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La macchina – prologo

Tredici anni sono importanti, davvero. Segnano una crisi, un passaggio. I tredici anni sono luminosi, potenti e potenziali; di vita. Margherita era al settimo cielo e non pensava che a quello. Alla scuola media appena finita e a quella che stava per iniziare. Una scuola scelta da lei. Osteggiata, ma poi accolta e rispettata. Margherita era felice perché avrebbe festeggiato il suo compleanno come ogni anno; con le sue amiche, con la sua famiglia, con il sole caldo, con la salsedine addosso tutta la giornata. La felicità era dovuta, così come è dovuta ad ogni ragazza della sua età. La felicità era accettata e non invidiata, da nessuno. Ma qualcuno aveva deciso che questa felicità doveva finire. Tarcisio aveva ragione, aveva visto lontano e con lungimiranza aveva capito. Solo in un particolare si era sbagliato: chi aveva domandato non l’aveva fatto per cattiveria o ignominia, né per invidia o sadismo. No, chi aveva chiesto, l’aveva fatto per innocenza perché innocente era colui che aveva domandato. Perché il potere della macchina, sempre conosciuto, sempre accolto, era diventato un chiodo fisso, una tenera, innocente ossessione. Un pensiero continuo che apparteneva a Giulio Solinas, che adorava sua sorella, che esisteva per lui. Ma le cose che non vengono spiegate come si deve rischiano di aprire varchi nella mente che, ai più, rimangono sconosciuti. Si depositano in mezzo a spazi angusti anche per i più scrupolosi. Diventano oggetto di facili interpretazioni anche da parte dei più avvezzi. La verità non spiegata adeguatamente può essere interpretata soggettivamente e da essa si possono estrapolare altrettante verità ancora meno chiare o di bassa interpretazione. Un dubbio o un’incomprensione, se non sciolto adeguatamente, può divenire fonte di ancora maggiori equivoci. “La macchina è una cosa per grandi”, aveva sempre detto Carla ai suoi figli, “mai domandare, mai chiedere fino a quando non si è diventati adulti, fin quando non si è maturi, consapevoli, capaci”. Carla ripeteva queste cose ogni santo giorno. Ma per quanto l’assunto di Carla profumasse di saggezza e andasse ascoltato, esso non corrispondeva a verità. La macchina apparteneva a tutti, e non faceva distinzioni. Non esisteva discernimento sull’origine della richiesta, e se questa arrivava ed era chiara, essa veniva accolta.

Giulio Solinas, la vigilia del compleanno di Margherita, decide di domandare e di dare, chissà, forse una lezione innocente a sua sorella, perché stava dedicando troppo tempo al suo compleanno e sempre meno tempo a lui. Perché le aveva chiesto di giocare, ma lei aveva detto che doveva ancora scegliere che costume mettersi il giorno dopo. Perché le aveva chiesto se potevano fare una passeggiata al parco ma lei doveva ancora finire di chiacchierare con la sua migliore amica. Cose di ogni giorno, cose da ragazzi, cose innocenti, che col tempo si consumano e diventano futili.

Portala via, aveva detto Giulio alla macchina, portala via, sai che scherzo, tanto ritornerà. Il tempo di domandare e sarebbe tornata. Portala via, aveva detto Giulio Solinas la notte prima del compleanno, affacciato alla sua finestra, sotto gli occhi di Assunta e suo marito. Portala via, e quando chiederemo ritornerà, si era convinto. Ma convinzione non significa verità. Portala via, aveva detto. E la macchina aveva obbedito.

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La macchina (ottava parte)

