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Chiudere la porta

Chiudere la porta potrebbe servire.
Ritagliarsi uno spazio, anche.

Stare seduti sul letto, a guardare fuori, in attesa, con il dito incastrato tra le pagine di un libro qualunque. Osservare le foglie degli alberi mosse dal vento. È un vento caldo di settembre. Non è un libro come gli altri.
Lasciarsi dietro possibilità, lasciarle tali. Perdere il tempo o lasciarlo sospeso per un po’,
fin quando non accade qualcosa.

Eppure, tutto profuma di obbligatorio: ogni situazione, ogni sentimento, ogni parola, anche i sogni.
La libertà è rimasta chiusa fuori dalla porta. Quando l’ho chiusa ne ero al corrente.
Non è stata una buona idea chiudere la porta,
lasciare fuori la libertà e chiudersi dentro. Stare seduti sul letto ad aspettare che succeda.

Fuori fa caldo, ma è un caldo fastidioso, che ti fa sudare freddo. È un vento che ti fa ammalare. Ed è successo.
Il rischio, è chiaro, è che entri dentro.

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Il bianco e la sete (terza parte)

Tzia Adalgisa, nonna di Efisietto, era seduta di fronte alla stufetta a legna, al centro dell’andito di casa. Con le mani quasi attaccate al ferro rovente, si riscaldava dal freddo che arrivava da fuori. Non c’erano altre fonti di calore, nessun termosifone, nulla, se non la stufa a legna. Seduta con lo sguardo rivolto verso l’esterno, la donna osservava i fiocchi che si appoggiavano sul cemento. Poteva vederli chiaramente attraverso la grande vetrata che occupava tutta la parete che si affacciava sul cortile, e anche se la pianta di limoni era piazzata proprio di fronte, non impediva la visuale. L’anziana donna trascorreva il suo tempo guardando la televisione, tagliando bucce di arance da mettere sopra la stufa e cambiando la legna di tanto in tanto. Era vedova, da molti anni, ma la sua vita antecedente la morte del marito non era diversa da quella attuale. Tzia Adalgisa prese un tizzone e lo inserì con forza dentro l’imboccatura. Il meccanismo della stufa era semplice: dall’alto si inserivano i pezzi di legno, che andavano a finire sul fondo dove prendevano fuoco e, trasformati in brace, finivano dentro un cassetto in ferro alla base della stufa. Quando il cassetto era pieno lo si poteva estrarre e pulire.

Non era la prima volta che Tzia Adalgisa vedeva la neve e, certamente, qualcuno sarebbe sbucato dal portone di casa sua e si sarebbe fiondato a giocare in cortile. I suoi numerosi nipoti sarebbero a poco a poco convogliati tutti in casa sua, ne era certa. E allora la pace surreale che avvolgeva la sua casa sarebbe terminata. Suo marito, se fosse ancora vivo, le avrebbe certamente rimproverato un pensiero simile: lui adorava i nipoti. Lei, invece, restava fredda: poche carezze, poche parole dolci, ogni gesto era pesato, ben controllato. Non c’era spazio per eccessive sdolcinature, non c’era spazio per nessun tipo di eccesso. Il suo viso era sempre teso e serio, e raramente si lasciava andare a qualche sorriso. Tzia Adalgisa ruotò la testa verso destra e verso sinistra, la casa era vuota e non arrivava nessun rumore dall’esterno. L’incongruenza del suo sentire con il suo agire le dava da pensare. Che fosse incapace di dare affetto? O forse il cordoglio della vita si era talmente radicato nelle sue viscere da impedire ogni possibilità diversa? A una vita di stenti e di sofferenza non era seguita una vecchiaia più morbida. L’amarezza non aveva lasciato spazio a un sapore diverso, anzi. La donna, stanca di quel perenne pensiero, si alzò e mosse qualche passo verso la vetrata. La neve. Anch’essa faticava a riconoscere ciò che aveva di fronte. La neve aveva cancellato ogni memoria del paese e tutto era divenuto impreciso. Nonostante il caldo di casa non fosse eccessivo, fu comunque sufficiente per appannare gran parte dei vetri, ma questo non le impedì di notare due figure, seguite da una terza, fiondarsi dentro il cortile di casa e inscenare una battaglia di neve agguerrita e con tanto di colonna sonora. Tzia Adalgisa aprì la porta.
«Fate attenzione a non cadere! E non bagnatevi!» urlò. Ma Efisietto, Diego e Matteo non diedero ascolto alle raccomandazioni della nonna. «Caterina, non farli correre» insistette Adalgisa con la figlia più grande, che era entrata pochi istanti dopo.
«Mamma, devo legarli? Lasciali giocare: c’è la neve!». L’anziana rientrò in casa e indossò il cappotto, poi uscì, chiuse la porta dietro di sé e si fermò fuori con gli altri.
«Nonna entro dentro», disse improvvisamente Elena «ho freddo».
«Non toccare niente!» precisò subito la donna.
«Mamma,» disse Caterina, voltandosi verso l’anziana «prima di andare via ti lascio Efisio, che devo portare Diego dal dottore».
«Che non tocchi nulla, però!» puntualizzò Adalgisa.

