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I segreti di Onophrio (seconda parte)

Onophrio rimase ad osservare la donna mentre usciva, sospirò silenziosamente e, quasi nello stesso istante, rivolse uno sguardo fugace verso la scala a chiocciola.
Le cose da fare erano ancora tante, così il libraio non perse tempo. Riordinò il bancone ancora pieno di carte e cartacce, le sistemò ordinatamente e le infilò dentro una carpetta che, successivamente, sistemò sotto il bancone insieme ad altre simili. Per quanto fosse possibile cercò di dare a quella postazione una parvenza di pulito, anche se districarsi in mezzo a tutti quei volumi e volumetti era quasi impossibile. L’uomo amava quel negozio, eredità dei suoi genitori che a loro volta avevano ereditato da nonni italiani emigrati in Irlanda subito dopo la seconda guerra mondiale, ma ogni volta che si soffermava ad osservarne gli angoli o qualche particolare, provava una sensazione di disorientamento atavico che, irrimediabilmente, lo costringeva a pensare ad altro. Onophrio si passò una mano sulla faccia e si massaggiò lievemente parte del naso e della guancia poi si diresse verso una pila di libri appoggiata a terra, la sollevò con energia e la depose sul tavolo in cui, precedentemente, aveva spostato i nuovi arrivi. La catalogazione e la sistemazione fisica dei libri sugli scaffali era la cosa che amava fare di più in assoluto. Era un lavoro che lo rilassava e gli dava sicurezza e, soprattutto, gli permetteva di restare concentrato e di non pensare ad altro. Con precisione certosina il libraio controllò ogni libro e verificò che ciascuno fosse catalogato in ordine alfabetico. Prese tre libri piccoli, andò verso la seconda sala della libreria, cercò lo scaffale che gli interessava, lo trovò e si inginocchiò, spostò alcuni libri per fare spazio, ma mentre si accingeva a posizionare il primo, la campanella della porta suonò nuovamente.
«C’è qualcuno?» disse una voce che veniva dall’ingresso.
«Dipende da chi sta cercando!» rispose a voce alta Onophrio, ancora con le ginocchia appoggiate a terra poi, con un movimento per niente fulmineo, si sollevò e si accinse ad accogliere il cliente.
Onophrio si portò di fronte all’uomo ma, come sempre faceva, non disse una parola. Restò immobile, in attesa. Il cliente rimase disorientato da quel silenzio e domandò senza sapere per quale motivo: «Sto cercando un libro…» Onophrio studiò l’uomo che aveva di fronte e sorvolò sul fatto che, nonostante e con molta probabilità avesse superato i cinquant’anni, portasse un maglione con troppi colori, indossasse pantaloni troppo rossi e calzasse scarpe troppo alla moda.
«Pensavo fosse entrato per comprare frutta e verdura, in tal caso le avrei certamente consigliato un negozio sulla Middle street che, con molta probabilità, l’avrebbe accontentata più di quanto non avessi fatto io!»
Il cliente rimase con la bocca semiaperta e con lo sguardo inebetito fino a quando Onophrio non lo riportò al presente chiedendogli che libro cercasse.
Il signor O’Sallivan, così si chiamava, deglutì nervosamente e indossò un paio di occhiali da vista che erano riposti in un porta occhiali attaccato ad una cordicella intorno al collo, poi estrasse un’agendina dalla borsa che aveva con sé e lesse il titolo ad alta voce.
A Onophrio scappò una risatina. «
Il gene egoista di Richard Dawkins? Avrei giurato…» e gli rivolse nuovamente uno sguardo di superficialità «Che lei fosse più un tipo da “Gli amici del golf” o “Impariamo il bridge”!»
Il signor O’Sallivan, evidentemente scocciato da quella risposta, si sistemò gli occhiali con un gesto di stizza. «Si dà il caso, signore, che io sia docente di antropologia alla National University of Ireland e che se non mi avessero assicurato che qui avrei trovato tutto quello che cercavo, stia pure sereno che non sarei qui.»
Onophrio sollevò le spalle e si diresse verso uno scaffale alla sua destra, poi prese una scaletta e ci salì sopra, estrasse il libro dalla fila e lo consegnò all’uomo.
«Non se la prenda, signor…?»
«O’Sallivan, Domenik O’Sallivan»

«Dicevo, non se la prenda signor O’Sallivan, ma non ho scelto io quella combinazione di colori che ha deciso di indossare e come si sa l’abito non fa il monaco, ma se si presenta un uomo vestito da monaco io non posso di certo non scambiarlo come tale!»
L’uomo, con il volto paonazzo e con finta noncuranza, controllò il prezzo del libro e poi porse i soldi al libraio. «Direi che per oggi mi sono lasciato insultare a sufficienza!» e senza aggiungere altro uscì dalla libreria sbattendo la porta dietro di sé. Un istante dopo, con lo sguardo ancora rivolto all’uomo che usciva, entrò un giovane, alto, con i capelli lunghi castano scuro raccolti dietro e vestito in modo molto semplice ma dignitoso. Il nuovo cliente alitò sulle mani e le strofinò tra di loro per scaldarle, si guardò attorno meravigliato dalla quantità di libri presenti in così poco spazio, infine si avvicinò al signor Onophrio, gli porse la mano e si presentò: «Frate Mark»

(continua)

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