Solo il pensiero lo fece stare male. Tarcisio era una persona calma, pacata e, il più delle volte, riusciva a non lasciarsi prendere dallo sconforto. Anche nelle occasioni più spinose era in grado di risolvere la questione senza sollevare polveroni, sterili polemiche o discussioni nocive. Pazienza era la sua parola d’ordine. Sangue freddo, il suo baluardo. Non che in paese ci fosse bisogno di soluzioni estreme o di artifici particolari, tutto era sempre facilmente rimediabile, anche perché c’era la macchina e il resto era di poco conto. Ma quel pensiero estemporaneo, che qualcuno potesse avere domandato volontariamente alla macchina di portarsi via Margherita, lo lasciò pietrificato. E qualcuno doveva aver notato la sua improvvisa fermata in mezzo alla strada perché dal gruppetto di donne fermo al parco si alzarono commenti udibili anche fin dove era arrivato il sindaco. Tarcisio accennò solo un movimento di capo verso le donne per capire cosa stessero dicendo, per captare informazioni utili. Un cenno del capo sterile perché le donne ritornarono a parlare di ciò che tanto appassionava le loro esistenze, delle loro faccende e dei grandi problemi che le angustiava.
Il primo cittadino camminò fino alla casa della famiglia Solinas. Qualcuno serbava talmente rancore da chiedere, domandare alla macchina di portarsi via una ragazza di tredici anni? Margherita Solinas era una giovane come tante, che faceva quello che faceva ogni coetanea del paese, forse del mondo intero. Tarcisio strinse i pugni e bussò alla porta.

Carla, intenta a sfornare una teglia di ciambelline per la festa di San Salvatore, con gli occhi puntati al forno ma la mente altrove, non si accorse che qualcuno bussava alla porta. Con entrambe le mani avvolte da un canovaccio estrasse dal forno la teglia rovente e la appoggiò sul poggia pentole che era nel tavolo. L’odore della cannella invase la cucina. Rientrato da pochi minuti dal parco e attratto dal profumo, Giulio Solinas si avvicinò al tavolo sotto minaccia di non toccare niente. L’unico figlio rimasto di Carla e Franco si sedette sulla sedia e attese che sua madre gli facesse la grazia di allungargli un fondo di ciambella venuto male o troppo cotto. In alternativa avrebbe dovuto attendere la cottura della parte superiore delle stesse, l’inserimento – in ciascuno dei fondi – della marmellata di ciliegie, la chiusura delle due parti e la spolverata di zucchero a velo. Un procedimento troppo lungo perché la sua voglia di dolci potesse aspettare. Finalmente sua madre prese un fondo incrinato e invitò Giulio ad assaggiarlo. Fu in quel momento che Carla si accorse che qualcuno bussava alla porta e mandò suo figlio ad aprire. La visita del sindaco non la stupì più di tanto ma, allo stesso tempo, non le prospettò nulla di buono. Con un cenno degli occhi Carla spedì suo figlio in camera e invitò il sindaco a sedersi, scusandosi di non potergli offrire ciò che aveva appena sfornato; ma non era ancora pronto.

Tarcisio Cossu si sedette dov’era seduto Giulio ma non disse nulla. Si tolse gli occhiali, che si erano appannati, e li asciugò con un fazzoletto che portava dentro la tasca dei pantaloni. Nemmeno Carla aprì bocca, non ce n’era bisogno, aveva già capito che il sindaco non aveva niente di buono da dirle, non c’era bisogno che dicesse nulla, che aggiungesse altro. Era passato un solo giorno da quando Margherita era scomparsa ma lei si era già messa il cuore in pace: non l’avrebbe più rivista. Si era messa a sfornare dolci perché Giulio potesse pensarci il meno possibile, perché, almeno lui, potesse continuare a vivere normalmente. Suo marito era tornato al lavoro e lei era rimasta sola tutta la mattina. Nessuno era venuto a sentire come stesse o se avesse bisogno di qualcosa. Le venivano recapitati solo molti doni, facilmente recuperabili dalla macchina. Era questa la loro vita: farsi servire dalla macchina. Non esisteva possibilità altra, da quella che poteva offrire la macchina. Non c’era, e i paesani ne erano consapevoli. Ma non era importante perché non c’era cosa che la macchina non potesse fare, anche dare conforto. Tutto tranne restituirle sua figlia, a quanto poteva vedere!

«Tutto tranne restituirmi mia figlia!» disse la donna a voce alta, guardando il sindaco. Tarcisio si rimise gli occhiali.