(continua)

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I nove

Leggendo e studiacchiando qua e là mi sono imbattuto in Gianni Rodari e nei suoi “nove modi per insegnare ai ragazzi ad odiare la lettura“:

1. Presentare il libro come un’alternativa alla TV
2. Presentare il libro come un’alternativa al fumetto
3. Dire ai bambini di oggi che i bambini di una volta leggevano di più
4. Ritenere che i bambini abbiano troppe distrazioni
5. Dare la colpa ai bambini se non amano la lettura
6. Trasformare il libro in uno strumento di tortura
7. Rifiutarsi di leggere al bambino
8. Non offrire una scelta sufficiente
9. Ordinare di leggere per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura
(Gianni Rodari ”Scuola di fantasia” Editori Riuniti 1992)

Avendo subito ogni singolo “comandamento”, mi domando come possa essere sopravvissuto a questo indottrinamento al contrario, e come – a  discapito dei dettami – abbia potuto maturare  un amore per la lettura.
Coraggio, c’è speranza per tutti.

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Un…rimedio per la vita (seconda parte)

Rimedio annuì alle parole dell’anziano e senza dare la men che minima intenzione di volersi accomiatare da lui, estrasse dalla tasca un foglietto bianco ben piegato, lo aprì, si schiarì la voce e iniziò a leggerne il contenuto:

«Alla cortese attenzione del signor Jacopo Becciu,

si informa il gentilissimo, che lei è stato sorteggiato tra diversi miliardi di persone per poter vivere una seconda vita in questo mondo, ma alle seguenti condizioni:
punto primo, non le è permesso rivelare ad alcunché persona o animale o essere vivente questa straordinaria possibilità;
punto secondo, dovrà consegnare interamente la propria vita, fin ora vissuta o che le resta ancora da vivere, in cambio della nuova;
punto terzo,non ha alcuna possibilità, data la non memoria della vita precedente, di recedere in alcun modo dal contratto;
punto quarto, il seguente contratto sarà attivo dalle ore otto del giorno seguente la firma del suddetto.

In fede

Signor Rimedio»

Jacopo rimase con gli occhi spalancati, la bocca aperta  e una mosca in procinto di entrarvici dentro. Poi riprese controllo dei suoi sensi e fece di no con la testa.
«Carissimo Rimedio, io mi sento onorato di questa incredibile possibilità che mi viene offerta, ma mi permetta di farle alcune domane che credo siano necessarie, nonché estremamente ovvie e decisamente urgenti: chi sarebbero i miei nuovi genitori? Dove dovrei cominciare la mia nuova vita? E, soprattutto, che senso ha ricominciare una vita senza essere a conoscenza di averne vissuta un’altra? Capirei sei lei mi desse la possibilità di tornare a quando avevo vent’anni e io potessi, in caso non l’avessi già fatto, fare esperienze nuove e arricchenti. Ma in questo modo, senza avere coscienza di ciò che sono stato, rischierei di rifare gli stessi errori o le stesse scelte! Non ne conviene? Abbia la pazienza di seguire il mio discorso, che credo sia illuminante.

Ogni persona ha una vita da vivere, e solo una. Non conosco nessuno che possa vantarsi di aver vissuto più vite di quelle che gli spettano. Nessuno. Mi hanno altresì insegnato che ogni attimo della vita va vissuto appieno, senza remore e senza ripensamenti, accettando ogni cosa come buona, sia essa positiva che negativa. Immagini solo per un attimo se l’uomo sapesse di avere la possibilità di vivere un’altra vita, se venisse a conoscenza che esiste una sorta di lotteria e che in questo fantomatico gioco ci sia la possibilità di essere selezionati. Come pensa che vivrebbero le persone? Come crede che gestirebbero la propria vita? Io stesso, sono sincero, se fossi venuto a conoscenza di questa possibilità, forse avrei osato di meno o, certamente, rischiato di rado.»

Rimedio piegò nuovamente il foglietto, lo ripose nel taschino e intreccio le dita delle mani sul tavolo.
«Vede, caro Jacopo, lei è troppo legato ad una vita passata ed è convinto che non si possa fare altro oltre a ciò che lei ha già fatto o vissuto. I suoi anni sono stati tanti, non ne dubito, ma tali restano. Non saranno diversi e non avrà la possibilità di viverne altri, in aggiunta a quelli già stabiliti. Nonostante la sua longeva esistenza, le sue esperienze sono circoscritte a quei mesi o a quei giorni. Pensi a quanti anni freschi avrebbe la possibilità di vivere: anni di nuove scoperte e nuovi orizzonti, anni di nuove occasioni e nuove emozioni che nemmeno ha la possibilità di immaginare. Non resti legato a ciò che è, perché io le sto dando la possibilità di essere una persona diversa dal presente e da ciò che è stata. Non sia così celere nel rifiutare questa possibilità poiché non a tutti viene data, e non ne esiste una seconda!»

(continua) 

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Un…rimedio per la vita (prima parte)

Jacopo si trascinava a casa dopo una lunga giornata a girovagare per le strade del suo paese e, con la stanchezza comodamente adagiata sulla schiena e una mano al bastone, sorrideva alla giornata che conduceva al declino. L’anziano isolano aveva vissuto una lunga vita e ne aveva viste tante, ma sebbene avesse fatto ogni tipo di esperienza e avesse conosciuto qualsivoglia meraviglia esistente sulla terra, mai avrebbe immaginato la straordinarietà di ciò che lo attendeva in casa.

