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I segreti di Onophrio (ultima parte)

Frate Mark emerse dalla penombra e si avvicinò al bancone.
«Ti avevo detto di non tornare!» gli disse immediatamente Onophrio.
«Quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre ad una persona cara, aggiungerei, sempre per citare Pennac.
» il frate avanzò «Non sia così duro con chi decide di regalare un libro a qualcuno.»
«I libri non si regalano! Che diritto abbiamo di decidere cosa devono leggere gli altri?»
«Non sono d’accordo!» insistette Mark «Leggere un libro può essere un’esperienza straordinaria che, spesso, abbiamo piacere di condividere con qualcun altro. Siamo felici che qualcuno, come noi, possa amare un particolare libro. Che male c’è nel regalare libri? Credo che sia uno dei doni migliori che si possa fare! Chissà quante volte le sarà capitato di consigliare dei libri e…»
«Mai!» lo interruppe Onophrio. «Non consiglio mai i libri da comprare, e non voglio che me li chiedano. Tu non capisci, i libri…ci cercano, ti è chiaro? Sono loro che decidono quando devono essere letti, non noi!» il libraio si alzò in piedi. «Hai visto quanti libri ci sono qui dentro? Cerco di portarne più che posso perché non si sa mai nella vita! Non sappiamo quale libro deciderà di essere letto, magari passando per caso attraverso una pila di libri, un titolo in particolare cattura la nostra attenzione, e noi siamo entrati per comprare un altro libro, ma quel libro che eravamo convinti di voler leggere, in realtà, non era quello giusto, mentre il titolo che ha attirato la nostra attenzione e che pensiamo o crediamo di aver notato per puro caso, in realtà ha fatto sì che noi lo trovassimo. Hai capito perché non si regalano e, tantomeno, si prestano? E adesso basta, piantala di tornare qui e di voler fare certi discorsi! Io…io so cosa bisogna fare» disse in preda alla collera, e senza rendersene conto diede un’occhiata fugace alla scala a chiocciola. «Vattene, adesso devo servire i clienti.»
La coppia, che intanto aveva preso il libro e che si era fermata ad ascoltare l’ultima parte del discorso, si fece piccola, quasi invisibile, pagò e se ne andò in silenzio, senza aggiungere e senza commentare nulla. Mark attese ancora qualche minuto prima di aprire bocca.

