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Diario di una sera

Inverno 1994

Il breviario è dove sta sempre; sul comodino. E il segnalino indica esattamente il punto che deve segnare. Sono seduto sul letto, con le spalle appoggiate al cuscino che è appoggiato alla spalliera del letto. Le gambe sono distese. Sono rilassato, in attesa di iniziare la preghiera della sera, quella che si recita prima di spegnere la luce ma che io puntualmente recito senza obblighi.
Sono immobile, in ascolto del silenzio accompagnato solo dal rumore di cose vecchie che scricchiolano, dal passaggio dell’acqua calda nei tubi del riscaldamento, dalla vita notturna dei frati più anziani del convento. Movimenti lenti, i loro. Conosciuti e rassicuranti. Sono loro, mi dico.

Ammetto di essere una persona estremamente paurosa, che da poco ha vinto molte paure, una tra tante quella della notte e di ciò che contiene. Ho avuto paura fino a quando non ho deciso di smettere. Interrompere il controllo notturno dell’armadio non è stato facile, come non lo è stato quello di controllare sotto il letto. Diventava estenuante farlo ogni sera prima di dormire.
Ogni tanto capita che qualche frate bussi alla mia porta e si metta a parlare delle sue cose, o delle nostre. Parole sempre molto pesate, che non scendono mai in profondità. Che non si dilungano mai oltre confini ben precisi. Così, per passare il tempo e per aspettare un orario più consono per chiudere la giornata. Ci sono molti giovani che vivono in convento con me. Siamo arrivati tutti lo stesso giorno, per ragioni diverse, con storie personali ma con un futuro comune.

La mia stanza è isolata rispetto a quella degli altri, è esposta a sud mentre gli altri vivono guardando il nord e l’est. Una stanza più silenziosa. Tutti i corridoi del convento si affacciano sul chiostro che di notte ospita sempre qualcuno. Qualcuno dei frati, si intende.

Apro il breviario e trovo subito la compieta del giorno. La recito, in silenzio, e cerco di crederci più di quanto riesca ad ammettere a me stesso. Un inno, un salmo e un orazione sono pochi perché riescano a rispondere alle mie domande. Chiudo il breviario e apro un libro. Affondo sotto le coperte e inizio a leggere nello stesso istante in cui percepisco qualcuno che bisbiglia in corridoio. Le porte sono così sottili che non posso sbagliarmi: qualcuno sta parlando. E se qualcuno parla, qualcun altro ascolta. Sorrido, perché comprendo che tra un po’ sentirò bussare alla porta. Invece no. Guardo la sveglia e mi rendo conto che sono le undici e mezza. Tardi per ricevere visite, mi dico. Il vociare si fa più vicino, sorpassa la mia porta e va oltre. A questo punto sono curioso. Mi alzo e mi affaccio fuori. Il corridoio è buio, illuminato solo da poche luci notturne. Non distinguo chi si sta allontanando. La penombra si mangia chiunque stia camminando. Intravedo solo pochi contorni. Una figura minuta, instabile ma tenace si sta dirigendo verso il coro. Esco e guardo verso destra ma non c’è nessuno. La figura è sola, con chi sta parlando? Esco e mi immergo anche io nella penombra. Solo un mese prima non sarei riuscito nell’impresa ma vivere in un luogo “sacro” mi dà forza. Sono in pigiama e mi muovo guardingo. Mi affaccio alla finestra che dà sul chiostro ed è tutto buio. Aspetto qualche secondo e poi mi muovo verso il coro. Piano. Sorpasso una porta e sento che qualcuno russa. Continuo a muovermi e sento di nuovo quel bisbiglio. Non ci sono dubbi, il frate che cammina davanti a me sta bisbigliando qualcosa. Sarà una preghiera recitata a voce alta, mi dico. La figura sale gli scalini che portano al coro. Non accendo la luce. Riconosco il frate e lo seguo. Mi avvicino e la voce del frate aumenta di volume. Ora diventa più chiara ma con un suono che non riconosco.

