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Anamnesys – Prologo

foto (1)

Il mare era calmo come è calma l’ultima ora. Come la morte, che arriva e appiana la vita. Come il dolore nel momento della consapevolezza, dell’accettazione, della certezza. Il mare era calmo e la barca scivolava verso sud. Alejandro volse lo sguardo in là, più che poté. Socchiuse gli occhi, asciugò le lacrime che il freddo gli procurava e impugnò saldamente il timone, ancora una volta.  Lo tenne stretto come si tiene stretta la propria vita quando si è certi che la morte è vicina. Stretto come aveva tenuto stretto i soldi dell’anticipo. Certo, era conscio dell’assurdità delle circostanze, della levataccia alle quattro e dell’inutilità di quell’impresa, ma era altrettanto consapevole che la morte sarebbe stata peggiore di ciò che aveva davanti.
Spostò lo sguardo e lo fece indugiare sul ragazzo incontrato la sera prima. Gli aveva consegnato quel mazzo di pesos perché proprio lui, Alejandro Suarez, lo accompagnasse sulla punta più estrema della Terra del Fuoco: un’isola disabitata e deserta. Avrebbe potuto fare un sacco di cose con così tanti soldi, tante cose. Come riparare quel vecchio gommone su cui a stento forse sarebbero arrivati sull’isola, oppure fumarseli con ciò che di più buono c’era sul mercato, o comprarsi più cibo di quello che si immaginava. Sogni piccoli, adeguati. Non avrebbe potuto sognare altro. Non poteva permettersi nulla, nemmeno di sognare in grande.
Il marinaio lasciò che l’euforia lo abbandonasse per un momento e si concentrò su ciò che stava facendo. Virò di venti gradi e si assicurò che la traiettoria fosse quella giusta, quella sicura. Aveva rinunciato a fare domande e a pretendere risposte. Sarebbe stato addirittura lecito chiedere al giovane cosa avesse da fare a quell’ora su un’isola disabitata e ostile; chi non l’avrebbe fatto? Certo, sarebbe stato lecito, ma non consigliabile. Non lo fece.

Erano in viaggio da tre quarti d’ora. La piccola isola era ancora lontana. Estrasse dalla tasca un sigaro e volse nuovamente lo sguardo verso l’orizzonte. Il mare era nero come ogni futuro che si rispetti. Immobile. Impermeabile. Poteva rilassarsi. Diede qualche tiro, ma il tempo di chiudere gli occhi e di sentire il fumo in gola che un banco di nebbia comparve a sud-ovest. Di scatto, fece virare il gommone di sessanta gradi verso est. Come telecomandata, l’imbarcazione si spostò dove le era stato ordinato dal suo capitano. Il viaggio proseguì. Alejandro si strinse nella giacca.
L’uomo ripensò all’estate appena trascorsa e quel ricordo, seppur tiepido, tamponò per un istante il freddo del presente. Alitò sulla mano che teneva il timone e il suo respiro si fece denso e candido. Spostatosi un po’ di lato, gettò ancora una volta uno sguardo sul ragazzo seduto di fronte a lui. Osservava l’orizzonte.
«Non manca molto!» urlò il vecchio, quasi per cercare di comunicare con lui. Ma il ragazzo parve non sentire. Come se niente potesse turbarlo o distrarlo, continuava a guardare verso la linea che separa il cielo dal mare. Ma la brezza delicata che li aveva accompagnati fino a quel momento iniziò a rinforzarsi. Il gommone cominciò a ondeggiare. Il vecchio non parve preoccuparsi dell’improvviso cambiamento del tempo, si allacciò forte alla panca della barca e strinse con ancora più forza il timone. Aveva abbastanza carburante da andare e tornare dall’isola tre volte di seguito, pensò.

