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Mai prima di pranzo

Pochi minuti prima di togliersi la vita, Gavino Serrau ricevette una telefonata che lo informava che un suo conoscente stava morendo di cirrosi. La cosa non lo sorprese, non fosse altro che quella chiamata gli evitò di avvolgersi la corda intorno al collo. L’uomo malato, ormai cinquantenne, era una vecchia conoscenza di Gavino – quando la storia si prendeva ancora gioco di lui –, famosa per le sue serate accompagnate da un bicchiere di whisky e troppe risate. Il liquore salutare, così lo chiamava l’uomo, non era altro che l’unica ragione che lo tenesse attaccato alla sedia, una sedia che scricchiolava ogni qualvolta il peso cambiava posizione. Quello scricchiolio che Gavino puntualmente temeva, si ripeteva ogni dopo cena e restava sveglio anche quando lui aveva già spento la luce nella sua camera. A quei tempi lui non si meravigliava di nulla e prendeva tutto come dato di fatto. Qualcosa da imparare e da non fare.
Gavino chiuse la chiamata con il volto di quell’uomo negli occhi, e nonostante la voglia di togliersi la vita fosse urgente, constatò che rimandarla di qualche ora non avrebbe cambiato nulla.

La corda che si era procurato per l’occasione l’aveva comprata in un negozio vicino all’appartamento che aveva preso in affitto due anni prima: una casa a poco prezzo ma in ottime condizioni. L’uomo che gli aveva venduto la corda gli aveva assicurato che Ziu Giacinto Cabras, l’allevatore che abitava vicino a sa lolla sparadesa, la utilizzava per legarci i buoi e che questi non riuscivano a strapparla nemmeno quando il prurito tartassava loro le palle.
Gavino sollevò la testa e pensò che era un peccato lasciare quella casa che costava poco: certe fortune capitano poche volte, se non contate, si disse. Il profumo di caffè di cui era ancora impregnata la cucina, perché lì aveva deciso di uccidersi, gli stimolò l’intestino dopo diversi giorni di silenzio e questo lo rese felice. Ma nessun’altra buona notizia sarebbe arrivata quel giorno a bilanciare la pessima appena recapitata, anzi, un’altra avrebbe decisamente pesato ancora di più.

Il nodo alla corda che Gavino Serrau aveva stretto era fatto come Dio comanda, e certamente avrebbe sortito l’effetto desiderato. Quel nodo gliel’aveva insegnato don Pinuccio Loi, quando ancora frequentava gli scout della parrocchia. Un giorno lo aveva preso in disparte e gli aveva messo in mano un cordino colorato, rimasuglio di doni arrivati in parrocchia chissà da dove, poi gli aveva preso le mani e lo aveva guardato in faccia, consigliandogli di seguirlo come si merita, che un giorno fare i nodi gli sarebbe tornato utile, aveva detto profeticamente. Gavino, i nodi, gli aveva imparati a fare, eppure meglio di don Pinuccio, ma le mani aveva deciso di metterle da un’altra parte, dopo aver finito di legare le corde. Col tempo il prete aveva rinunciato ai suoi sogni profondi per instradare il ragazzo su un’altra via che un giorno lo avrebbe messo in contatto proprio con l’uomo malato di cirrosi.
Gavino appoggiò la corda sul tavolo e si vestì per uscire. Chi lo aveva chiamato lo aveva fatto per un motivo ben preciso, ma il prurito era troppo esteso perché bastasse una goccia di medicina per passare. Fece la strada che conosceva e passò di fronte al negozio di frutta di Maria Immacolata Murru, figlia unica di Francesca Dessì che le aveva affibbiato la bottega prima che potesse mandarla a quel paese e che la malattia le cavasse entrambi gli occhi. Maria Immacolata le aveva sputato in faccia e l’aveva maledetta, poi si era presa il negozio.
La fruttivendola vide passare Gavino e gli indicò la cassetta di arance con una faccia che malediceva qualunque cosa gli capitasse di fronte. Lui ebbe la tentazione di fermarsi e di comprare un arancia ma il colore sospetto della buccia e gli occhi della donna lo fecero stare alla larga.
Il profumo di carne arrosto che usciva dalla casa di Stefano Usai, suo vecchio compagno di scuola, gli fece venire in mente che non ci si uccide mai per l’ora di pranzo, che prima è meglio riempirsi lo stomaco, se non si vuole che la vita agiti troppo le acque. Avrebbe dovuto seguire l’istinto, certo.