«Vai via!» dice. Convinto che stia parlando con me accenno un passo all’indietro. Il frate continua a parlare con voce soffocata. «Vai via!» ripete a qualcosa o qualcuno che non riesco a intravedere. Mi accosto con la pelle d’oca. Il frate si muove avanti e indietro nel coro. Lui è così magro e piccolo che a fatica riesco a vedere cosa fa. «Vai via!» continua a ripetere come una litania muovendo la mano destra, poi bisbiglia qualcosa come una preghiera. «Vai via!» ripete a voce più alta. Mi prende un colpo, mi ricordo cosa fa quel frate, il suo passato, chi riceve ogni giorno, perché le persone vengono da lui, quegli strani incontri, il perché il vescovo lo chiama spesso a rapporto, e mi manca il respiro. Faccio qualche collegamento e per poco non mi mangio il cuore dalla fifa. Senza più paura di essere visto o sentito, corro verso la mia camera da letto, mi chiudo la porta a chiave dietro e mi infilo sotto le coperte. Recito ave Maria, convinto che questo servirà a qualcosa. Snocciolo preghiere una dietro l’altra, tremo come una foglia e non riesco a calmarmi. Mi rimbomba nella testa il suono della voce del frate. Chiudo le orecchie e ripenso a me, ai miei timori, e mi ricordo perché è importante avere paura del buio.

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Anamnesys – 2°capitolo:odori

Se la povertà avesse un odore avrebbe quello della casetta. Frate Luke ne era consapevole. Lo era ogni qualvolta vi entrava. Ogni giorno.
Ogni volta che varcava la porticina e che veniva a contatto con la puzza – perché di ciò si trattava –, il giovane frate annuiva e confermava a se stesso quella sensazione; quella certezza. Tanfo di cibarie cotte misto a sporcizia. Sporcizia umana, di uomini e donne che si lavavano poco o niente. Un odore intenso che aveva impregnato ogni angolo della casetta. Uno spazio in cui venivano accolti i poveri che si avvicinavano per ricevere un pasto caldo. Una casetta sempre pulita ma intrisa di un odore che stagnava e che non andava via, perché era quello della povertà. Se la povertà avesse un odore…si ripeteva Luke, avrebbe questo. Sì, ne era cosciente perché era lui che ogni giorno portava da mangiare ai barboni. Qualche frate, ogni tanto, con malavoglia, lo sostituiva, ma era lui che se ne occupava e che stimolava gli altri a occuparsene. La povertà non era una cosa bella. Almeno non quella concreta, non quella che vedeva lui e con la quale veniva a contatto. Non la povertà di quelle persone, che non poteva più definirsi tale. Miseria, era divenuta.
Con questo pensiero Luke avanzò con i piatti di minestra in mano e si avvicinò al tavolo al quale erano sedute cinque persone: tre uomini e due donne. Quegli individui sorrisero al frate perché lo conoscevano bene. Lui rispose al sorriso e porse i piatti a due di loro.
«Ora vi porto anche gli altri», disse. «Un attimo solo».
Uscì dalla casetta e respirò a pieni polmoni l’aria fresca, pulita, sana. La casetta si trovava dentro il parco del convento, una cinquantina di metri più in là della casa dei frati vera e propria. Un posto raggiungibile solo dall’esterno, non collegato alla struttura madre. Una distanza quasi simbolica, che sembrava sottolineare che la povertà, quella vera, era qualcosa di lontano, di non appartenente. Qualcosa di distante; quasi da temere. Un luogo che il superiore aveva allestito perché chi ne sentiva necessità potesse avvicinarsi e mangiare qualcosa. Le stesse cose che mangiavano i frati. Niente di più, niente di meno.
Erano sempre le stesse persone. Difficilmente arrivava qualcun altro che non fossero loro. Luke lo sapeva bene e ormai aveva imparato a conoscerle. E le conosceva davvero. La storia e le vicissitudini di ognuno di loro erano diventate anche le sue. Se n’era fatto carico così come si era fatto carico del loro sostentamento.
Frate Luke arrivò in cucina e prese altri due piatti.
«Sta’ attento» gli disse frate William.
«Attento a cosa?» domandò Luke.
«Non si sa mai», aggiunse il confratello.