«Non lo so, Carla, c’è qualcosa che mi sfugge e allo stesso tempo che preme dentro. Un dubbio che si fa strada e che mi fa riflettere». Carla diede le spalle al sindaco e si mise a preparare il caffè. Il rumore del getto d’acqua sulla caffettiera divenne talmente assordante che Tarcisio decise di tacere. Il sindaco sapeva bene che cosa stava pensando la donna, e quale fosse il suo stato d’animo. Sapeva che qualunque parola lui avesse aggiunto sarebbe stata inutile, superflua, amara. Nessuna delle sue ipotesi avrebbe riportato Margherita a sua madre. Anche se qualcuno avesse chiesto esplicitamente alla macchina di portarsi via la ragazza, loro cosa avrebbero potuto fare per cambiare le cose? Niente. Questo avvenimento avrebbe cambiato le loro vite, le vite di tutti i cittadini del paese e la visione stessa della macchina, o forse no? Forse sarebbe stata solo un’opportunità mancata e tutto sarebbe andato avanti come prima. D’altronde, questo era quello che stava già accadendo. Tarcisio non smise di pensare e osò anche domandarsi per quale motivo qualcuno avesse chiesto una cosa del genere, e se si fosse diffusa la notizia, altri avrebbero fatto lo stesso? Avrebbero usato così ignobilmente il potere della richiesta?

Il rumore dell’acqua era davvero assordante e il silenzio che ne seguì nel momento stesso che Carla chiuse il rubinetto fu anche peggio. La donna mise un numero indefinito di cucchiaini di caffè nella moka, la chiuse per bene e la mise sul fuoco. Prese due tazzine dalla credenza e le appoggiò sul tavolo. La sua faccia, nonostante la carnagione scura, era bianca, e i suoi occhi, neri e vuoti, sbucavano fuori come due fanali. Tarcisio non resistette a quello sguardo e abbassò il suo. E la sua mente non potè che tornare a quella realtà: qualcuno aveva chiesto alla macchina di portarsi via Margherita.

(fine?)

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La macchina (quinta parte)

Riavutasi dal malore, Carla si alzò dalla sedia, quindi, ringraziando di cuore Peppino e Vittoria, si allontanò dalla loro casa, con tutto il seguito appresso. E adesso? Si disse, e si diressero con il capo chino verso casa dei signori Maxìa, come se questo potesse servire a qualcosa. Il sindaco si asciugava la fronte con un fazzoletto, e i due poliziotti si erano levati il cappello che li stava facendo scoppiare di caldo la testa.

Assunta Murru aveva molto da fare e con sorpresa di tutti – non era infatti normale che decidesse di non impicciarsi di qualcosa fino alla fine – lasciò il gruppo e, insieme a suo marito, rincasò. Come ogni domenica doveva preparare il pranzo per tutta la famiglia e, la sua, era una famiglia numerosa: quattro figli, con prole. Il pranzo era già fatto, intendiamoci! Il sugo alla campidanese era solo da scaldare, l’arrosto era già nel forno, bisognava solo buttare la pasta. I signori Murru non mangiavano mai prima dell’una e mezza, e nessuno dei quattro figli si sarebbe fatto vedere prima dell’una e venti; ne erano certi! Assunta guardò l’orologio, era mezzogiorno e un quarto. Efisio Murru non disse una parola riguardo alla decisione di mollare gli altri, aveva lasciato parlare sua moglie, non aveva aggiunto mai nulla al racconto riguardo Margherita, così gli era stato detto di fare da Assunta: “lascia parlare me!”, e così aveva fatto. Sempre così, faceva. D’altronde, che importanza poteva avere sapere che, affacciato alla finestra della sua stanza, ad osservare tutta la scena, quasi inebbetito, c’era anche Giulio, fratello più piccolo di Margherita? Nessuna.