Be’, se voleva che tutto fosse finito per il primo pomeriggio, avrebbe dovuto accelerare il passo. Gavino inciampò in una buca piazzata proprio al centro della strada, imprecò contro tutto e tutti e proseguì.
La donna che lo aveva avvisato dello stato di salute dell’uomo era Rosaria Ledda, cuoca del convento dei frati, ottima dispensatrice di notizie e impavida raccoglitrice di nuove. Sporca e puzzolente quanto i sei cani che vivevano con lei, era certa che il Gavino a cui si riferisse l’uomo fosse Gavino Serrau: chi altri aveva raccolto il passato insieme a lui, se non proprio il figlio di Salvatore Serrau.
«Fallo venire qui», le aveva detto l’uomo «che non voglio morire prima di rimettere le cose a posto».

Gavino vide la casa dell’uomo da lontano e il prurito riaccese i ricordi. Lo accolse la puzza di cane e il sorriso senza denti di Rosaria. «È dentro» disse lei, indicandogli la porta. Entrarono insieme e si accomodarono; Gavino dovette evitare di respirare col naso. Rosaria vomitò, senza chiedere il permesso, le numerose scopate odorose fatte con Gesuino Cau, fratello spirituale dell’uomo steso sul letto. Scopate che avevano riempito le sue giornate di cucina mentre ancora era in grado di aprire le gambe: salutari per lei e per il suo portafogli, che di soldi ne accoglieva pochi. Era brava a raccattare roba per i poveri, ma ancora di più a vestire dei frutti generosi di quella povertà i suoi figli. Gavino rammentò il giorno che Giggietto, figlio di Rosaria, entrò con un maglione cucito da sua madre che lui aveva donato gentilmente. «Ti piace?» gli aveva chiesto Rosaria, «l’abbiamo pagato davvero poco». Lui non aveva detto niente, intuendo che oltre la puzza di cane, quella famiglia non aveva altro.
Terminato lo sproloquio di Rosaria, Gavino sorrise tristemente e attese che la donna si decidesse ad accompagnarlo all’inferno.
«Davvero non capisco cosa voglia da te» disse la donna, mentre cacciava via tre dei sei cani che rompevano le scatole per la fame «sono passati tanti anni».
«È vero» disse lui, «sentirò perché mi ha chiamato».
Entrò dentro la stanza e trovò l’uomo disteso sul letto. Era scheletrico, di colore ocra e con la bocca aperta. L’odore dei cani si mescolava con la puzza di merda e urina uniti all’odore di borotalco con cui la donna cercava di coprire il fetore. Gavino si avvicinò al letto e osservò il volto dell’uomo divenuto irriconoscibile.
«Stai morendo» gli disse. Lui aprì gli occhi e annuì con la testa. «Lo sapevi che sarebbe finita così», lui annuì ancora. Gavino scosse la testa. «Cosa c’è?» domandò. L’uomo tentò di dire qualcosa, ma un attacco di tosse glielo impedì.
«Non vorrai scusarti sul letto di morte» disse lui «perché io le tue scuse non le voglio sentire, pensa a morire in pace, che la vita me la sono goduta lo stesso» e non aggiunse altro.