Il giovane frate fece spallucce e si diresse verso la casetta, facendo bene attenzione a non rovesciare nulla. Ancora un altro viaggio, rifletté, e tutti avrebbero mangiato il primo. Quando entrò, li trovò che litigavano per il mangiare. Luke si avvicinò senza dire una parola, e quando gli altri lo videro smisero all’istante. Il gruppo abbassò gli occhi, dalla vergogna, perché tutti si rendevano conto di ciò che stavano facendo e dell’inutilità del loro agire. Avevano lo sguardo basso. Luke non disse nulla, non aprì bocca ma non fu necessario. Con tutta calma porse i due piatti alle due donne e uscì di nuovo. Ancora uno, pensò. Ancora uno. Nel tornare in cucina ripensò al perché di tutto ciò che stava facendo e a cosa potesse servire il suo agire. Cosa avrebbe aggiunto di più a quelle persone; sempre loro e soltanto loro! Ma cosa poteva fare di diverso?
Varcò ancora la soglia della cucina, frate William gli porse l’ultimo piatto senza aggiungere nulla. Luke uscì e accelerò il passo, voleva arrivare in fretta, non voleva che nascessero altri scontri; altri litigi tra i componenti del gruppo. Guardò verso l’alto e osservò le nuvole nere che si accarezzavano tra loro e inspirò ancora profondamente. Non aveva ancora mangiato, l’avrebbe fatto più tardi, nonostante la fame pungente. Ripensò a quando aveva iniziato con i poveri. A come non si limitasse a portare da mangiare, ma avesse deciso di unirsi a loro per il pasto. Quel ricordo gli provocò un sapore amaro in bocca. Dopo qualche tempo gli fu impedito di continuare e ordinato di ricominciare a mangiare insieme ai frati. Ordini dall’alto. Ancora adesso, dopo diversi mesi, non riusciva a comprenderne la reale motivazione ma, perlomeno, aveva smesso di domandarselo. Forse codardia. Forse no.
Frate Luke entrò ancora nella casetta e fece nuovamente i conti con l’odore penetrante. Sorrise, per nascondere il disagio, e porse l’ultimo piatto che gli restava.
«Buon appetito, tornerò per portarvi il secondo» annunciò. E si congedò dal gruppo. Per il momento, la sofferenza era finita. Uscì.
Mentre camminava ripensò al giorno prima. Al capitolo, alle parole di padre Jonathan e a quelle del suo superiore. Ripensò alla sua vita, che sarebbe cambiata. Cambiata completamente.
Probabilmente non avrebbe più rivisto quei volti, quelle storie di povertà. Forse avrebbe conosciuto altre persone. Certamente, sì. Certo, si disse.
Prima di entrare guardò ancora verso l’alto e gli parve di scorgere una macchia azzurra. Non vedeva il cielo aperto da giorni. Non vedeva il sole da tempo. Aprì la porta ed entrò in convento. Passò dalla cucina e salutò con gli occhi frate William che gli porse un piatto di minestra calda. Prese il piatto in mano e quasi ebbe la tentazione di rispondere alla domanda che lo sguardo del confratello gli poneva: perché lo fai? Ma non lo fece. Non rispose. Non avrebbe potuto. Luke accennò un sorriso e ringraziò il confratello, poi andò in refettorio e si sedette al suo posto. Consumò il pasto alla svelta, come chi non ha tempo da perdere, come se il nutrimento del corpo non lo riguardasse da vicino. Lo consumò sotto gli occhi dei confratelli. Scambiò uno sguardo con Matt e con Mark ma non si fermò oltre. Tornò in cucina e fu investito dall’odore della carne cotta al vapore. Si stizzì inaspettatamente e gettò lo sguardo verso cinque piatti colmi di stufato con patate. Anche i poveri avrebbero mangiato la stessa cosa. Ne prese due e uscì dalla cucina per dirigersi alla casetta di accoglienza. Ricordò con la mente l’odore che avrebbe sentito da lì a poco e si ritrovò a trattenere il respiro. Era l’odore della povertà. E lui non aveva quell’odore. Una fitta alla base dello stomaco lo costrinse a fermarsi. Trasse un respiro profondo ed entrò.
«Stufato di carne e patate» annunciò a voce alta col sorriso sulle labbra.
«Anche oggi?» si lamentò il più anziano dei cinque, mentre l’uomo che gli era accanto gli mollava una gomitata nel fianco. Luke lo fulminò con gli occhi.
«È la stessa cosa che mangiamo noi!» e chiuse la questione.