«Quando lei mi ha detto che ero troppo vecchio per leggere certi libri, beh, mi ha fatto pensare, ho riflettuto bene e ho deciso di leggere anche qualcos’altro…senza rendersene conto, lei mi ha dato dei consigli su cosa leggere e io…» e fece per dargli il libro che aveva in mano.
«Allora non hai capito nulla!» lo interruppe nuovamente Onophrio. Il libraio allora si mosse dal banco, si avvicinò al frate e, togliendogli con forza il libro che aveva in mano e vedendo che era uno di quelli comprati la mattina stessa, lo aprì e lo strappò con forza in due. «È morto! Vattene!»
Mark rimase impietrito, con gli occhi sgranati e la bocca aperta, poi il suo volto riprese i tratti naturali, annuì con la testa, guardò il libraio con occhi pieni di compassione e, senza aggiungere altro, uscì dal negozio.
Onophrio rimase immobile e appena la porta si chiuse piombò su di lui un silenzio pesante. Il suo cuore tambureggiava velocemente, il suo respiro altrettanto, ma egli non fece nulla, attese che tutto tornasse come prima anche se niente sarebbe stato come prima. Guardò l’orologio che segnava le cinque e mezza. Mai aveva parlato così ad un cliente, mai era successo che le sue ragioni e il suo stato d’animo profondo potessero uscire così energicamente dalla sua bocca e rivelarsi così limpidamente. Mai un cliente l’aveva spinto così a fondo da costringerlo a dare spiegazioni del suo comportamento e mai aveva dovuto strappare un libro come aveva appena fatto. Senza che i pensieri potessero azzardarsi a calpestare terreni pericolosi, guardò la scala a chiocciola e un pugno nello stomaco gli bloccò per un istante il respiro. Era presto, lo sapeva, ma oggi avrebbe chiuso prima. Prese il mazzo di chiavi che erano appoggiate sul bancone e si diresse a chiudere la porta a vetri. Si affacciò fuori e accostandosì al vetro, ancora una volta, formò una patina di vapore sulla superficie. Il cielo era plumbeo e aveva ricominciato a piovere. L’uomo girò la chiave, ma nell’atto di voltarsi per tornare indietro intravide la sagoma del frate che, sotto la pioggia, con il cappuccio in testa, fissava l’ingresso della libreria. I loro sguardi si incrociarono e come se tutto non potesse che essere così, comprese che egli aveva capito tutto e che i loro cuori erano più simili di quanto pensasse. Onophrio mantenne il contatto solo per qualche istante poi tornò verso il bancone, spense le luci e andò verso la scala a chiocciola, ma appena fece il primo gradino tornò sui suoi passi, si diresse verso un ala della libreria e, passando tra le pile di libri, fu colpito da un titolo in particolare, lo prese in mano, lo sfogliò distratamente e tornò verso la scala. Salire al primo piano era sempre qualcosa di tremendo, ma anche di estremamente necessario, per lui.
Terminati gli scalini, camminò lentamenete, senza fare rumore poi, con estrema calma, si portò in cucina e appoggiò il libro sul tavolo. Quasi meccanicamente prese un bicchiere dalla credenza, vi versò un po’ d’acqua e la bevve con gli occhi chiusi. Terminato di bere riprese il libro dal tavolo, uscì dalla cucina e si fermò sulla soglia di un’altra stanza con all’interno un letto grande e alto sul quale vi era coricato un uomo. Immobile, con gli occhi chiusi, aveva attaccati alle braccia e alla bocca diversi fili e tubicini trasparenti a loro volta collegati a delle macchine mediche sistemate a un lato del letto. Entrato dentro, Onophrio fu invaso immediatamente da un intenso odore di medicina che conosceva molto bene poi, presa una sedia, si sedette a fianco al letto e rimase ad osservare l’uomo che giaceva di fronte a lui e che respirava lentamente e unicamente tramite la macchina. Il volto del libraio non cambiò espressione, trascendendo qualunque stato d’animo, rimase immutato. La sua mente divagò come non faceva ormai da anni e riflettè su ciò che stava provando. Confessò a se stesso che quattordici lunghi anni avevano eroso ogni eventualità di cambiamento e bruiciato ogni desiderio di possibilità stessa. Il suo cuore si era arreso al fatto che nulla sarebbe cambiato. Così, consapevolmente e senza pretendere di ingannare se stesso, aveva deciso di stare, semplicemente, e di essere solo una presenza, una voce. La volontà dell’altro era scomparsa, sprofondata chissà dove, in un luogo irraggiungibile dentro il quale a nessuno era permesso arrivare. Sigillata con fuoco e incatenata eternamente, quella libertà comune a tutti gli uomini gli era stata strappata via. Ciò che restava di lui era soltanto il ricordo e con esso i suoi sogni e le sue passioni di un tempo. L’ombra di ciò che era e di ciò che avrebbe voluto essere un giorno vivevano dentro il cuore di Onophrio che, intensamente e tenacemente, aveva fatte sue. Così, giorno dopo giorno aveva dedicato la sua giornata a lui, continuando il lavoro che avevano iniziato insieme, portando avanti il negozio e facendolo partecipe di quella vita negata.
Il libraio non distolse gli occhi di dosso da quell’uomo che negli anni era diventato una pianta, una bellissima pianta che respirava e che si nutriva grazie alle macchine.
Onophrio, infine, rifletté su che tipo di persona egli stesso era diventato. Aveva estremizzato le parole e la memoria dell’altro: “i libri ci cercano…” gli aveva confidato un giorno come tanti e quella filosofia di vita era adesso sigillata a fuoco nella sua mente. Odiava quando gli chiedevano di scegliere perché lo doveva fare ogni giorno, odiava consigliare o decidere cosa gli altri dovessero leggere perché era costretto ogni giorno a fare quella scelta. Avrebbe preferito il contrario se fosse stato possibile, ma così non era. Il suo carattere si era appuntito e la sua rabbia si era trasformata, cambiando anche il suo modo di lavorare, rendendolo, a volte, intollerante, iracondo e insopportabile.
Onophrio aprì il libro, delicatamente, senza piegarlo, ma quel gesto lo fece tornare con il pesiero al frate e a come, diversamente da tutti e forse anche inaspettatamente, era riuscito a comprendere il suo dolore profondo. Sì, ne era sicuro, lo aveva letto nei suoi occhi, aveva percepito chiaramente cosa vedevano e loro, come uno specchio, l’avevano rimandato a lui. Si ritrovò sopreso nel sentirsi felice di ciò, e accennò un sorriso. Il pensiero si concluse subito. Onophrio tornò sul libro che aveva scelto di essere letto, si avvicinò con la sedia al giaciglio e dopo un respiro profondo, così come faceva ogni giorno da quattordici anni, iniziò a leggere.