Gavino uscì con la fame che gli rimbombava nello stomaco e con il sole che gli chiudeva gli occhi. Si diresse verso casa consapevole di essere stato uno stronzo ma con la certezza che il coglione non fosse lui. Appena dentro casa andò a prendere la corda e a sistemarla per bene sopra il tubo del gas che sporgeva dal soffitto, la legò il tanto giusto per non toccare a terra, fece il nodo e se la avvolse al collo, salì sul tavolo della cucina e suonò il campanello.
«Chi è?» domandò a voce alta. «Sono Rosaria» rispose una voce da dietro la porta, accompagnata dal latrato dei cani. «Cosa vuoi?» domandò ancora Gavino. «Aprimi che è urgente». Gavino sbuffò, si sfilò la corda, scese dal tavolo e aprì alla donna. Entrarono i cani prima di lei. Rosaria vide la corda.
«Dio Misericordioso, cosa stai facendo?»
«Cose mie» rispose.
«Un altro morto no! Non fare cazzate che di vita ce n’è ancora per te»
«Cosa vuoi?» domandò Gavino. I cani si sparpagliarono per tutta la cucina e frugarono vicino alle sporte di pane che Gavino teneva incastrate in una cesta tra il frigorifero e la cassettiera. «Smettetela» urlò la donna, rivolgendosi ai cani. Poi fissò l’uomo.
«Gavino, Franco sta morendo, abbi una parola buona per lui, per quello che eri»
«Anche io sto per morire, di parole ne ho già dette abbastanza, e lui di minchiate ne ha seminate troppe».
«Cosa ti costa? Anche se sono parole finte…tieni», e prese un foglietto da una tasca «scrivigliele qui, fallo contento, per l’amor di Dio. Scrivigli due cazzate: che lo perdoni, che può morire in pace…».
Gavino fissò il foglietto «Solo se poi tu aiuti me»
«Vattene a cagare», strillò Rosaria «così poi mi mettono in prigione mentre tu te la godi all’altro mondo!»
«Allora te ne puoi anche andare, e portati via questa merda di cani».

Istintivamente Rosaria si mise a cercare i cani che intanto erano riusciti a strappare via dalla cesta il pane e avevano iniziato a mangiarlo e a sbriciolarlo dappertutto.
«Va bene», sospirò lei, facendosi il segno della croce, «ma prima scrivi queste cazzo di righe».
Gavino prese il foglietto, attese qualche secondo poi scrisse tre righe. Piegò il foglietto e lo porse a Rosaria che se lo mise in tasca. «Che muoia in pace!» disse. Lei annuì.
Gavino si voltò verso il tavolo, salì e guardò Rosaria. «Appena mi mollo, sposta il tavolo».
Rosaria annuì e pensò che quella fosse la punizione per essersi scopata un frate, e decise che se la meritava. I cani si voltarono verso i due e incominciarono ad abbaiare furiosamente. Rosaria gli urlò di tacere e loro andarono alla ricerca di qualcos’altro da mangiare.
«Perché cazzo non gli dai da mangiare a quei cani» imprecò lui in piedi, con la corda avvolta al collo.
«Appena rientro in casa, è già pronto» disse lei, senza guardarlo. Gavino strinse la corda, fece un respiro profondo e si buttò in avanti. Rosaria spostò il tavolo di lato lasciando l’uomo a penzoloni. I cani, eccitati dal movimento della padrona e rincoglioniti dalla fame, si lanciarono tra le sue gambe. La donna indietreggiò verso la finestra, andò a mettere un piede sopra un pezzo di pane raffermo lasciato in giro dai cani, perse l’equilibrio e cadde all’indietro sbattendo la nuca sullo spigolo della finestra. Ci restò secca.

Li ritrovarono due giorni dopo, mentre rientravano dal funerale di Franco, ex frate, ex confratello disgraziato di Gavino, parroco emerito del paese. Nella tasca della gonna della donna trovarono un foglietto con scritte poche righe:

ricordami di farlo a notte fonda, la prossima volta.

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L’ispirazione

Adesso si vede. La luna si vede. La nebbia che copriva ogni cosa, che amorbava ogni luogo, che ne soffocava la visuale si è diradata. Adesso si vede, la luna. È alta nel cielo, è grande, luminosa, candida, viva. È un astro pulsante, che comunica, sussurra al cuore non alle orecchie, la puoi sentire con l’anima non con i sensi. È un astro eterno perché eterno è il suo parlare. Perché le sue parole sono fatte d’aria e sono leggere come l’estate, sono fresche come l’acqua e sono limpide come gli occhi.

