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Voci

Ci sono voci dentro la pancia, incontenibili. Insetti. Piccoli esseri che cercano di salire, di farsi strada. Hanno voglia di uscire, di farsi sentire. Si arrampicano, salgono con delle scale, si appendono all’intestino, allo stomaco, e procedono. Sono irriducibili.

Le voci fremono dentro e ogni passo è pesato, meditato; si fa sentire. Sono voci che vogliono crescere e diventare grandi, vogliono avere un nome, vogliono evolversi. Sono solo mormorii, arpeggi e accenni di vita vera ma continuano a salire. Arrivano alle costole, lanciano fili, li annodano e si lasciano andare. Si appendono e si attaccano saldamente, una mano dopo l’altra. Le ginocchia si appoggiano, una e ancora una. Gli arti si piegano e le voci salgono, sempre più su, più su, verso la libertà. Appoggiano le mani alla faringe, si tengono stretti perché è scivolosa e continuano a salire, forse troppo. Troppo. Hanno superato la cavità nasale, salgono arrivano al seno frontale…avanzano ancora. Salgono fino al cervello. Penetrano e si fermano. Si sciolgono, diventano parti di esso. Stanno bene. Troppo. Non hanno più velleità, si sentono appagate. Non sentono più il richiamo della libertà. La loro vita diviene quella. Invecchiano, hanno paura di tutto. Avvizziscono, si consumano. Muoiono. 

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Chiudere la porta

Chiudere la porta potrebbe servire.
Ritagliarsi uno spazio, anche.

Stare seduti sul letto, a guardare fuori, in attesa, con il dito incastrato tra le pagine di un libro qualunque. Osservare le foglie degli alberi mosse dal vento. È un vento caldo di settembre. Non è un libro come gli altri.
Lasciarsi dietro possibilità, lasciarle tali. Perdere il tempo o lasciarlo sospeso per un po’,
fin quando non accade qualcosa.

Eppure, tutto profuma di obbligatorio: ogni situazione, ogni sentimento, ogni parola, anche i sogni.
La libertà è rimasta chiusa fuori dalla porta. Quando l’ho chiusa ne ero al corrente.
Non è stata una buona idea chiudere la porta,
lasciare fuori la libertà e chiudersi dentro. Stare seduti sul letto ad aspettare che succeda.

Fuori fa caldo, ma è un caldo fastidioso, che ti fa sudare freddo. È un vento che ti fa ammalare. Ed è successo.
Il rischio, è chiaro, è che entri dentro.

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L’equivoco (seconda parte)

Schiantatosi nella materia, si lasciò assorbire, diventando così un tutt’uno con essa. Cominciò a nutrirsi di tutto ciò che poteva sfamare il suo istinto famelico che improvvisamente si era sviluppato. Come un neonato assetato di latte materno si scoprì desideroso di nutrimento e di essere appagato. Sensazioni mai provate prima erano adesso divenute impellenti e irrinunciabili. Si trascinò, aggrappandosi alla materia stessa che lo circondava e che aveva deciso di accoglierlo dove nessuno era mai arrivato, beffandosi di chi l’aveva precedentemente cacciato. Ma la massa rovente che tremava e che con voce stentorea faceva udire la sua presenza, non aveva ancora trovato pace e, senza timore, osò scavare fin nelle profondità della materia. Oltrepassando le barriere naturali e infischiandosene dei limiti impostigli, abbracciò i luoghi più oscuri, portandosi dietro colui che era diventato l’anfitrione stesso.

La luce era divenuta un ricordo lontano. L’oscurità pulsava di vita e, accartocciata su se stessa, si nutriva della sua stessa natura, e colui che ne era divenuto il legittimo padre se ne gloriava e compiaceva perché in essa stessa aveva trovato la sua vocazione e la nuova ragione di esistere.
Un’esistenza, questa, che sarebbe durata a lungo, fino a quando quella stessa pancia in cui era finito e che aveva scelto di portarlo a gestazione non avesse deciso di espellerlo, costringendolo a guardare fuori.

Ma il mondo, fuori da quel ventre, non era diverso dall’interno e colui che si era trovato in quella situazione decise di tornare, e di attendere fino a quando i tempi non sarebbero stati più maturi. Ma la maturità che egli immaginava non sarebbe arrivata presto così egli si dimenticò di se stesso e si perse tentando di acciuffare frammenti di quella possibilità che gli era stata negata e strappata con forza. La sua fame erose i pensieri, costringendolo a divorare il passato per poterlo espellere definitivamente e accogliere il cambiamento. La sua natura non sarebbe mutata, la sua funzione sì. Strappò via la crosta che lo circondava, pezzo dopo pezzo, liberò le catene che lo legavano, la storia che lo accompagnava e il velo che copriva l’esistenza venne definitivamente e consapevolmente squarciato: era libero. Ora aveva la possibilità di conoscere. Era pronto ad accettare ciò che sarebbe accaduto. Il suo pensiero si dilatò a dismisura occupando tutta la crosta e tentando di assorbire più che poté il sapere che avvolgeva quel mondo embrionale. La sua sete di conoscenza si insinuò tra gli anfratti più oscuri e i passaggi più angusti, si intrufolò tra le crepe della materia ed emerse fino in superficie ma di qualcosa o qualcuno che fosse uguale a lui non vi era traccia, così egli non si perse d’animo e imparò a cibarsi della sua stessa solitudine perché questa gli avrebbe dato forza e la spinta per poter sopravvivere.

(continua)

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