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Eccole

Eccole, le parole.
Così difficili da raggiungere, così in alto, lontane.
Eccole, così lucenti, quando si lasciano prendere;
tremende, intense.
Eccole, le parole.
Proprio quelle, non altre,
non diverse.
Ordinate, facili, scivolano via, veloci,
non inciampano,
non cadono, non si fermano,
non zoppicano.
Eccole, le parole.
Sono lì, e si lasciano acchiappare,
agguantare.
Così sfacciatamente, con fastidiosa semplicità.
Dopo avermi fatto morire,
dopo l’angoscia, la solitudine,
il deserto.
Eccole, maledette.

Eccole. Le parole.

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i colori delle parole (ultima parte)

Su tre tavoli apparecchiati, disposti alla rinfusa ma decisamente invitanti, c’erano decine di piatti pieni di ogni ben di dio: semifreddi, torte salate, biscotti, pasticcini, crostate, ciambelle, soufflé, insalate, secondi con contorno, primi piatti delle più svariate tipologie e colore.
Carlo si voltò verso Elena con sguardo estasiato e interrogativo. La ragazza si avvicinò ai tavoli poi si girò verso di lui.
«I sapori che percepisco durante i miei rapimenti musicali, così mi piace chiamarli, sono così intensi e piacevoli che cerco sempre di ritrovarli concretamente in quello che mangio, ma raramente riesco a riprodurli fedelmente. Occupo gran parte del mio tempo libero tentando di cucinare pietanze che si avvicinino almeno un po’ ai sapori della musica.» Elena gli fece segno con la mano. «Entra pure, Carlo, assaggia quello che vuoi, io non riuscirei mai a finire questa roba da sola. Quando quello che cucino è davvero eccessivo – come in questo caso, – decido sempre di portarlo in qualche casa di riposo o in qualche mensa per poveri.»

Carlo era disorientato e impressionato dalla quantità di cibo esposta sulla tavola, non aveva mai visto così tante pietanze riunite tutte insieme.
«Sai, Carlo, dovresti iniziare anche tu a incanalare questo tuo dono – perché di ciò si tratta – in qualche attività particolare! Ho letto che molti artisti erano sinesteti e che proprio grazie a quello erano in grado di produrre opere incredibili.»
Carlo inspirò profondamente. «Ho trascorso gran parte della mia vita pensando di essere malato, convinto che qualcosa non andasse nella mia mente e solo quando ho iniziato a comprendere che ciò che provavo mi provocava in realtà del piacere, ho iniziato ad accettarlo come positivo. È stato un percorso lungo e doloroso, che mi ha causato anni di solitudine e di una incarnata timidezza. Non avevo mai riflettuto sul fatto che potessi trasportare questo mio dono in qualcosa di artistico, sì, mi piace ascoltare le persone quando leggono, ma per quanto riguarda qualcosa di mio…be’, credo che avrei molto da fare e da dire riguardo a questo!» sorrise.

Il giovane si avvicinò ai tavoli e prese un biscotto a forma di fiore da uno dei piatti, ne morse un pezzetto poi, mentre ancora masticava, si voltò verso Elena. «Potremmo andare insieme a qualche concerto blues o jazz, dove ci siano cantanti, tu goderesti della musica e io delle parole che vengono pronunciate! Cosa ne pensi?»
«Mi sembra un’ottima idea!» poi Elena stette in silenzio qualche istante. «Ci sono tante persone come noi, Carlo, ci tengo a dirtelo e a rassicurarti che non sei solo. E se hai voglia di conoscere altre persone che come te hanno la fortuna di trasformare le parole in colori, posso aiutarti a trovarle e potrai, così facendo, fare amicizia e condividere i tuoi pensieri e le tue difficoltà con loro.» Carlo annuì. «Devo andare, adesso. Mia madre si starà chiedendo che fine ho fatto!» poi diede un’ultima occhiata alla stanza descrivendo un semicerchio con la testa. «Quando ci vediamo?» Elena rispose con un sorriso.

Una volta varcata la soglia della casa di Elena, Carlo respirò a pieni polmoni. Era felice come non mai. Aveva trovato una persona con cui condividere il suo dono e l’idea che non sarebbe stata l’unica lo esaltava ancora di più. Il giovane ripercorse il tragitto a ritroso, attraversò il viale del parco e si diresse verso l’ingresso. Volse lo sguardo al cielo, nero e stellato, senza luna. Molte cose erano cambiate in pochissimo tempo e tante altre, ne era certo, sarebbero successe. Si domandò se la sua vita sarebbe stata diversa se avesse avuto una madre più comprensiva e più attenta a ciò che gli capitava. Se lo chiese sinceramente, senza sapere che da lì a qualche minuto avrebbe avuto la sua risposta.