«Un’altra vita?» domandò Jacopo, credendo di aver capito male e facendo attenzione a non far cadere il bicchiere colmo d’acqua che aveva appena preso in mano. L’ometto seduto di fronte a lui sorrise allegramente e confermò ciò che aveva udito l’anziano: «È esattamente ciò che ho detto e che volevo intendere: un’altra vita. Lo trova così strano? Tutti vorrebbero vivere un’altra vita! Domandi in giro per il paese, si fermi a chiedere nelle piazze, si affacci nei negozi e si informi se esista una sola persona che non voglia rivivere totalmente, o almeno in parte, qualche momento della propria esistenza!»
Jacopo restò basito e si convinse che l’ometto di fronte a lui lo stesse prendendo in giro.
«Sa, signor…com’è il suo nome?»
«Mi chiamo Rimedio, buon uomo.»

«Be’, caro Rimedio, io ho vissuto così tanti anni che oramai non sono nemmeno sicuro della loro quantità. Sono stato sposato e ho avuto tanti figli. Mia moglie è morta ormai da tempo e così tutti i miei figli. Ho visto tante cose e udito tanti suoni, ho incontrato tante persone e annusato tanti odori e profumi, ho assistito a molti eventi e situazioni e provate altrettante e, sinceramente, e per questo non me ne voglia, non ho necessità di vivere un’altra vita; mi è sufficiente quella che ancora non ho terminato. Quindi, se non le dispiace, o se le fa piacere, ha il permesso di proporre questo dono a qualcun altro.»

Rimedio annuì alle parole dell’anziano e senza dare la men che minima intenzione di volersi accomiatare da lui, estrasse dalla tasca un foglietto bianco ben piegato, lo aprì, si schiarì la voce e iniziò a leggerne il contenuto:

(continua)

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I segreti di Onophrio (ultima parte)

Frate Mark emerse dalla penombra e si avvicinò al bancone.
«Ti avevo detto di non tornare!» gli disse immediatamente Onophrio.
«Quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre ad una persona cara, aggiungerei, sempre per citare Pennac.
» il frate avanzò «Non sia così duro con chi decide di regalare un libro a qualcuno.»
«I libri non si regalano! Che diritto abbiamo di decidere cosa devono leggere gli altri?»
«Non sono d’accordo!» insistette Mark «Leggere un libro può essere un’esperienza straordinaria che, spesso, abbiamo piacere di condividere con qualcun altro. Siamo felici che qualcuno, come noi, possa amare un particolare libro. Che male c’è nel regalare libri? Credo che sia uno dei doni migliori che si possa fare! Chissà quante volte le sarà capitato di consigliare dei libri e…»
«Mai!» lo interruppe Onophrio. «Non consiglio mai i libri da comprare, e non voglio che me li chiedano. Tu non capisci, i libri…ci cercano, ti è chiaro? Sono loro che decidono quando devono essere letti, non noi!» il libraio si alzò in piedi. «Hai visto quanti libri ci sono qui dentro? Cerco di portarne più che posso perché non si sa mai nella vita! Non sappiamo quale libro deciderà di essere letto, magari passando per caso attraverso una pila di libri, un titolo in particolare cattura la nostra attenzione, e noi siamo entrati per comprare un altro libro, ma quel libro che eravamo convinti di voler leggere, in realtà, non era quello giusto, mentre il titolo che ha attirato la nostra attenzione e che pensiamo o crediamo di aver notato per puro caso, in realtà ha fatto sì che noi lo trovassimo. Hai capito perché non si regalano e, tantomeno, si prestano? E adesso basta, piantala di tornare qui e di voler fare certi discorsi! Io…io so cosa bisogna fare» disse in preda alla collera, e senza rendersene conto diede un’occhiata fugace alla scala a chiocciola. «Vattene, adesso devo servire i clienti.»
La coppia, che intanto aveva preso il libro e che si era fermata ad ascoltare l’ultima parte del discorso, si fece piccola, quasi invisibile, pagò e se ne andò in silenzio, senza aggiungere e senza commentare nulla. Mark attese ancora qualche minuto prima di aprire bocca.