Non si può vivere senza quel vociare, senza quel sollettico. No. Perché senza la luna l’esistenza è spenta, è piatta, è nuda. Perché senza di essa non è vita, non è morte, non è speranza. Perché l’aridità può essere spazzata via solo con la sua luce, con la sua luminosità candida. Perché così è da sempre e così sarà. Perché i mari in cui si immerge la accolgono senza timore, perché i cieli che la ospitano piangono per essa, perché la notte che la accompagna vive per lei. Così come l’uomo. L’uomo che non vive per se stesso ma per ciò che la luna gli concede, gli dona, gli suggerisce. L’uomo che non sopravvive quando è notte, quando è buio e quando le tenebre la ricoprono. Perché la luce della luna è più importante di quella del sole. Perché il sole riscalda l’esterno e la luna l’interno, ma è quello della luna il calore necessario. Perché si muore quando si è gelidi dentro, si muore dentro ma si muore anche fuori. È solo questione di tempo.
Ma la nebbia si è diradata e la luna è nel cielo. È alta, è vera. È la luna.

 

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Un…rimedio per la vita (utlima parte)

Rimedio sorrise. «Sono felice che lei abbia fatto questa affermazione. Mi domandavo quanto tempo avrebbe ancora aspettato a chiedermi informazioni sul mio nome. Ebbene, carissimo Jacopo, sarò felice di spiegarle come mai porto questo appellativo perché, infatti, oltre ad essere il mio nome è anche ciò che porto alle persone. Esso è il significato stesso della mia vita. Un rimedio!»
«Si spieghi meglio» lo interruppe Jacopo.
«Con molto piacere!»

Rimedio si alzò in piedi e si avvicinò all’anziano porgendogli il braccio per aiutarlo a sollevarsi dalla sedia. Jacopo accettò senza fare domande l’aiuto dell’uomo e si lasciò condurre. I due uomini attraversarono la porticina e si fermarono di fronte a sa prazza – il cortile antistante la casa – e Jacopo pensò tra sé e sé di quanto ne fosse orgoglioso. Rimedio non si fermò e andò verso alcune sedie di legno poste alla rinfusa in cortile, ne prese due, le sistemò ordinatamente e aiutò l’anziano a sedersi, infine si accomodò anche lui.
«Come è fortunato lei, signor Becciu, a vivere in un posto come questo. Con questo profumo, con questo cielo e con questo clima sempre clemente. Una meraviglia della natura che merita di essere ammirata da chiunque, ma non a tutti viene data questa possibilità, come non a tutti viene data la facoltà di vivere. Pensi a quelle vite durate una manciata di secondi o spezzate nel bel mezzo della giovinezza, bloccate dalla malattia o da cause fortuite. Rifletta su tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, non sono mai riusciti a vivere con pienezza la loro esistenza; crede che abbiano colpa di questo? O, piuttosto, hanno gustato solo ciò che dovevano?

Caro Jacopo, l’ora è tarda ed io devo concludere la mia visita, ma non lo farò prima di averle rivelato il significato del mio nome. Lo farò con una domanda alla quale lei stesso darà una risposta: esiste un rimedio per la vita? Se sì, allora non avrà nessun problema ad accettare la mia richiesta. Se invece crede che la vita non abbia bisogno di essere rimediata, ma semplicemente vissuta, allora ci saluteremo e lei potrà terminare in pace ciò che del tempo ancora le resterà da percorrere, prima che tutto abbia termine.»
Rimedio attese qualche istante e non poté fare a meno di notare l’aria serena del vecchietto che aveva di fronte, poi un sorriso carico di gioia si accese sul volto del signor Becciu. Così, comprendendo appieno quale fosse la risposta in cuor suo dell’anziano, non poté che, anch’egli, rispondere allo stesso modo. Rimedio si alzò in piedi, abbracciò il vecchio con delicatezza, lo salutò cordialmente e si congedò da lui.

Nell’uscire dal grande portone in legno che conduceva in strada, Rimedio sorrise ancora tra sé e sé, quasi con malinconia. Sì, perché ne era certo, avrebbe trovato qualcuno che non fosse soddisfatto della propria vita e lui, come sempre faceva, vi avrebbe posto rimedio.

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Un…rimedio per la vita (terza parte)

Jacopo si portò più in su gli occhiali che, intanto, erano scivolati a metà naso, e trasse un profondo respiro. Poi si alzò stancamente dalla sedia e si diresse verso un piccolo frigorifero, lo aprì, estrasse un quarto di una forma di formaggio e la appoggiò sul tavolo, tornò su suoi passi ancora una volta e dall’interno di un piccolo sgabuzzino prese una bottiglia di vino rosso.
«Gradisce?» domandò a Rimedio, accennando ad un movimento con la mano e mostrandogli la bottiglia.
«Molto gentile!» rispose lui, sorridendo delicatamente.