Uscito dal cancello del parco notò una mamma e un bambino presi per mano, erano fermi e poco distanti da lui, tanto da poterne udire la voce. Il bimbo interrogava sua madre su alcuni strani colori che spesso gli capitava di vedere quando qualcuno gli parlava. Carlo non credette alle sue orecchie ed ebbe quasi l’istinto di intervenire, ma la risposta che la donna diede al bambino lo bloccò. La mamma non rispose come aveva fatto sua madre – cercando di convincerlo dell’inconsistenza delle sue paure, – ma domandando a suo figlio in cosa consistessero quei colori, come si sentisse, cosa gli provocassero, cercando di carpire il più possibile il suo stato d’animo e cosa stesse vivendo. Carlo sorrise e si rasserenò, quell’immagine era per lui importante. Quelle parole di comprensione crearono una gamma di colori caldi dalle tonalità ocra e arancioni, mescolate a rosso tenue e giallo paglierino che lo avvolsero e lo mandarono in delirio. Trovare una mamma che aveva il coraggio di accogliere le paure del suo bambino e allo stesso tempo di condurlo alla comprensione era il coronamento ideale di quella giornata. Sì, perché aveva finalmente accettato con serenità ciò che possedeva e ora tutto aveva assunto colori più chiari. Sempre con lo sguardo rivolto verso la mamma e il bambino, e stordito dalla cascata di colore che lo aveva investito, Carlo osò attraversare la strada, senza rendersi conto che un autobus era in arrivo proprio dalla parte opposta in cui era voltato. Tutto si svolse in una frazione di secondo, il buio fece la sua parte e senza che lui potesse farsene una ragione o rendersene conto, i colori si spensero improvvisamente.

Dopo qualche istante Carlo riaprì gli occhi e il riverbero debole di un vociare lontano di qualcuno che parlava sopra di lui occupò la sua vista. Il giovane sentiva che il suo corpo era spezzato. Ne era consapevole e non tentò di muoversi. Colori spenti e deboli si accesero per l’ultima volta, con movimenti lenti danzavano sopra di lui, assumendo forme di morte. Egli sapeva già cosa significava quella danza, ma decise di accettarlo comunque. Ripensò a sua madre e a quanto gli voleva bene, pensò a Elena e a tutti i sapori che avrebbe ancora sentito; era stranamente sereno. Le parole che la donna aveva rivolto a suo figlio gli avevano dato una speranza che gli aveva riempito lo spirito. Le tinte diventarono sempre più tenui fino a spegnersi del tutto, la danza rallentò, oscurandosi completamente, fino a quando anche la luce che dava loro vita scomparve, catalizzando e attirando tutto a sé. Le tenebre si fecero strada e si insinuarono attraverso le alternanze dei colori. Carlo permise che questo accadesse, lasciandosi avvolgere da un unico, profondo, impenetrabile ed eterno nero.

fine

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i colori delle parole (quinta parte)

Elena annuì dolcemente e, quasi imbarazzata, scostò subito lo sguardo, quasi conscia di ciò che aveva fatto cinque anni prima. I due giovani restarono qualche minuto in silenzio. Nessuno dei due aveva il coraggio di dire o fare qualcosa, poi Elena ruppe il silenzio.
«Vorrei invitarti a un concerto di musica classica e questa volta, stanne certo, ci sarò!»
Carlo sospirò profondamente, le parole della ragazza gli avevano provocato una serie di arabeschi colorati di tonalità rosa e fucsia alternati da un giallo paglierino e qualche spruzzo di viola, cosa poi significasse quella combinazione di colori lo ignorava. Elena attese in silenzio che il ragazzo le rispondesse e quando oramai si era rassegnata ad un diniego, lui acconsentì.

Quando Carlo si presentò di fronte al teatro all’ora concordata, Elena era già lì che lo aspettava. Lo accolse con il sorriso, come sempre; gli allungò una mano e lui ricambiò quel gesto, poi lo condusse dentro il teatro. Si sedettero in terza fila e attesero che il concerto d’archi iniziasse. Carlo rimase in silenzio a guardarla. Tentò di immaginare cosa stesse pensando quella strana ragazza che dopo cinque anni si era ripresentata alla sua porta proponendogli la stessa cosa che gli aveva proposto cinque anni prima e che, senza dare spiegazioni, aveva disertato, ma decise che, qualunque cosa stesse pensando, non gli importava. I colori che aveva visto mentre Elena pronunciava quelle poche parole gli avevano trasmesso calore e sicurezza, e questo era sufficiente.