«Quando lei mi ha detto che ero troppo vecchio per leggere certi libri, beh, mi ha fatto pensare, ho riflettuto bene e ho deciso di leggere anche qualcos’altro…senza rendersene conto, lei mi ha dato dei consigli su cosa leggere e io…» e fece per dargli il libro che aveva in mano.
«Allora non hai capito nulla!» lo interruppe nuovamente Onophrio. Il libraio allora si mosse dal banco, si avvicinò al frate e, togliendogli con forza il libro che aveva in mano e vedendo che era uno di quelli comprati la mattina stessa, lo aprì e lo strappò con forza in due. «È morto! Vattene!»
Mark rimase impietrito, con gli occhi sgranati e la bocca aperta, poi il suo volto riprese i tratti naturali, annuì con la testa, guardò il libraio con occhi pieni di compassione e, senza aggiungere altro, uscì dal negozio.
Onophrio rimase immobile e appena la porta si chiuse piombò su di lui un silenzio pesante. Il suo cuore tambureggiava velocemente, il suo respiro altrettanto, ma egli non fece nulla, attese che tutto tornasse come prima anche se niente sarebbe stato come prima. Guardò l’orologio che segnava le cinque e mezza. Mai aveva parlato così ad un cliente, mai era successo che le sue ragioni e il suo stato d’animo profondo potessero uscire così energicamente dalla sua bocca e rivelarsi così limpidamente. Mai un cliente l’aveva spinto così a fondo da costringerlo a dare spiegazioni del suo comportamento e mai aveva dovuto strappare un libro come aveva appena fatto. Senza che i pensieri potessero azzardarsi a calpestare terreni pericolosi, guardò la scala a chiocciola e un pugno nello stomaco gli bloccò per un istante il respiro. Era presto, lo sapeva, ma oggi avrebbe chiuso prima. Prese il mazzo di chiavi che erano appoggiate sul bancone e si diresse a chiudere la porta a vetri. Si affacciò fuori e accostandosì al vetro, ancora una volta, formò una patina di vapore sulla superficie. Il cielo era plumbeo e aveva ricominciato a piovere. L’uomo girò la chiave, ma nell’atto di voltarsi per tornare indietro intravide la sagoma del frate che, sotto la pioggia, con il cappuccio in testa, fissava l’ingresso della libreria. I loro sguardi si incrociarono e come se tutto non potesse che essere così, comprese che egli aveva capito tutto e che i loro cuori erano più simili di quanto pensasse. Onophrio mantenne il contatto solo per qualche istante poi tornò verso il bancone, spense le luci e andò verso la scala a chiocciola, ma appena fece il primo gradino tornò sui suoi passi, si diresse verso un ala della libreria e, passando tra le pile di libri, fu colpito da un titolo in particolare, lo prese in mano, lo sfogliò distratamente e tornò verso la scala. Salire al primo piano era sempre qualcosa di tremendo, ma anche di estremamente necessario, per lui.
Terminati gli scalini, camminò lentamenete, senza fare rumore poi, con estrema calma, si portò in cucina e appoggiò il libro sul tavolo. Quasi meccanicamente prese un bicchiere dalla credenza, vi versò un po’ d’acqua e la bevve con gli occhi chiusi. Terminato di bere riprese il libro dal tavolo, uscì dalla cucina e si fermò sulla soglia di un’altra stanza con all’interno un letto grande e alto sul quale vi era coricato un uomo. Immobile, con gli occhi chiusi, aveva attaccati alle braccia e alla bocca diversi fili e tubicini trasparenti a loro volta collegati a delle macchine mediche sistemate a un lato del letto. Entrato dentro, Onophrio fu invaso immediatamente da un intenso odore di medicina che conosceva molto bene poi, presa una sedia, si sedette a fianco al letto e rimase ad osservare l’uomo che giaceva di fronte a lui e che respirava lentamente e unicamente tramite la macchina. Il volto del libraio non cambiò espressione, trascendendo qualunque stato d’animo, rimase immutato. La sua mente divagò come non faceva ormai da anni e riflettè su ciò che stava provando. Confessò a se stesso che quattordici lunghi anni avevano eroso ogni eventualità di cambiamento e bruiciato ogni desiderio di possibilità stessa. Il suo cuore si era arreso al fatto che nulla sarebbe cambiato. Così, consapevolmente e senza pretendere di ingannare se stesso, aveva deciso di stare, semplicemente, e di essere solo una presenza, una voce. La volontà dell’altro era scomparsa, sprofondata chissà dove, in un luogo irraggiungibile dentro il quale a nessuno era permesso arrivare. Sigillata con fuoco e incatenata eternamente, quella libertà comune a tutti gli uomini gli era stata strappata via. Ciò che restava di lui era soltanto il ricordo e con esso i suoi sogni e le sue passioni di un tempo. L’ombra di ciò che era e di ciò che avrebbe voluto essere un giorno vivevano dentro il cuore di Onophrio che, intensamente e tenacemente, aveva fatte sue. Così, giorno dopo giorno aveva dedicato la sua giornata a lui, continuando il lavoro che avevano iniziato insieme, portando avanti il negozio e facendolo partecipe di quella vita negata.
Il libraio non distolse gli occhi di dosso da quell’uomo che negli anni era diventato una pianta, una bellissima pianta che respirava e che si nutriva grazie alle macchine.
Onophrio, infine, rifletté su che tipo di persona egli stesso era diventato. Aveva estremizzato le parole e la memoria dell’altro: “i libri ci cercano…” gli aveva confidato un giorno come tanti e quella filosofia di vita era adesso sigillata a fuoco nella sua mente. Odiava quando gli chiedevano di scegliere perché lo doveva fare ogni giorno, odiava consigliare o decidere cosa gli altri dovessero leggere perché era costretto ogni giorno a fare quella scelta. Avrebbe preferito il contrario se fosse stato possibile, ma così non era. Il suo carattere si era appuntito e la sua rabbia si era trasformata, cambiando anche il suo modo di lavorare, rendendolo, a volte, intollerante, iracondo e insopportabile.
Onophrio aprì il libro, delicatamente, senza piegarlo, ma quel gesto lo fece tornare con il pesiero al frate e a come, diversamente da tutti e forse anche inaspettatamente, era riuscito a comprendere il suo dolore profondo. Sì, ne era sicuro, lo aveva letto nei suoi occhi, aveva percepito chiaramente cosa vedevano e loro, come uno specchio, l’avevano rimandato a lui. Si ritrovò sopreso nel sentirsi felice di ciò, e accennò un sorriso. Il pensiero si concluse subito. Onophrio tornò sul libro che aveva scelto di essere letto, si avvicinò con la sedia al giaciglio e dopo un respiro profondo, così come faceva ogni giorno da quattordici anni, iniziò a leggere.