Carla, entrata in casa, crollò sul divano. Era esausta. Perché stava succedendo proprio a lei? Perché? Cosa aveva fatto Margherita? Cosa aveva chiesto? Perché se n’era andata? Ogni domanda era come un pugnale trafitto alla base dello stomaco; non la lasciava respirare. Sarebbe certamente morta se non avesse trovato al più presto una soluzione. Guardò il sindaco che, nel frattempo, aveva congedato i due poliziotti e che, nonostante l’orario, aveva deciso di non lasciare da sola la famiglia Solinas.
«Si fermi a pranzo da noi» disse Carla, ostentando una tranquillità che non aveva. «Almeno avremo qualcuno con cui parlare». Tarcisio Cossu annuì e ringraziò. Cosa poteva fare anche lui, se non sostenere quella disgraziata! Tutti avrebbero saputo che Carla Maxìa aveva chiesto espressamente qualcosa alla macchina e che, per la prima volta in assoluto, la macchina non aveva risposto. Tutti. Ne era certo!
La sera stessa, Matteo Murgia, rincasato di buona lena, stanco e decisamente provato, come temeva Assunta Murru e come predetto dal sindaco, raccontò l’accaduto a suo padre il quale ne discusse con sua moglie, Gabriella Caria, che non vide l’ora di spifferare tutto alle sue amiche più intime! La macchina non aveva risposto alle richieste di qualcuno e in particolare a quelle di Carla Maxìa: la notizia si propagò alla velocità della luce.
La mattina dopo Giuseppina Tidu, madre di Cinzia (compagna di classe di Giulio Solinas), osservò la macchina con occhi diversi. Aveva domandato, sempre con la cortesia che la contraddistingueva, un piccolo regalo
– a nome della famiglia Tidu –da fare a Giulio, che avrebbe consegnato a sua madre. Era il minimo che poteva fare. Che altro, se no? Giuseppina, udito il suono della macchina, si portò verso il veicolo e senza volerlo si specchiò nel finestrino oscurato, osservò il suo volto riflesso nel vetro e, forse perché qualcosa attirò la sua attenzione o forse per le voci che aveva sentito, o forse perché così doveva accadere, si domandò, per la prima volta, dopo decenni di richieste, di desideri e bisogni esauditi, chi guidasse quella macchina. Chi diavolo fosse il conducente di quel veicolo che esaudiva ogni più piccola necessità di ogni abitante di quel paese. Che origine avesse quella macchina da sempre conosciuta. Ma prima che Giuseppina potesse darsi qualche risposta, si aprì lo sportello del baule e la donna potè prendere il presente da consegnare a Giulio. Mezz’ora dopo Giuseppina appoggiò un bacio sulla fronte a sua figlia e la consegnò al vicino di casa perché la accompagnasse al parco. Cinzia non era più in sé nella pelle, voleva vedere Giulio!

(continua)

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La macchina (terza parte)

«L’ho vista» disse, sotto gli occhi sgranati della madre di Margherita. «È salita sulla macchina ed è andata via, vero?» domandò a suo marito, voltandosi verso di lui e chiedendo conferma.
«Senza dubbio!» annuì lui, immediatamente.
Il poliziotto rimase a bocca aperta poi, nello stesso istante, fissò con sguardo accigliato la madre della ragazza e i due coniugi. La macchina. Non osarono dire quella parola per paura. Ma come? Perché? Carla smise di tremare.
«Assunta perché non l’avete fermata? Non siete venuta a chiamarmi? Non le avete chiesto dove stesse andando?»
«Ma…Carla», balbettò lei, per niente sorpresa di quella domanda «È salita sulla macchina!» poi si avvicinò e le appoggiò una mano sull’avambraccio.
«È tutto a posto, mia cara, se l’ha presa lei è sufficiente che tu le chieda che ti venga restituita» e sorrise. I poliziotti annuirono a quella frase.
Ma quelle parole furono davvero troppo per Carla, e il suo volto si incupì definitivamente. La signora Maxìa ricominciò a tremare, ma così tanto che dovettero accompagnarla a braccetto e aiutarla a sedersi sul divano. Franco si avvicinò in fretta e domandò cosa fosse successo a sua moglie e, venuto a sapere della macchina, si sedette a fianco a lei.