Jacopo aprì il cassetto sotto il vecchio tavolo della cucina e ne estrasse un coltello con il quale tagliò un pezzetto di formaggio che porse al dirimpettaio, invitandolo ad assaggiarlo. Prese un apribottiglie e stappò il vino. Dopo si trascinò ancora verso una mensola e prese due bicchieri, versò il vino in entrambi e ne allungò uno all’uomo.
«Si chiama Monica, non pensa che si sposi perfettamente con questo formaggio?» domandò Jacopo, dopo aver sorseggiato due dita di vino.
«Sicuramente!» rispose senza dubbi Rimedio e, preso in mano il bicchiere, si unì al suo ospite.
I due uomini restarono qualche minuto in silenzio, assaporando il formaggio e il vino. Il sole era ormai calato del tutto e dalla finestra della piccola casa dell’anziano entrava un’arietta fresca e profumata di mirto, misto a qualche altro odore di macchia mediterranea.
«Lei è un bravo venditore!» disse improvvisamente Jacopo, rompendo così il silenzio.
«Si spieghi meglio» incalzò Rimedio.
«Sa benissimo che io avrei solo da perderci prendendo in considerazione la sua offerta, sempre che lei non mi stia prendendo in giro dal primo momento in cui è entrato in casa mia. Perché se io accettassi, accadrebbe che il tradimento verso tutto ciò che ho vissuto e verso tutte le persone che ho conosciuto, sarebbe completo. Definitivo. Ragioni sul mio discorso e segua bene ciò che sto per dirle. Se mi è stato concesso, da non so chi o cosa, di vivere questa esistenza e di fare queste e non altre particolari esperienze, è perché io avessi la possibilità di scegliere ogni singola azione, di fare consapevolmente la scelta giusta che ritenevo adatta per quel momento o quella situazione. Fosse essa buona o cattiva era la scelta corretta e per questo saggia. Se ho sposato la donna che ora è morta ma che, come se fosse davanti a me, continuo a portare nel cuore, è perché credevo che fosse la donna per me, l’unica che io potessi amare. Se ora decidessi di firmare e di vivere un’altra vita, sarebbe come se rinnegassi ogni mia decisione, ogni mio sì e ogni mio no. Sarebbe come sconfessare i miei figli, come sostituirli e anche se, come dice lei, io non avrei ricordo della mia vita passata, so che alla fine dei tempi mi sarà chiesto di saldare i conti, anche di questa scelta. E poi, chi mi assicura che non mi si prospetti una vita di stenti, di povertà o di sofferenza? Chi?»

«Sono certo di non aver mai trovato una persona così aggrappata alla propria vita come lei!» lo interruppe Rimedio «E questo è ammirabile, ma anche, ahimè, tremendamente sciocco. Ora, se l’ora non è tarda e se avrà la pazienza di ascoltare anche me, le spiegherò con brevità di parole le ragioni per le quali lei debba assolutamente accettare la mia richiesta. Se le valutazioni che produrrò e che le offrirò non saranno di suo gradimento o, semplicemente, lei le riterrà poco convincenti, mi farò da parte e le augurerò semplicemente una buona notte.» Rimedio attese qualche istante, poi ricominciò a parlare.

