreria!»
«Ha ragione signorina Murphy, ma coi tempi che corrono i soldi sono sempre pochi»
La farmacista lo guardò con occhi comprensivi e ripieni di pietà e gli porse la medicina. L’uomo pagò, ringraziò e uscì dal negozio. Aprì l’ombrello e si diresse nuovamente verso la libreria. Onophrio guardò verso l’alto e il suo sguardo si perse nel grigiore del cielo, e quella massa plumbea, forse per la prima volta nella sua vita, lo fece rifletté di quanto non fosse più cupa della vita stessa.
L’uomo si strinse a sé la giacca e continuò a percorrere la strada a ritroso, salutando cordialmente tutte le persone che incontrava, fino a quando una voce alle sue spalle non lo costrinse a voltarsi.

(continua)

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I segreti di Onophrio (seconda parte)

Onophrio rimase ad osservare la donna mentre usciva, sospirò silenziosamente e, quasi nello stesso istante, rivolse uno sguardo fugace verso la scala a chiocciola.
Le cose da fare erano ancora tante, così il libraio non perse tempo. Riordinò il bancone ancora pieno di carte e cartacce, le sistemò ordinatamente e le infilò dentro una carpetta che, successivamente, sistemò sotto il bancone insieme ad altre simili. Per quanto fosse possibile cercò di dare a quella postazione una parvenza di pulito, anche se districarsi in mezzo a tutti quei volumi e volumetti era quasi impossibile. L’uomo amava quel negozio, eredità dei suoi genitori che a loro volta avevano ereditato da nonni italiani emigrati in Irlanda subito dopo la seconda guerra mondiale, ma ogni volta che si soffermava ad osservarne gli angoli o qualche particolare, provava una sensazione di disorientamento atavico che, irrimediabilmente, lo costringeva a pensare ad altro. Onophrio si passò una mano sulla faccia e si massaggiò lievemente parte del naso e della guancia poi si diresse verso una pila di libri appoggiata a terra, la sollevò con energia e la depose sul tavolo in cui, precedentemente, aveva spostato i nuovi arrivi. La catalogazione e la sistemazione fisica dei libri sugli scaffali era la cosa che amava fare di più in assoluto. Era un lavoro che lo rilassava e gli dava sicurezza e, soprattutto, gli permetteva di restare concentrato e di non pensare ad altro. Con precisione certosina il libraio controllò ogni libro e verificò che ciascuno fosse catalogato in ordine alfabetico. Prese tre libri piccoli, andò verso la seconda sala della libreria, cercò lo scaffale che gli interessava, lo trovò e si inginocchiò, spostò alcuni libri per fare spazio, ma mentre si accingeva a posizionare il primo, la campanella della porta suonò nuovamente.
«C’è qualcuno?» disse una voce che veniva dall’ingresso.
«Dipende da chi sta cercando!» rispose a voce alta Onophrio, ancora con le ginocchia appoggiate a terra poi, con un movimento per niente fulmineo, si sollevò e si accinse ad accogliere il cliente.
Onophrio si portò di fronte all’uomo ma, come sempre faceva, non disse una parola. Restò immobile, in attesa. Il cliente rimase disorientato da quel silenzio e domandò senza sapere per quale motivo: «Sto cercando un libro…» Onophrio studiò l’uomo che aveva di fronte e sorvolò sul fatto che, nonostante e con molta probabilità avesse superato i cinquant’anni, portasse un maglione con troppi colori, indossasse pantaloni troppo rossi e calzasse scarpe troppo alla moda.
«Pensavo fosse entrato per comprare frutta e verdura, in tal caso le avrei certamente consigliato un negozio sulla Middle street che, con molta probabilità, l’avrebbe accontentata più di quanto non avessi fatto io!»
Il cliente rimase con la bocca semiaperta e con lo sguardo inebetito fino a quando Onophrio non lo riportò al presente chiedendogli che libro cercasse.
Il signor O’Sallivan, così si chiamava, deglutì nervosamente e indossò un paio di occhiali da vista che erano riposti in un porta occhiali attaccato ad una cordicella intorno al collo, poi estrasse un’agendina dalla borsa che aveva con sé e lesse il titolo ad alta voce.
A Onophrio scappò una risatina. «
Il gene egoista di Richard Dawkins? Avrei giurato…» e gli rivolse nuovamente uno sguardo di superficialità «Che lei fosse più un tipo da “Gli amici del golf” o “Impariamo il bridge”!»
Il signor O’Sallivan, evidentemente scocciato da quella risposta, si sistemò gli occhiali con un gesto di stizza. «Si dà il caso, signore, che io sia docente di antropologia alla National University of Ireland e che se non mi avessero assicurato che qui avrei trovato tutto quello che cercavo, stia pure sereno che non sarei qui.»
Onophrio sollevò le spalle e si diresse verso uno scaffale alla sua destra, poi prese una scaletta e ci salì sopra, estrasse il libro dalla fila e lo consegnò all’uomo.
«Non se la prenda, signor…?»
«O’Sallivan, Domenik O’Sallivan»

«Dicevo, non se la prenda signor O’Sallivan, ma non ho scelto io quella combinazione di colori che ha deciso di indossare e come si sa l’abito non fa il monaco, ma se si presenta un uomo vestito da monaco io non posso di certo non scambiarlo come tale!»
L’uomo, con il volto paonazzo e con finta noncuranza, controllò il prezzo del libro e poi porse i soldi al libraio. «Direi che per oggi mi sono lasciato insultare a sufficienza!» e senza aggiungere altro uscì dalla libreria sbattendo la porta dietro di sé. Un istante dopo, con lo sguardo ancora rivolto all’uomo che usciva, entrò un giovane, alto, con i capelli lunghi castano scuro raccolti dietro e vestito in modo molto semplice ma dignitoso. Il nuovo cliente alitò sulle mani e le strofinò tra di loro per scaldarle, si guardò attorno meravigliato dalla quantità di libri presenti in così poco spazio, infine si avvicinò al signor Onophrio, gli porse la mano e si presentò: «Frate Mark»

(continua)

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