Era troppo lontano da loro, se ne rendeva conto. Lontano dalla loro vita. Non viveva con loro. Avrebbe voluto farlo, certo. Avrebbe voluto sentire la loro povertà dentro, condividerne le paure, lo stesso timore che la vita fosse solo quella. Che la felicità fosse solo un piatto caldo di minestra o il solito stufato di carne e patate. Una vita senza nulla. Priva di ogni cosa, anche dei sogni. Priva di un futuro vero. Sentiva questa urgenza di conoscenza. Questo, lo aveva spinto anni prima a entrare in convento. Questo, gli aveva sempre ispirato leggere racconti sul santo di Assisi. Per lui era una cosa normale. Era la libertà. La povertà era la libertà. Ma quella era miseria, si ripeteva. Era miseria. Fame. Ma tra qualche giorno tutto sarebbe cambiato, si disse. Avevano ottenuto il permesso. Lui e altri due frati. E avrebbe conosciuto la vita vera. Quella che aveva deliberatamente abbandonato per trovarne una nuova. Sarebbe rientrato nel mondo reale. Con una veste nuova, con un compito nuovo, con una missione nuova e con uno sguardo diverso. Più attento. Più profondo. Più vero.
Luke si rese conto di essersi imbambolato a navigare tra i suoi pensieri di fronte ai cinque. Il gruppo aveva fame e doveva portare ancora tre piatti. Tornò in sé e uscì dalla casetta. L’odore della pioggia lo avvolse. Un odore forte di terreno bagnato, di erba umida. Un profumo che amava perché era l’odore della sua terra. Tornò in cucina con troppe domande e cercò di dirimere un groviglio di riflessioni intricato. Frate William gli porse i piatti e lui li agguantò con sicurezza. Uscì dalla porta ma a metà tragitto il peso del suo riflettere, o un piede messo male gli fece perdere l’equilibrio e rovesciare uno dei due piatti a terra. Idiota!, si disse.
Lasciò il piatto lì e portò l’altro dentro la casetta. Non si fermò se non il tempo di consegnarlo e uscì di corsa. Tornò dove gli era caduto il piatto, lo raccolse e cercò di risistemarvi dentro tutto il contenuto, poi si diresse verso il cestino della spazzatura e lo buttò dentro. Tornò in cucina e prese altri due piatti.
«Perché ne prendi due?» domandò subito frate William, «non sono in cinque?»
«Oggi mangio il secondo con loro».
«Non puoi, lo sai, padre Gustav te l’ha proibito!».
«Solo oggi. Glielo dirò dopo».
«Affari tuoi», sentenziò il frate cuoco.
Luke attraversò il parco e si diresse alla casetta, consegnò i due piatti mancanti ai due uomini e attese che lo mangiassero. Rimase lì, immobile. Osservandoli, ascoltando ciò che dicevano e intervenendo solo raramente. Quando i cinque terminarono di mangiare, buttarono tutto dentro un sacco che Luke aveva sistemato vicino alla porta. Il loro pranzo era terminato. Salutarono il frate, e in fretta e furia uscirono dal cancello in ferro battuto che era sempre chiuso ma che per quell’ora era rimasto aperto. Luke li seguì fino al piazzale della chiesa e lasciò che andassero ciascuno per la propria strada. Provò a immaginare cosa avrebbero fatto tutto il pomeriggio, e poi la sera, e la notte. Dove avrebbero mangiato ancora qualcosa di caldo, cosa avrebbero vissuto. Pensato. Rientrò dentro il parco, poi dentro la casetta. Passò uno straccio bagnato sulla superficie del tavolo e diede una spazzata veloce al pavimento. Rimise a posto le sedie, uscì e si chiuse dietro la porta.

Nel tragitto verso la cucina si fermò dove era caduto lo stufato e fece in modo di coprire bene ciò che era rimasto. Ogni scusa era buona per non dare loro da mangiare. Ogni scusa. Ogni errore. Se avesse detto che gli era caduto un piatto avrebbe attirato su di sé e, indirettamente verso il gruppo della casetta, le ire di frate William. Forse l’avrebbe accusato di stare a coprire la loro malaccortezza e avrebbe alimentato i sospetti su di loro. William si era appropriato del cibo e di ciò che cucinava. Era affare suo e aveva deciso di dettare legge su tutto ciò che lo riguardava. La cucina era il suo regno, la sua vita. Poteva, la cucina, diventare la vita di un religioso? Poteva! Aveva fatto bene a nascondere il fatto. Un semplice incidente, che sarebbe potuto accadere a chiunque; anche a lui.
Ma tutto questo sarebbe finito tra qualche giorno, si rinfrancò. Finalmente non avrebbe più dovuto nascondere, avrebbe abbracciato liberamente la vita vera. La sua vocazione. Non avrebbe più mentito a se stesso. Agli altri.

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