«Tieniti stretto alle corde» intimò. «Ci sarà da ballare!» e rise nervosamente.
I due navigarono ancora per circa un’ora, sballottati da un’onda all’altra, fino a quando non si materializzarono al largo una serie di puntini neri. Stavano arrivando. Mancavano solo poche miglia e si potevano intravedere perfettamente i contorni dell’isola. Il ragazzo si voltò verso il vecchio e comunicò con lui per la prima volta dal momento della partenza, e lo fece con brevità di parole, quasi pesate.
«Quando saremo arrivati, non c’è motivo che lei resti ad aspettarmi, torni tranquillamente alla Deceit»
«Ma…» ribatté Alejandro. Il ragazzo si voltò verso l’isola.
Alejandro non aggiunse altro, si diresse verso una parte di scogliera più bassa e apparentemente più sicura per poter permettere al ragazzo di saltarci sopra. Ma il mare era mosso e l’imbarcazione troppo leggera, barcollarono.
«Appena saremo abbastanza vicini, dovrai saltare sulle rocce» urlò Alejandro. «Dovrai fare alla svelta, o rischieremo di affondare!» Il giovane si alzò in piedi, si tenne stretto alla corda posta sul lato dell’imbarcazione e cercò di restare in equilibrio. Faticarono parecchio per avvicinarsi alla scogliera, gli schizzi gelati delle onde sferzavano il volto e il corpo di entrambi, ma quando finalmente il vecchio riuscì ad affiancare le rocce, il passeggero vi saltò sopra. Il gommone traballò pericolosamente. Alejandro tentò di virare a sinistra in modo da riportare la prua verso il largo. Quando fu certo di essere al sicuro, si girò per controllare che il ragazzo fosse a posto, ma quando si voltò verso la scogliera non vide più nessuno.

 Il giovane si alzò da terra e verificò di non essersi fatto male. Nell’appoggiare un piede sulla roccia aveva perso l’equilibrio e, nonostante avesse fatto affidamento a tutte le sue forze, era scivolato a peso morto su uno scoglio. Un po’ dolorante, ma senza perdere troppo tempo, si rimise in piedi e cominciò a muoversi. Le raffiche di vento gli schiaffeggiavano il viso e per cercare di attutirne l’impatto chinò leggermente il capo chiudendo bene la giacca. Doveva inoltrarsi nella parte più interna della piccola isola, non avrebbe impiegato che pochi minuti per raggiungerla.
Continuò ad avanzare senza fermarsi, chinato, facendo attenzione a dove mettere i piedi e cercando di mantenere un’andatura costante. Poteva sentire l’odore della salsedine invadergli le narici e il freddo penetrargli nelle ossa ma non gli importava: ciò che gli interessava era solo raggiungere la sua destinazione.
Lasciata la parte rocciosa, si incamminò verso la zona più interna dell’isola. Avanzò ancora per qualche minuto. Il terreno era ciottoloso e sabbioso e le calzature che portava – un paio di sandali logori – non erano certamente adatte a quel tipo di suolo.Arrivato di fronte a una macchia formata da arbusti e cespugli si fermò, si guardò attorno e osservò l’ambiente che lo circondava: c’era solo poca vegetazione e roccia, non un animale che si potesse vedere a occhio nudo. L’isola era completamente disabitata. Il giovane fece un ampio respiro e riprese a camminare verso l’interno, superò un primo anello di cespugli finché non sbucò davanti a un’ampia radura. Era arrivato, pensò. Aveva davanti a sé il luogo indicatogli dalla donna: qui avrebbe trovato la sua chiesa.

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L’equivoco (terza parte)

Era solo, ne era certo come era consapevole che lo sarebbe stato ancora per milioni e milioni di anni. La promessa, si disse, la promessa non era stata mantenuta. Dov’era? Dov’era quell’essere che sarebbe dovuto nascere? Perché non era ancora? Il dubbio della menzogna prese forma nelle sue viscere andando ad insinuarsi nel suo ventre. Ma egli non ignorò quella percezione, la ascoltò come si ascolta il pensiero, e decise che avrebbe risposto. Allora si mosse.