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I segreti di Onophrio (quinta parte)

Alle quattro del pomeriggio la libreria del signor Walsh era deserta. Una luce soffusa filtrava dalle finestre vecchie e opache e, dove arrivava, evidenziava i contorni di qualche filamento di ragnatela o svelava minuscoli granelli di polvere che ballavano nel vuoto. Le sagome dei libri, imprecise e a volte solo accennate, facevano, in qualche angolo in cui era preclusa la luce, un tutt’uno con l’oscurità. Ogni cosa era immobile e il silenzio regnava sereno, fino a quando un passo lento e stanco non si udì provenire dalla scala a chiocciola.
Onophrio scendeva dal piano di sopra con indosso un maglione marrone a collo alto, un paio di pantaloni dello stesso colore ma di una gradazione diversa, un paio di pantofole nere e, sorretti con entrambe le mani, quattro libri. Con lo sguardo distratto dai pensieri si portava verso l’ingresso ma, prima di riaprire il negozio, appoggiò i libri sul tavolo adiacente all’entrata ed estrasse un mazzo di chiavi dalla tasca; solo a questo punto si mosse per aprire la porta a vetri. Prima di girare il cartellino da chiuso a aperto fece un ampio giro con la testa e rimase ad osservare ciò che lo circondava. Ripercorse per un’istante i vent’anni di lavoro nella libreria, osò soffermarsi più del dovuto sui primi sei, ma fu costretto a non abusare di quel ricordo o il dolore che ne sarebbe scaturito sarebbe stato troppo grande da contenere, ed egli sapeva molto bene che se avesse continuato, avrebbe rischiato di esserne nuovamente fagocitato.

Il libraio tornò in sé immediatamente, inspirò rumorosamente con il naso e, freddamente, come se quel ricordo non avesse già messo in atto tutta una serie di stati d’animo, si diresse verso il banco e, tornatogli in mente di aver lasciato i libri vicino all’ingresso, fece dietro front. Nell’atto di sollevare i libri dal tavolo diede un’occhiata fuori dalla porta a vetri e notò con piacere che aveva smesso di piovere ma che, sfortunatamente, si era alzato il vento. Onophrio si allargò moderatamente il collo del maglione, diede un’altra inspirata di muco e andò a sistemare i libri al loro posto. I suoi passi rumoreggiavano sopra il parquet e solo nei pochi punti in cui era stata sistemata la moquette il rumore veniva assorbito dal tessuto. L’uomo si portò dietro il bancone, prese il catalogo delle novità editoriali e si preparò ad ordinare tutti i libri che erano usciti in quella settimana. La campanella della porta suonò.
«Oh sì,» disse una voce femminile proveniente dall’ingresso «sarà certamente contento, ne sono certa!»
«Sei sicura che non sia troppo grande per questi libri?» le domandò una voce maschile.
«Non dire sciocchezze, Edward, ha dodici anni, è ancora un bambino!» rispose la donna.
«Insomma…dodici anni mi sembrano davvero troppi per questi libri e, comunque, sono quasi tredici» insistette l’uomo.
«Ma caro, il nostro bambino…ama questi romanzi. Li adora. E non fa che chiedermeli, te lo posso assicurare. Ah, ma cosa ne vuoi sapere, tu che sei sempre in giro per lavoro!»
«Non ricominciamo con questa storia del lavoro, ne abbiamo già parlato!»
«Certo, certo…» lo liquidò la donna
Onophrio alzò leggermente il capo per osservare la coppia appena entrata e si meravigliò di quanto sembrassero più giovani rispetto al loro timbro di voce. La donna, con indosso una giacca color viola acceso, un cappellino alla francese dello stesso colore e una borsetta blu elettrico, aveva i capelli castano chiaro e due occhi verdi accesi su una carnagione chiara, mentre l’uomo – probabilmente suo marito, – era vestito in giacca e cravatta che emergevano dal trench aperto. Con i capelli e gli occhi dello stesso colore della donna, l’uomo le si avvicinò e le diede una gomitata per richiamare la sua attenzione, facendole notare che il libraio li stava osservando. Onophrio, però, dopo qualche istante, si rimise a leggere il catalogo. Con il sorriso sulle labbra, la donna si avvicinò al banco.
«Il nostro angioletto compie tredici anni la settimana prossima e vorremmo regalargli un libro. Io sono certa che lui non veda l’ora di leggere… »
«A tredici anni è già ora che decida da solo, cosa leggere!» la interruppe Onophrio, senza staccare gli occhi dal catalogo. La donna fece un rapido movimento di sorpresa schioccando ritmicamente le ciglia, rimase in silenzio e si voltò con sguardo interrogativo verso il marito, poi riprese a parlare.
«Forse non ha inteso bene cosa ho detto…» ma in quel momento si sentì suonare nuovamente la campanella della porta.
«Ho capito perfettamente» la interruppe ancora Onophrio, ignorando la campanella ma sollevando, questa volta, il viso dal catalogo e volgendo lo sguardo verso la coppia.
«E sentiamo, che libro vorreste comprargli? Fate alla svelta. Qualunque cosa deciderete di prendergli,» si fermò un secondo «andrà bene. Ma se il “bimbo” deciderà di cambiare o se capirete che non fa per lui, non tornate qui a cambiare il libro, vi avverto! Vi consiglio, dunque, di accertarvi che quello che avete deciso di regalargli gli sia davvero gradito»
«Ne sono certa!» disse entusiasta la donna «Io e il mio bambino abbiamo gli stessi gusti!»
L’uomo a fianco alla donna fece un leggero movimento del capo, come di rassegnazione e aggiunse:
«Perché non dici al signore cosa vogliamo prendere a David, così possiamo togliere il disturbo!»
«Le avventure di Pinocchio!» sentenziò la donna « Adoro questo libro e…» diede un’occhiata torva al marito «avevo la sua età, quando l’ho letto la prima volta!»
«E sia!» disse Onophrio «Lo trovate nella sezione ragazzi, infondo a sinistra» e, continuando a discutere tra loro, la coppia si diresse verso l’ala indicata loro dal libraio.
«Ogni lettore ha diritto di non finire i libri, scrive Daniel Pennac.» Onophrio guardò immediatamente verso l’ingresso per capire chi avesse pronunciato quella frase.