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I segreti di Onophrio (quinta parte)

Alle quattro del pomeriggio la libreria del signor Walsh era deserta. Una luce soffusa filtrava dalle finestre vecchie e opache e, dove arrivava, evidenziava i contorni di qualche filamento di ragnatela o svelava minuscoli granelli di polvere che ballavano nel vuoto. Le sagome dei libri, imprecise e a volte solo accennate, facevano, in qualche angolo in cui era preclusa la luce, un tutt’uno con l’oscurità. Ogni cosa era immobile e il silenzio regnava sereno, fino a quando un passo lento e stanco non si udì provenire dalla scala a chiocciola.
Onophrio scendeva dal piano di sopra con indosso un maglione marrone a collo alto, un paio di pantaloni dello stesso colore ma di una gradazione diversa, un paio di pantofole nere e, sorretti con entrambe le mani, quattro libri. Con lo sguardo distratto dai pensieri si portava verso l’ingresso ma, prima di riaprire il negozio, appoggiò i libri sul tavolo adiacente all’entrata ed estrasse un mazzo di chiavi dalla tasca; solo a questo punto si mosse per aprire la porta a vetri. Prima di girare il cartellino da chiuso a aperto fece un ampio giro con la testa e rimase ad osservare ciò che lo circondava. Ripercorse per un’istante i vent’anni di lavoro nella libreria, osò soffermarsi più del dovuto sui primi sei, ma fu costretto a non abusare di quel ricordo o il dolore che ne sarebbe scaturito sarebbe stato troppo grande da contenere, ed egli sapeva molto bene che se avesse continuato, avrebbe rischiato di esserne nuovamente fagocitato.