«Quale pensa che sia il senso della vita di un uomo? Semplicemente, quello di vivere la propria esistenza? Di trascorrerla, giorno dopo giorno, guardandosi indietro e riflettendo su quanto sia stata stupenda la giornata appena consumata? Perché di ciò si sta parlando! I ricordi, carissimo Jacopo, per quanto possano essere belli, resteranno limpidi il tempo di una giornata, o poco più, poi sbiadiranno e faranno parte del passato. O pensa, piuttosto, che un uomo debba vivere per restare? Per lasciare un segno, grande o piccolo che sia? Non si illuda, per sua sfortuna è nato in un mondo in cui tutto ha un inizio e una fine, ogni cosa è regolata da questo ciclo: ogni giornata, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo. Ogni essere vivente è inglobato in questa sequenza. Così ogni idea e ogni pensiero che produciamo ha avuto origine da qualcosa e terminerà in qualcosa. La vita in sé non ha significato se non intrinsecamente a ciò che sta significando in quel determinato momento. Nessun altro. Ogni cosa prodotta o conquistata resterà là, dove l’abbiamo lasciata. Forse durerà il ricordo di noi o forse no, chi potrà dirlo? Di certo, lei non avrà la possibilità di saperlo. Questo discorso, e poi concludo, è per farle capire che la vita di un uomo ha senso finché la sta vivendo, dopo perde di sapore e svanisce. Quando lei terminerà questa vita non ne avrà un’altra e non avrà memoria di ciò che ha vissuto, non potrà crogiolarsi tra sé e sé ripetendosi: “quando è stata piena la mia vita!” No, perché il termine, che arriva inesorabile per ciascuno, ne determina anche la conclusione. Non perda questa occasione, buon uomo, si faccia un’altra bella vita su questa terra, qualunque essa sia!»
Jacopo restò immobile con il bicchiere di vino in mano. Le parole di Rimedio erano pungenti, affilate e penetravano con facilità nello spirito e nella mente. Erano persuasive e tremendamente efficaci. L’anziano vincitore del premio aggrottò la fronte e rimase ad osservare l’ometto.

«Che strano nome…Rimedio» disse poi di getto, Jacopo.

(continua)

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i colori delle parole (ultima parte)

Su tre tavoli apparecchiati, disposti alla rinfusa ma decisamente invitanti, c’erano decine di piatti pieni di ogni ben di dio: semifreddi, torte salate, biscotti, pasticcini, crostate, ciambelle, soufflé, insalate, secondi con contorno, primi piatti delle più svariate tipologie e colore.
Carlo si voltò verso Elena con sguardo estasiato e interrogativo. La ragazza si avvicinò ai tavoli poi si girò verso di lui.
«I sapori che percepisco durante i miei rapimenti musicali, così mi piace chiamarli, sono così intensi e piacevoli che cerco sempre di ritrovarli concretamente in quello che mangio, ma raramente riesco a riprodurli fedelmente. Occupo gran parte del mio tempo libero tentando di cucinare pietanze che si avvicinino almeno un po’ ai sapori della musica.» Elena gli fece segno con la mano. «Entra pure, Carlo, assaggia quello che vuoi, io non riuscirei mai a finire questa roba da sola. Quando quello che cucino è davvero eccessivo – come in questo caso, – decido sempre di portarlo in qualche casa di riposo o in qualche mensa per poveri.»

Carlo era disorientato e impressionato dalla quantità di cibo esposta sulla tavola, non aveva mai visto così tante pietanze riunite tutte insieme.
«Sai, Carlo, dovresti iniziare anche tu a incanalare questo tuo dono – perché di ciò si tratta – in qualche attività particolare! Ho letto che molti artisti erano sinesteti e che proprio grazie a quello erano in grado di produrre opere incredibili.»
Carlo inspirò profondamente. «Ho trascorso gran parte della mia vita pensando di essere malato, convinto che qualcosa non andasse nella mia mente e solo quando ho iniziato a comprendere che ciò che provavo mi provocava in realtà del piacere, ho iniziato ad accettarlo come positivo. È stato un percorso lungo e doloroso, che mi ha causato anni di solitudine e di una incarnata timidezza. Non avevo mai riflettuto sul fatto che potessi trasportare questo mio dono in qualcosa di artistico, sì, mi piace ascoltare le persone quando leggono, ma per quanto riguarda qualcosa di mio…be’, credo che avrei molto da fare e da dire riguardo a questo!» sorrise.