(continua)

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I segreti di Onophrio (quarta parte)

Nel momento stesso in cui si voltò per capire chi lo stesse chiamando, Onophrio fece un cenno di dissenso con gli occhi, poi si girò nuovamente e riprese la strada verso casa.
Fra Mark non si diede per vinto, raggiunse il libraio e si posizionò a fianco a lui.
«Non credo ai miei occhi» disse con il respiro affannato provocato dalla camminata sostenuta.
Onophrio non diede importanza alle parole del frate e non fermò la sua avanzata.
«Lo sapevo che non era poi così cattivo…» continuò il giovane frate, quasi camminando all’unisono con lui. L’uomo lo degnò solo di uno sguardo fugace e quando si trovò di fronte all’ingresso della libreria, un’altra voce proveniente dalla sua destra lo costrinse a voltarsi.
«Signor Walsh! Signor Walsh!» urlava una donna vestita di nero, con un cappellino di lana nero che le arrivava fin quasi alle sopracciglia, e che lasciava intravedere solo parzialmente i cappelli biondo ossigenato che le arrivavano fino alle orecchie. Onophrio distolse nuovamente lo sguardo dalla donna che, intanto, si era messa a sbracciare per cercare di attirare la sua attenzione.
«Cosa c’è?» rispose Onophrio, quasi seccato.
«Oh, signor Walsh, meno male che l’ho trovata. Devo assolutamente cambiare un libro che ho comprato ieri!»
«Non si cambiano i libri!» rispose l’uomo, con un tono che non ammetteva obiezioni e, ruotata la chiave nella serratura, si portò dentro il negozio.
«Ma signor Walsh,» continuò la donna, seguendo il libraio «aveva ragione lei, non fa per me questo romanzo. È così…come dire, così…la prego signor Walsh!»
«No!» urlò, voltandosi con foga verso la donna. Mark, che intanto era entrato insieme alla coppia e che non aveva proferito parola, rimase immobile a guardare il volto della donna che, con la pelle quasi diafana e due occhi enormi che le sbucavano dalle orbite, era rimasta ammutolita da quella reazione.
Onophrio rimase con gli occhi quasi infuocati puntati verso la donna, si mosse verso di lei, le strappò il libro dalle mani, andò verso il banco, aprì la cassa, prese dei soldi e infine li diede in mano alla donna. «Se ne vada!» La donna, ancora tremante per la reazione inaspettata del librario, tentennò un sì con la testa, guardò con gli occhi sottecchi il frate e uscì velocemente dal negozio.
Appena la donna ebbe chiuso la porta dietro sé, l’uomo si voltò verso il frate «Perché sei tornato?» domandò con fare seccato e, squadrandolo dall’alto verso basso, si rese conto che aveva indosso il saio francescano.
«Volevi dimostrarmi che sei davvero un frate? Sai quanto mi interessa saperlo? Lo vuoi sapere? Non me ne frega niente! Io vendo libri e basta, il resto è inesistente. Hai capito? Adesso, a meno che tu non voglia comprare altri libri, puoi anche andartene!»
«Io davvero non capisco,» rispose Mark, facendo di no con la testa «crede che non abbia visto come si comporta fuori? Perché è così antipatico con i suoi clienti? Dovrebbe cercare di essere più gentile e consigliare sempre una buona lettura. Io credo che un libraio debba comportarsi così, invece di trattare male le persone. Chissà quanti clienti perde ogni giorno a causa del suo comportamento!»
Onophrio estrasse nervosamente dalla tasca un fazzoletto e si pulì il naso.
«Vuoi insegnarmi come si fa il mio lavoro? Va’ a fare le tue prediche in chiesa, non qui. Vai, non so chi tu sia e non voglio saperlo. Porta te e il tuo credo fuori da questo negozio!»
«Lei è davvero insopportabile, nevrotico e…comunque,» aggiunse, cercando di trattenere il suo disappunto «sono tornato perché ho deciso di cambiare un libro che ho preso questa mattina.» Onophrio sbatté con forza il pugno sul banco. «Non si cambiano i libri!» pronunciò a denti stretti, ma con la rabbia trattenuta in gola, poi il suo sguardo fu catturato dal grande orologio tondo appeso sopra una libreria, e cambiò espressione.
«Devo chiudere» disse, accompagnando frettolosamente il frate alla porta e, dopo avergli intimato nuovamente di non farsi vedere se non per acquistare dei libri, gli chiuse la porta dietro e ruotò il cartellino che indicava che il negozio era chiuso.
Onophrio diede due mandate di chiave e le mise in tasca, si diresse velocemente verso la scala a chiocciola e mentre si mangiava i gradini bisbigliò un: «Arrivo…»

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I segreti di Onophrio (seconda parte)