Un silenzio carico di consapevolezza scese sui presenti. Se la macchina non era in grado di restituire la ragazza, chi mai avrebbe potuto farlo? Perché così era. Carla Maxìa, alzatasi all’alba e scoperto che sua figlia non era nel suo letto, aveva cercato un po’ in giro per casa e fuori in giardino, aveva chiamato il nome della figlia a squarcia gola, ma lei non aveva risposto. Allora aveva svegliato suo marito, alla svelta, e insieme avevano continuato a cercare. Ma di Margherita nemmeno l’ombra. Carla, allora, presa dal panico, aveva fatto quello che faceva sempre, che tutti facevano sempre: aveva chiesto alla macchina. Le aveva domandato il favore che le riportasse sua figlia, ma la macchina non si era presentata. Provò suo marito, ma niente. Cosa potevano fare? A chi potevano rivolgersi se la macchina non si era presentata? A Carla venne in mente di chiamare la polizia, ma qual era il numero di telefono? Non aveva mai chiamato la polizia e non era nemmeno sicura che ci fosse la polizia in paese. Chi mai avrebbe bisogno della polizia? Si affidò a suo marito che telefonò urgentemente.

Sì, era un silenzio gravato di domande quello che opprimeva il gruppo. Domande che nessuno avrebbe voluto farsi ma che spingevano e bussavano alla porta; un bussare sempre più pressante. E quel battere diventò concreto e Carla fece cenno al bambino, che intanto si era avvicinato, messo in braccio e raggomitolato tra le sue braccia calde, di andare a controllare chi bussasse alla porta. Il sindaco entrò.
«Non so cosa dire, sono stato appena informato, ma sono certo che tutto si risolverà! D’altronde così è sempre stato e così sarà. Non c’è motivo che vi preoccupiate: non si è sempre domandato e non si è sempre ottenuto?» chiese, guardando i presenti. Ma tutti, compresi i due poliziotti, annuirono con poca convinzione. Le dinamiche della scomparsa, il silenzio della macchina e la mancanza di altre notizie importanti gettarono il gruppo nello sconforto.

Uno dei due poliziotti, quello più giovane, corse ad affacciarsi alla finestra e tutti lo seguirono a ruota. La macchina si era avvicinata ad una casa, come faceva sempre, ad ogni ora, ad ogni minuto. Dopo qualche istante, da quella stessa casa, uscì la signora Desogus. La donna aveva i capelli con i bigodini – li metteva sempre la mattina – e si asciugava le mani con un canovaccio. Con passo spedito avanzava verso la macchina poi andò dietro il veicolo, si fermò, aprì lo sportello del bagagliaio ed estrasse ciò di cui aveva bisogno. La donna era visibilmente felice. La macchina, come sempre, mise in moto e ripartì.
«Dio santo!» esclamò il giovane Matteo Murgia, poliziotto da pochi anni, madido di sudore: «È la macchina! La vediamo tutti i giorni, è con noi da sempre…non può aver fatto niente di male!». Nessuno aggiunse altro.

(continua)

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La macchina (seconda parte)

Quei vicini, gli stessi che la videro allontanarsi in piena notte, accorsero la mattina dopo in casa di Margherita attratti dalle urla della madre e dal suono delle sirene della polizia: la donna aveva trovato il letto della figlia vuoto. Tredici anni, era l’età di Margherita, e proprio il giorno del suo compleanno era sparita senza dare spiegazioni, senza far sapere dove sarebbe andata o cosa avrebbe fatto della sua vita. Ma qualcuno aveva visto la macchina e Margherita salirci a bordo.

I signori Murru si accostarono alla signora Solinas in silenzio, vergognandosi un po’ di se stessi perché non era certamente da buoni vicini un tale comportamento: non chiedere ad una tredicenne dove mai stesse andando a quell’ora della notte. Se solo gli abitanti del quartiere avessero saputo che loro avevano visto e che erano rimasti inerti! Ah! Se fosse successo, non avrebbero più avuto la faccia di farsi vedere in giro. Troppa sarebbe stata la vergogna. Mamma mia! Ma cosa avrebbero dovuto fare?…era la macchina! Timidamente guardavano la donna che parlava in lacrime ai poliziotti, poi spostarono lo sguardo verso l’ingresso della stanza della ragazzina e intravidero il letto disfatto. Il signor Solinas e il figlio più piccolo erano di fronte ad un altro poliziotto che prendeva appunti. Nessuno, da quanto si poteva capire, era al corrente di quali motivazioni potessero aver spinto Margherita ad uscire durante la notte, e certamente era da escludere che qualche estraneo fosse entrato in casa. Gli agenti di polizia erano disperati, non avevano mai avuto a che fare con qualcosa del genere e sinceramente non sapevano a quale santo aggrapparsi.