Scivolò lungo la crosta e vagò senza una meta alla ricerca di qualcosa che potesse ricondurlo a quelle parole, a quel sussurro. Si trascinò fino alla superficie, ancora una volta, e scoprì che il mondo nel quale si era nascosto stava iniziando a cambiare. Il nero dell’oscurità si stava rischiarando, il fuoco si stava raffreddando, il mare quietando. La terra trovava finalmente pace.
Iniziò ad amare quello stato e non rimpiangere più ciò che era un tempo. Camminò e camminò per milioni di anni e nel suo avanzare assistette al mutamento progressivo. L’aridità scomparve lasciando posto a foreste rigogliose. Il cielo, sopra di lui, cominciò a cambiare e a non urlare più di rabbia. Le nuvole iniziarono a diradarsi e sfumature turchesi a farsi strada
timidamente. Il mare assunse coloriture come il cielo, concedendo alla terra di esprimersi più di quanto non potesse prima. Creature sconosciute iniziarono ad affacciarsi da ogni angolo: dal mare, dal cielo e dalla terra, e lui imparò a conoscerle, a chiamarle per nome, divenendone il signore. Forse non era più solo, pensò. Gli esseri viventi che stava via via incontrando da minuscoli e semplici, con il passare del tempo, divenivano sempre più complessi; ma comunicare con loro risultava impossibile. Ancora una volta era stato preso in giro.

Allora si sedette e attese. Il mondo cambiò e cambiò ancora. Da rigoglioso tornò nuovamente arido, da arido ghiacciato, da ghiacciato rovente come una palla di lava, per poi tornare rigoglioso e ancora gelido. E lui attese, attese che questa creatura si affacciasse e comunicasse con lui. Ma non arrivò.

(continua)

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Una brutta bestia

Brutta bestia, l’insicurezza.

Trapana come una trivella le certezze e si annida saldamente nei solchi della mente. Come un seme sotterrato con cura germoglia e cresce rigogliosa, innaffiata dai dubbi e dall’opinione degli altri. La critica la nutre e la fa proliferare fino a quando non ha coperto completamente il fragile e sottile terriccio della buona volontà. Non basta una misera manciata di successi (o presunti tali) ad estirparla con cura, perché essa è saldamente attaccata alla terra. Non è sufficiente sradicare le radici perché queste sono profonde; troppo, per essere dissotterrate.

Bisognerebbe colpire chi l’ha seminata e chi ha deciso di condannarmi a vivere con questo parassita, poiché sono cosciente che sarebbe bastata una parola perché questo non accadesse, perché non crescessi con l’idea che tutto ciò che faccio è sbagliato.
Sì, se potessi riavvolgerei il passato, tornerei indietro e pretenderei di avere anche solo una misera parola di sostegno e di incoraggiamento. La storia andrebbe cambiata e riscritta. Ripeto: se potessi lo farei.

Brutta bestia, l’insicurezza. Non sono nemmeno più sicuro di ciò che ho scritto.

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L’uomo

L’uomo che ama l’uomo ha un destino più grande di chi cerca di strapparglielo con forza. È un essere senza radici che non produrrà frutto ma che, forte di se stesso, produrrà cose che non moriranno.
L’uomo che vive l’uomo ha in sé tutto ciò che di più bello si possa essere e non esprime desiderio di altro che esserlo.

L’uomo che adora l’uomo è un frutto unico, capace di creare ciò che altri frutti della terra non sono in grado. L’uomo che vive con l’uomo governerà il mondo perché il futuro gli appartiene, perché la forza della sua natura lo condurrà a questo.

L’uomo che respira l’uomo è stato condannato, ma da ciò ha tratto potere. Le angherie dei tanti, gelosi di così tanta forza e incomprensibile vitalità, hanno tentato di cancellarlo da questa terra…ma la grandezza non si può spegnere.

L’uomo che accoglie l’uomo ha un cuore grande, capace di contenere il mondo, ma il mondo è troppo piccolo per contenerlo.
L’uomo amato dall’uomo è invidiato, perché egli possiede il segreto della beatitudine del Bello su questa terra. Perché è in grado di essere sole e luna ed è capace di assorbire in sé tutta la totalità dei generi.

L’uomo cercato dall’uomo è solo, perché la solitudine del cuore genera meraviglia e pensieri immensi.

 

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