Onophrio rimase ad osservare la donna mentre usciva, sospirò silenziosamente e, quasi nello stesso istante, rivolse uno sguardo fugace verso la scala a chiocciola.
Le cose da fare erano ancora tante, così il libraio non perse tempo. Riordinò il bancone ancora pieno di carte e cartacce, le sistemò ordinatamente e le infilò dentro una carpetta che, successivamente, sistemò sotto il bancone insieme ad altre simili. Per quanto fosse possibile cercò di dare a quella postazione una parvenza di pulito, anche se districarsi in mezzo a tutti quei volumi e volumetti era quasi impossibile. L’uomo amava quel negozio, eredità dei suoi genitori che a loro volta avevano ereditato da nonni italiani emigrati in Irlanda subito dopo la seconda guerra mondiale, ma ogni volta che si soffermava ad osservarne gli angoli o qualche particolare, provava una sensazione di disorientamento atavico che, irrimediabilmente, lo costringeva a pensare ad altro. Onophrio si passò una mano sulla faccia e si massaggiò lievemente parte del naso e della guancia poi si diresse verso una pila di libri appoggiata a terra, la sollevò con energia e la depose sul tavolo in cui, precedentemente, aveva spostato i nuovi arrivi. La catalogazione e la sistemazione fisica dei libri sugli scaffali era la cosa che amava fare di più in assoluto. Era un lavoro che lo rilassava e gli dava sicurezza e, soprattutto, gli permetteva di restare concentrato e di non pensare ad altro. Con precisione certosina il libraio controllò ogni libro e verificò che ciascuno fosse catalogato in ordine alfabetico. Prese tre libri piccoli, andò verso la seconda sala della libreria, cercò lo scaffale che gli interessava, lo trovò e si inginocchiò, spostò alcuni libri per fare spazio, ma mentre si accingeva a posizionare il primo, la campanella della porta suonò nuovamente.
«C’è qualcuno?» disse una voce che veniva dall’ingresso.
«Dipende da chi sta cercando!» rispose a voce alta Onophrio, ancora con le ginocchia appoggiate a terra poi, con un movimento per niente fulmineo, si sollevò e si accinse ad accogliere il cliente.
Onophrio si portò di fronte all’uomo ma, come sempre faceva, non disse una parola. Restò immobile, in attesa. Il cliente rimase disorientato da quel silenzio e domandò senza sapere per quale motivo: «Sto cercando un libro…» Onophrio studiò l’uomo che aveva di fronte e sorvolò sul fatto che, nonostante e con molta probabilità avesse superato i cinquant’anni, portasse un maglione con troppi colori, indossasse pantaloni troppo rossi e calzasse scarpe troppo alla moda.
«Pensavo fosse entrato per comprare frutta e verdura, in tal caso le avrei certamente consigliato un negozio sulla Middle street che, con molta probabilità, l’avrebbe accontentata più di quanto non avessi fatto io!»
Il cliente rimase con la bocca semiaperta e con lo sguardo inebetito fino a quando Onophrio non lo riportò al presente chiedendogli che libro cercasse.
Il signor O’Sallivan, così si chiamava, deglutì nervosamente e indossò un paio di occhiali da vista che erano riposti in un porta occhiali attaccato ad una cordicella intorno al collo, poi estrasse un’agendina dalla borsa che aveva con sé e lesse il titolo ad alta voce.
A Onophrio scappò una risatina. «
Il gene egoista di Richard Dawkins? Avrei giurato…» e gli rivolse nuovamente uno sguardo di superficialità «Che lei fosse più un tipo da “Gli amici del golf” o “Impariamo il bridge”!»
Il signor O’Sallivan, evidentemente scocciato da quella risposta, si sistemò gli occhiali con un gesto di stizza. «Si dà il caso, signore, che io sia docente di antropologia alla National University of Ireland e che se non mi avessero assicurato che qui avrei trovato tutto quello che cercavo, stia pure sereno che non sarei qui.»
Onophrio sollevò le spalle e si diresse verso uno scaffale alla sua destra, poi prese una scaletta e ci salì sopra, estrasse il libro dalla fila e lo consegnò all’uomo.
«Non se la prenda, signor…?»
«O’Sallivan, Domenik O’Sallivan»

«Dicevo, non se la prenda signor O’Sallivan, ma non ho scelto io quella combinazione di colori che ha deciso di indossare e come si sa l’abito non fa il monaco, ma se si presenta un uomo vestito da monaco io non posso di certo non scambiarlo come tale!»
L’uomo, con il volto paonazzo e con finta noncuranza, controllò il prezzo del libro e poi porse i soldi al libraio. «Direi che per oggi mi sono lasciato insultare a sufficienza!» e senza aggiungere altro uscì dalla libreria sbattendo la porta dietro di sé. Un istante dopo, con lo sguardo ancora rivolto all’uomo che usciva, entrò un giovane, alto, con i capelli lunghi castano scuro raccolti dietro e vestito in modo molto semplice ma dignitoso. Il nuovo cliente alitò sulle mani e le strofinò tra di loro per scaldarle, si guardò attorno meravigliato dalla quantità di libri presenti in così poco spazio, infine si avvicinò al signor Onophrio, gli porse la mano e si presentò: «Frate Mark»

(continua)

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I segreti di Onophrio (prima parte)