Mentre continuava a guardare la ragazza di sottecchi, iniziò il concerto. Le luci soffuse la misero completamente in ombra, così Carlo si concentrò sui musicisti e sulla musica. L’opera di Wagner, siffatto dolorosa e ricca di angoscioso amore, catalizzò la sua attenzione e incupì il suo cuore. Sicuro che anche Elena stesse provando il medesimo sentimento si voltò verso di lei. Gli occhi, abituatisi alla penombra, ora distinsero chiaramente il volto della ragazza per niente rattristato e si incantarono nel vederla con occhi chiusi e con un sorriso appena pronunciato sulle labbra. Carlo restò sorpreso nel vederla così serena e quando la lingua della ragazza emerse timida insinuando il labbro superiore, ebbe quasi l’istinto di destarla. Si fermò appena in tempo. Elena aprì gli occhi e, incrociando lo sguardo del ragazzo, rimase a fissarlo. La musica aumentò di intensità e la giovane ebbe un sussulto, come di piacere improvviso. Carlo arrossì e si voltò nuovamente verso l’orchestra, promettendo a se stesso che non si sarebbe più voltato a guardarla.

All’uscita dal teatro, Elena condusse Carlo verso il parco
«Si chiama sinestesia» gli confidò, improvvisamente.
«Cosa?» domandò Carlo, voltandosi verso di lei.
«Quello che ti succede quando le persone parlano. È uno stato che coinvolge la percezione e, più specificatamente, due eventi sensoriali ben distinti. Nel tuo caso l’udito e la vista. Ogni volta che ascolti delle parole, i tuoi occhi vedono delle immagini e dei colori. Come puoi ben capire, quindi, il senso della vista è stato coinvolto da quello dell’udito. Due sensi legati tra loro da un unico evento che apparentemente non dovrebbe coinvolgerli.»
Carlo rimase a bocca aperta. «Come…come sai tutte queste cose? E come fai a sapere che vedo dei colori?» Elena si fermò di colpo e si voltò verso di lui.

«Davvero non ti ricordi di me?» Carlo la guardò come se non comprendesse quella domanda, poi lei gli sorrise, come sempre, con una leggera inarcatura della bocca. «Quinta elementare. Un venerdì mattina hai chiesto alla nostra maestra per quale motivo tu vedevi dei colori quando le persone parlavano. Sono Elena, la bimba arrivata in quinta nella vostra sezione, seduta nel penultimo banco con un apparecchio enorme ai denti.»

«Sei tu?» domandò, stupito. «Perché non mi hai detto niente quando ci siamo incontrati durante la mia festa di compleanno? E perché quando mi hai dato appuntamento non ti sei presentata?» le chiese, finalmente.
«Credi di essere stato l’unico a soffrire per quello che provavi? Anche io ho avuto dieci anni e tredici anni. Anche io ho sofferto come te per ciò che mi capitava!»
«Anche tu vedi i colori?» domandò Carlo.
«No, a me capita un’altra cosa. Ecco perché ti ho chiesto di accompagnarmi ad un concerto di musica classica. Te l’ho chiesto anche cinque anni fa perché pensavo che vedendomi sarebbe stato più facile confidarmi, ma alla fine la paura ha avuto il sopravvento! Io non vedo colori; sento i sapori. Ogni volta che ascolto della musica, il mio senso del gusto si attiva ed è come se mangiassi realmente ciò che ascolto. È come se gustassi prelibatezze mai sentite prima, con miscugli di sapori di ogni genere. Mi sazio talmente tanto che devo farmi forza per mangiare perché, ovviamente, ciò che provo non mi sfama realmente. Ti sarai stupito del mio volto mentre ascoltavamo gli archi. Be’, ero completamente catturata da un gusto sopraffino e quella musica mi provocava dei piaceri al palato che nemmeno immagini.» Elena si fermò un attimo per osservare il viso di Carlo, poi riprese.

«Ho imparato, col tempo, che ciò che mi capitava era qualcosa di incredibile. Non ero malata, anzi, avevo qualcosa in più che gli altri non avevano. Vieni con me!»
Elena condusse Carlo per una stradina che attraversava tutto il parco poi, una volta usciti, lo guidò per un’altra strada fin davanti una palazzina.
«Voglio farti vedere una cosa» e infilata la chiave nella serratura del portoncino, lo condusse su per le scale fino al primo piano. Aprì anche la porta dell’appartamento e lo invitò ad entrare. Carlo si fece timidamente strada e quando si portò dentro la sala da pranzo sgranò gli occhi.