Il libraio tornò in sé immediatamente, inspirò rumorosamente con il naso e, freddamente, come se quel ricordo non avesse già messo in atto tutta una serie di stati d’animo, si diresse verso il banco e, tornatogli in mente di aver lasciato i libri vicino all’ingresso, fece dietro front. Nell’atto di sollevare i libri dal tavolo diede un’occhiata fuori dalla porta a vetri e notò con piacere che aveva smesso di piovere ma che, sfortunatamente, si era alzato il vento. Onophrio si allargò moderatamente il collo del maglione, diede un’altra inspirata di muco e andò a sistemare i libri al loro posto. I suoi passi rumoreggiavano sopra il parquet e solo nei pochi punti in cui era stata sistemata la moquette il rumore veniva assorbito dal tessuto. L’uomo si portò dietro il bancone, prese il catalogo delle novità editoriali e si preparò ad ordinare tutti i libri che erano usciti in quella settimana. La campanella della porta suonò.
«Oh sì,» disse una voce femminile proveniente dall’ingresso «sarà certamente contento, ne sono certa!»
«Sei sicura che non sia troppo grande per questi libri?» le domandò una voce maschile.
«Non dire sciocchezze, Edward, ha dodici anni, è ancora un bambino!» rispose la donna.
«Insomma…dodici anni mi sembrano davvero troppi per questi libri e, comunque, sono quasi tredici» insistette l’uomo.
«Ma caro, il nostro bambino…ama questi romanzi. Li adora. E non fa che chiedermeli, te lo posso assicurare. Ah, ma cosa ne vuoi sapere, tu che sei sempre in giro per lavoro!»
«Non ricominciamo con questa storia del lavoro, ne abbiamo già parlato!»
«Certo, certo…» lo liquidò la donna
Onophrio alzò leggermente il capo per osservare la coppia appena entrata e si meravigliò di quanto sembrassero più giovani rispetto al loro timbro di voce. La donna, con indosso una giacca color viola acceso, un cappellino alla francese dello stesso colore e una borsetta blu elettrico, aveva i capelli castano chiaro e due occhi verdi accesi su una carnagione chiara, mentre l’uomo – probabilmente suo marito, – era vestito in giacca e cravatta che emergevano dal trench aperto. Con i capelli e gli occhi dello stesso colore della donna, l’uomo le si avvicinò e le diede una gomitata per richiamare la sua attenzione, facendole notare che il libraio li stava osservando. Onophrio, però, dopo qualche istante, si rimise a leggere il catalogo. Con il sorriso sulle labbra, la donna si avvicinò al banco.
«Il nostro angioletto compie tredici anni la settimana prossima e vorremmo regalargli un libro. Io sono certa che lui non veda l’ora di leggere… »
«A tredici anni è già ora che decida da solo, cosa leggere!» la interruppe Onophrio, senza staccare gli occhi dal catalogo. La donna fece un rapido movimento di sorpresa schioccando ritmicamente le ciglia, rimase in silenzio e si voltò con sguardo interrogativo verso il marito, poi riprese a parlare.
«Forse non ha inteso bene cosa ho detto…» ma in quel momento si sentì suonare nuovamente la campanella della porta.
«Ho capito perfettamente» la interruppe ancora Onophrio, ignorando la campanella ma sollevando, questa volta, il viso dal catalogo e volgendo lo sguardo verso la coppia.
«E sentiamo, che libro vorreste comprargli? Fate alla svelta. Qualunque cosa deciderete di prendergli,» si fermò un secondo «andrà bene. Ma se il “bimbo” deciderà di cambiare o se capirete che non fa per lui, non tornate qui a cambiare il libro, vi avverto! Vi consiglio, dunque, di accertarvi che quello che avete deciso di regalargli gli sia davvero gradito»
«Ne sono certa!» disse entusiasta la donna «Io e il mio bambino abbiamo gli stessi gusti!»
L’uomo a fianco alla donna fece un leggero movimento del capo, come di rassegnazione e aggiunse:
«Perché non dici al signore cosa vogliamo prendere a David, così possiamo togliere il disturbo!»
«Le avventure di Pinocchio!» sentenziò la donna « Adoro questo libro e…» diede un’occhiata torva al marito «avevo la sua età, quando l’ho letto la prima volta!»
«E sia!» disse Onophrio «Lo trovate nella sezione ragazzi, infondo a sinistra» e, continuando a discutere tra loro, la coppia si diresse verso l’ala indicata loro dal libraio.
«Ogni lettore ha diritto di non finire i libri, scrive Daniel Pennac.» Onophrio guardò immediatamente verso l’ingresso per capire chi avesse pronunciato quella frase.

(continua)

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