Onophrio afferrò la pila di libri che il corriere gli aveva consegnato qualche minuto prima e la depose bruscamente sul tavolo appoggiato alla parete, poi si passò metà palmo della mano sotto le narici e si pulì dal gocciolio che un tremendo raffreddore gli provocava da diversi – troppi – giorni. Il libraio corrugò la fronte e si dedicò a controllare la bolla di accompagnamento che, a prima vista, annunciava un ammanco di tre testi. La frizione della pelle della fronte causata da quella scoperta spostò, fino all’inverosimile, le sopracciglia verso il basso. L’uomo si attaccò subito al telefono per cantarne quattro alla casa editrice che aveva commesso l’errore, per poi fermarsi giusto qualche istante prima che un piede andasse ad infilarsi tra alcuni libri ammassati a terra rischiando di provocargli una pericolosissima caduta all’indietro. Onophrio si chinò a raccoglierli e notò che erano proprio i tre libri mancanti che, chissà come, erano finiti lì sotto. Senza scomporsi troppo e bofonchiando con superficialità li depose sopra il resto dei volumi e, dopo un ultimo risucchio di muco, si diresse verso l’ingresso della libreria.

Il vetro della porta, un po’ sporco e mal tenuto, fece intravedere un cielo grigio, alternato solo da qualche foglia che cedeva il passo alla morte e decideva di lasciarsi cadere. L’uomo aprì la porta e si affacciò fuori per qualche istante, nessuno sembrava arrivare. La Merchants road, la strada principale di Galway, era semi deserta: come poteva non esserlo, si disse, erano le otto della mattina di una fredda giornata di fine novembre. Onophrio rientrò in casa ma rimase a guardare fuori dalla porta, alitò involontariamente sul vetro, poi lo pulì con il giro manica che gli arrivava a metà mano, controllò per l’ultima volta se arrivasse qualcuno e ritornò sui suoi passi, fino al bancone in fondo alla libreria.

Infreddolito dalla bassa temperatura in cui versava il locale, si guardò attorno per qualche istante, osservò per un tempo indefinito le pile di libri che si ergevano alte e pericolosamente in bilico fin quasi all’altezza delle alte scaffalature, diede un colpo d’occhio alla sconfinata quantità di libri che sporgevano da ogni rientranza dei muri o dalle mensole che aveva messo in aggiunta agli scaffali e, infine, volse lo sguardo verso l’angolo più nascosto e in ombra della libreria dove una scala a chiocciola arrugginita e pericolante conduceva al piano di sopra.

Appena Onophrio ebbe aperto il cassetto sotto il banco, sentì la campanella della porta che annunciava l’arrivo di qualche cliente. Sbuffando sonoramente urlò un “arrivo” scocciato e per niente invitante, e si trascinò verso l’ingresso. L’omino, magro, con una barbetta tra il rossiccio e il grigio, che segnava visibilmente il viso e che ne evidenziava la mezza età, si portò fino all’ingresso e si preparò ad accogliere una donna dall’aria incuriosita da ciò che la circondava.
Onophrio non aprì bocca. Restò davanti alla donna, immobile.
Distinta, con i capelli vaporosi tirati all’indietro, un fondotinta molto chiaro, un rossetto rosso tenue e un vitino da vespa, la donna indossava una camicetta bianca con colletto orientale e una gonna a vita alta che ne metteva in risalto i fianchi. Nel suo insieme pareva un ritratto degli anni cinquanta ma trasportato di peso ai giorni nostri. Con sguardo perso tra i libri e fare sospirante e sognante, la donna non sembrava badare alla presenza del libraio. Onophrio, da parte sua, non intervenne per bloccare la sequenza di pensieri che la donna sembrava visualizzare virtualmente davanti a sé e questa si fermò soltanto dopo che il corpo dell’uomo non le bloccò forzatamente la camminata.
«Oh Gesù!» esclamò la donna, accortasi finalmente della presenza dell’uomo.
«Signor Ounophriou, non l’avevo vista…avevo giusto bisogno di lei»
«Faccia alla svelta, signorina Dasy, mi dica che libro desidera. Il solito romanzo rosa? O preferisce distrarsi con qualcosa che impegni maggiormente la mente, sempre che questo non rischi di produrre uno sconquassamento al suo interno, visti i lunghi anni di letargo in cui l’ha costretta con quell’immondizia di letteratura, se così si può chiamare!»

Dasy rispose a quel consiglio con un risolino devastante per le orecchie e tremendamente fastidioso per i nervi, e con un leggiadro movimento della mano si tolse un guanto ed estrasse dalla borsetta perfettamente intonata alle scarpe viola un bigliettino che porse all’uomo.
Onophrio lesse con attenzione il contenuto del foglietto e annuì con la testa, poi si voltò e si diresse verso la zona più interna della libreria per tornare qualche minuto dopo con in mano un libercolo vecchio di edizione, ma nuovo di zecca. Prima di consegnarlo alla signorina Dasy, Onophrio vi soffiò sopra per ripulirlo dalla polvere, vi passò sopra un canovaccio che serviva proprio a quello scopo e si diresse con la donna al seguito verso il bancone. Sistematosi ditro la cassa alzò nuovamente la faccia verso la donna, espresse sonoramente il suo disappunto, batté il totale e attese che la donna lo pagasse.
«Signor Ounophriou, lei ha proprio tutto, ecco qua!» e gli porse i diciannove euro del costo del libro.
«La smetta di adulare per niente e vada via, che ho da fare!» disse l’uomo, invitandola in malo modo ad uscire dal negozio. La donna rispose nuovamente con una risatina, se possibile, peggiore della precedente, e uscì dal negozio.

(continua)

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