Il giovane si avvicinò ai tavoli e prese un biscotto a forma di fiore da uno dei piatti, ne morse un pezzetto poi, mentre ancora masticava, si voltò verso Elena. «Potremmo andare insieme a qualche concerto blues o jazz, dove ci siano cantanti, tu goderesti della musica e io delle parole che vengono pronunciate! Cosa ne pensi?»
«Mi sembra un’ottima idea!» poi Elena stette in silenzio qualche istante. «Ci sono tante persone come noi, Carlo, ci tengo a dirtelo e a rassicurarti che non sei solo. E se hai voglia di conoscere altre persone che come te hanno la fortuna di trasformare le parole in colori, posso aiutarti a trovarle e potrai, così facendo, fare amicizia e condividere i tuoi pensieri e le tue difficoltà con loro.» Carlo annuì. «Devo andare, adesso. Mia madre si starà chiedendo che fine ho fatto!» poi diede un’ultima occhiata alla stanza descrivendo un semicerchio con la testa. «Quando ci vediamo?» Elena rispose con un sorriso.

Una volta varcata la soglia della casa di Elena, Carlo respirò a pieni polmoni. Era felice come non mai. Aveva trovato una persona con cui condividere il suo dono e l’idea che non sarebbe stata l’unica lo esaltava ancora di più. Il giovane ripercorse il tragitto a ritroso, attraversò il viale del parco e si diresse verso l’ingresso. Volse lo sguardo al cielo, nero e stellato, senza luna. Molte cose erano cambiate in pochissimo tempo e tante altre, ne era certo, sarebbero successe. Si domandò se la sua vita sarebbe stata diversa se avesse avuto una madre più comprensiva e più attenta a ciò che gli capitava. Se lo chiese sinceramente, senza sapere che da lì a qualche minuto avrebbe avuto la sua risposta.

Uscito dal cancello del parco notò una mamma e un bambino presi per mano, erano fermi e poco distanti da lui, tanto da poterne udire la voce. Il bimbo interrogava sua madre su alcuni strani colori che spesso gli capitava di vedere quando qualcuno gli parlava. Carlo non credette alle sue orecchie ed ebbe quasi l’istinto di intervenire, ma la risposta che la donna diede al bambino lo bloccò. La mamma non rispose come aveva fatto sua madre – cercando di convincerlo dell’inconsistenza delle sue paure, – ma domandando a suo figlio in cosa consistessero quei colori, come si sentisse, cosa gli provocassero, cercando di carpire il più possibile il suo stato d’animo e cosa stesse vivendo. Carlo sorrise e si rasserenò, quell’immagine era per lui importante. Quelle parole di comprensione crearono una gamma di colori caldi dalle tonalità ocra e arancioni, mescolate a rosso tenue e giallo paglierino che lo avvolsero e lo mandarono in delirio. Trovare una mamma che aveva il coraggio di accogliere le paure del suo bambino e allo stesso tempo di condurlo alla comprensione era il coronamento ideale di quella giornata. Sì, perché aveva finalmente accettato con serenità ciò che possedeva e ora tutto aveva assunto colori più chiari. Sempre con lo sguardo rivolto verso la mamma e il bambino, e stordito dalla cascata di colore che lo aveva investito, Carlo osò attraversare la strada, senza rendersi conto che un autobus era in arrivo proprio dalla parte opposta in cui era voltato. Tutto si svolse in una frazione di secondo, il buio fece la sua parte e senza che lui potesse farsene una ragione o rendersene conto, i colori si spensero improvvisamente.

Dopo qualche istante Carlo riaprì gli occhi e il riverbero debole di un vociare lontano di qualcuno che parlava sopra di lui occupò la sua vista. Il giovane sentiva che il suo corpo era spezzato. Ne era consapevole e non tentò di muoversi. Colori spenti e deboli si accesero per l’ultima volta, con movimenti lenti danzavano sopra di lui, assumendo forme di morte. Egli sapeva già cosa significava quella danza, ma decise di accettarlo comunque. Ripensò a sua madre e a quanto gli voleva bene, pensò a Elena e a tutti i sapori che avrebbe ancora sentito; era stranamente sereno. Le parole che la donna aveva rivolto a suo figlio gli avevano dato una speranza che gli aveva riempito lo spirito. Le tinte diventarono sempre più tenui fino a spegnersi del tutto, la danza rallentò, oscurandosi completamente, fino a quando anche la luce che dava loro vita scomparve, catalizzando e attirando tutto a sé. Le tenebre si fecero strada e si insinuarono attraverso le alternanze dei colori. Carlo permise che questo accadesse, lasciandosi avvolgere da un unico, profondo, impenetrabile ed eterno nero.

fine

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