(continua)

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i colori delle parole (quarta parte)

Incuriosito da quella ragazza sconosciuta, Carlo si fece avanti e la salutò timidamente. La fanciulla aprì gli occhi di colpo e si scostò velocemente dalla sedia. Come se fosse stata colta in flagrante nell’atto di compiere qualcosa di sbagliato, si guardò intorno imbarazzata e, senza rispondere al saluto, si allontanò dalla festa. Il giovane non la rivide più per diverso tempo fino a quando, terminata la festa e lasciatolo solo con sua madre, era uscito a buttare fuori la spazzatura. Con il viso in penombra, la ragazza se ne stava di fronte all’ingresso di casa sua e sembrava in attesa.

«Stai aspettando qualcuno?» domando Carlo, voltandosi da una parte e dall’altra della strada.

La ragazza fece di no con la testa e accennò un sorriso. Poi tese la mano verso le buste dell’immondizia, come per offrire il suo aiuto. Carlo restò senza parole a fissare quella mano, poi, come se quel gesto fosse naturale, le allungò una delle due buste e lasciò che lo aiutasse.

I due giovani percorsero il tragitto verso i cassonetti in silenzio. Carlo non tentò nemmeno di fare qualche domanda e la ragazza non aggiunse nulla a quel momento. Quando si ritrovarono nuovamente di fronte all’ingresso della casa di Carlo, lei si fermò e pronunciò il proprio nome tendendogli la mano. «Elena!» Lui ricambiò il gesto e le sorrise.

«Prima ti ho visto…» Lei lo interruppe appoggiandogli un dito sulle labbra. «Non dire niente. Ti prego!» Carlo la guardò stranito, ma annuì alla richiesta. Elena gli sorrise ancora. «Ti va di venire con me ad un concerto di musica classica?» gli domandò. Carlo restò in silenzio, poi inarcò le sopracciglia.

«Non è esattamente il genere di musica che ascolto» ammise. «Ma se ti fa piacere…»

Elena guardò un istante verso il cielo stellato. «Vorrei parlarti di me, proprio di me» gli confessò con voce un po’ tremante. «Ma posso farlo solo se accetti di accompagnarmi!»

Carlo rimase nuovamente in silenzio e ammise a se stesso che quella ragazza era davvero strana, così come lo era la sua richiesta. Non rispose subito. Si voltò indietro, verso casa, per controllare che sua madre non fosse uscita, poi guardò ancora la ragazza. «Va bene. Ti accompagnerò con molto piacere.»

Ma all’appuntamento non si presentò nessuno. Carlo restò ad aspettare di fronte al teatro comunale per quasi un’ora oltre l’inizio del concerto, ma di Elena nessuna traccia. Inutili furono i suoi tentativi di rintracciarla, nessuno era riuscito a dargli una benché minima informazione di chi potesse essere o dove vivesse. Eppure qualcuno doveva averle parlato della sua festa, non poteva esserci capitata per caso.

Passarono i giorni e così le settimane e i mesi e gli anni e in men che non si dica Carlo si ritrovò un giovane alto alle soglie dei diciotto anni, in procinto di organizzare la festa che lo avrebbe condotto alla maggior età.

Diversamente da quanto era successo cinque anni prima, Carlo invitò molti amici e compagni di scuola. Tra i presenti c’erano anche ragazzi e ragazze facenti parte del club di lettura al quale si era iscritto qualche anno prima: aveva imparato a godere di quella particolare capacità che aveva, e quale luogo era più adatto se non quello in cui le persone leggono e ascoltano! Ogni racconto, per lui, diventava un oceano di colori dalle tonalità e sfumature più svariate. Aveva imparato a lasciarsi avvolgere da quell’arcobaleno e allo stesso tempo aveva compreso che resistergli gli avrebbe causato solo dolore. Perché, dunque, sottrarsi a qualcosa che gli provocava piacere? Perché mai privarsene? Non era come tutti gli altri? Non importava, godeva di qualcosa in più. Ciò che solo anni prima lo aveva turbato e gli aveva insinuato il dubbio che non fosse normale, si era – adesso – trasformato in un’occasione per approfondire le sue passioni e gli stati d’animo.

La festa fu affollata e allegra. I suoi amici passarono una serata piacevole, senza farsi mancare qualche eccesso. Carlo trascorse la maggior parte del tempo intrattenendo gli ospiti, passando da una compagnia all’altra e stando molto attento che non venisse a mancare nulla. Passate le due di notte, il neo diciottenne accompagnò gli ultimi invitati alla porta e quando si voltò per rientrare in casa una voce alle sue spalle lo costrinse a voltarsi. Con i capelli lunghi, il trucco leggero ma evidente, una linea impeccabile e con qualche anno in più come lui, Elena se ne stava immobile con il sorriso sulle labbra. Carlo sgranò gli occhi, indeciso se colei che aveva davanti fosse chi pensava, e quando il suo cervello si mise finalmente in azione, balbettò una frase che suonava come un: “sei proprio tu?” .

(continua)

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