Carla Maxìa, sposata con Franco Solinas, aveva quasi quarant’anni e con la mano destra non faceva altro che asciugarsi le lacrime. A stento riusciva a comunicare con il poliziotto e più di una volta doveva fermarsi per prendere il respiro e per non rischiare di crollare. “No”, continuava a ripetere ai poliziotti, “lei non sapeva nulla, non aveva litigato con la figlia, non avevano discusso, andavano d’amore e d’accordo. Oggi avrebbero festeggiato il compleanno tutti insieme”, insisteva. Non sapeva più come spiegarlo!

I signori Murru fecero un giro per la casa, avevano paura di dire ai genitori di Margherita che sapevano cosa aveva fatto la loro figlia la notte appena trascorsa, che erano a conoscenza con quale mezzo si era allontanata, ma forse proprio quel sapere era la causa dell’indecisione. Erano in dubbio se intervenire, perché l’imbarazzo era davvero troppo. La macchina, continuavano a ripetersi. Ma come? Una sottile convinzione che non fosse compito loro informare la polizia di ciò che era successo si insinuò nella loro mente. Certo, se Margherita aveva deciso di entrare dentro la macchina…be’, un motivo doveva esserci. Un perché! Che diritto avevano loro di mettere in discussione la decisione del guidatore. Era la macchina! Assunta Murru restò incollata al suo posto con lo sguardo colmo di fastidio per ciò che sapeva, con un dolore amaro e profondo nei confronti di Carla e con il pensiero rivolto a Margherita. Cosa doveva fare? Concedersi al pubblico ludibrio o cercare di lenire in parte la sofferenza di questa povera donna? Perché se avesse parlato, lo sapeva, il poliziotto avrebbe preso appunti. Conosceva bene quel ragazzo, figlio del dottor Murgia, medico curante di lei e di suo marito, che certamente ne avrebbe parlato con suo padre che, a sua volta, avrebbe raccontato tutto alla moglie, Gabriella Carìa. Quella donna era peggio di un altoparlante e avrebbe spifferato tutto certamente. Be’, Assunta Murru si morse un labbro inferiore, il dolore era troppo grave perché osasse solo pensare di tacere. Di fronte a Carla Maxìa, una delle sue vicine più care, che era sempre stata pronta quando lei aveva avuto bisogno di qualcosa e…Margherita, delicato fiore amato da tutti…no, la signora Murru non poté esimersi. Fece cenno al marito di avvicinarsi e chiese il permesso di intervenire.

(continua)

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La Macchina (prima parte)

Un’angoscia funesta, di quelle che ti svegliano di notte, che ti avvolgono e non fanno respirare, obbligò Margherita Solinas ad aprire gli occhi e a mettersi seduta. Sebbene avesse un sonno pesante e difficilmente si svegliasse durante la notte, si vide costretta ad alzarsi e ad affacciarsi alla finestra con il cuore in gola. Il cielo era stellato e una delicata brezza marina le rinfrescava il viso sudato. Il respiro era pesante e il volto angosciato. Margherita non sapeva quale fosse l’origine di così tanta ansia ma non aveva dubbi su ciò che avrebbe dovuto fare, e non attese oltre. Indossò i pantaloni appoggiati sulla spalliera della sedia, la maglietta che aveva appallottolato e lanciato sulla scrivania, agguantò gli infradito e si diresse verso l’ingresso in punta di piedi. Prima di uscire si voltò verso la camera dei suoi genitori e di suo fratello poi ruotò lentamente il pomello della porta, la aprì e uscì.
La macchina
, grande, pulita e in attesa, era parcheggiata di fronte all’ingresso del giardino. Margherita vi si accostò lentamente, senza mai distoglierle lo sguardo. Quando mancavano solo pochi centimetri, si aprì uno sportello e lei vi entrò. Non successe nient’altro. Dopo qualche secondo la macchina mise in moto e si allontanò dalla casa sotto lo sguardo incredulo di alcuni vicini nottambuli.

(continua)

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