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Il sentiero

Un sentiero, curvo,
accompagnato da teneri gambi,
va avanti ma è storto,
qualche filo sottile si intrufola
poi finisce e resta lì.

Non ha senso un viottolo così,
non ha un perché
e, se esiste, vivacchia.

Il sole gli fa da compagno,
l’unico che lo calpesti,
senza ombra avanza
e senza confini si spegne

Sembra che sorrida,
quella mezza via.
Già lo vedo
mentre archeggia la bocca,
è un tiepido gesto
ma poi si inarca verso il basso
e finisce.

È il sentiero dell’uomo,
senza un senso,
senza un perché.
Come l’esistenza,
come la vita.

 

 

 

 

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L’equivoco (quinta parte)

Il tronco sul quale erano appoggiati gli esseri era stabile, così si immerse in esso per poi riaffiorare dall’alto. Si mostrò.
«Sei tu?» domandò uno di essi, quasi con diffidenza.
La creatura restò sgomenta, senza parole perché non si aspettava una domanda. Sono io? Si chiese a sua volta, nel cervello, con la stessa intonazione con la quale gli era stato domandato da quell’essere. Sei tu? rimbombò ancora dentro la sua testa, come se fosse un osso cavo. Perché una domanda del genere? Che fossero già a conoscenza della sua presenza primordiale? Che Lui li avesse messi in guardia? E se avesse intimato loro di stargli lontano e di non avere alcun tipo di rapporto con lui? Allontanò quell’eventualità, non perché non fosse possibile, se non probabile, ma perché troppo dolorosa.
«Sono io,» rispose, quasi con timore «ma non colui che pensi tu. Sono un altro, sono il primo.»
«Il primo?» domandò l’essere.
«Sì, il primo di una stirpe. Il primo che è in grado di conoscere. Che ha osservato l’origine di tutto ciò che vedi,
cosa ha scatenato tutto, e che ha provato sulla propria pelle la trasformazione. Sono il primo. E tu chi sei?»
«Io sono una creatura amata, e sono libera di muovermi, ovunque e per sempre. Ho l’immortalità in me, e la felicità mi è compagna da sempre, e così lo sarà. Siamo noi. Siamo esseri di questa terra, creati per abitarla».

La creatura avanzò e si sedette a fianco a loro, ed essi gli fecero spazio perché capirono che potevano comunicare con lui.
«Raccontaci di questo mondo, perché possiamo conoscere la vita e cosa è stato prima di noi. Parlaci, perché con te è piacevole discorrere»
«Perché parlate così?» ribatté la creatura «Non mi conoscete, come potete saperlo?»
«Nessuna, delle creature che abbiamo conosciuto su questa terra, ci ha mai parlato in questo modo o ha risposto alle nostre domande come tu hai appena fatto. Gli esseri viventi che ci circondano ci adorano come dei, ci amano e fanno tutto ciò che chiediamo loro, ma con noi non comunicano, non lo fanno come desidereremo che facessero» e si alzò dal tronco sul quale era seduto. «Ti prego,» disse, indicandogli un sentiero «cammina insieme a noi!». La creatura annuì.

Avanzarono uno a fianco all’altro per un tempo indefinito, discorrendo di ciò che li circondava e dei desideri che riempivano la loro testa e che tentavano di emergere. La meraviglia e lo stupore li accompagnavano come due amici a braccetto. Gli esseri sommersero la creatura di domande, ma la loro sete sembrava inestinguibile. La loro non era un’arsura provocata, solo non sapevano di averla. E di fronte ad una fonte così traboccante non poterono che dissetarsi. La creatura raccontò la sua storia, di come e perché fosse finito su quella terra. Narrò della sua solitudine e di come attendesse il loro arrivo, e si stupì di quanta conoscenza fosse in grado di elargire. Così come essi sembravano avere una bramosia e una curiosità illimitata, così in lui pareva non arrestarsi mai la possibilità e il bisogno di insegnare.

«Cos’è la solitudine?» domandò uno di essi.
La creatura non rispose subito. E in quel momento si rese conto di quanto la sua vita fosse stata triste e assente. Di come tutto ciò che era accaduto gli fosse scivolato sopra, e di come non avesse mai potuto comunicare a nessuno i suoi stati d’animo. Si era nutrito della sua stessa solitudine per milioni di anni, divenendone l’incarnazione stessa. Aveva comunicato con se stesso senza avere la possibilità di esteriorizzare ciò che era e che possedeva. Ma era uno stato, il suo, che egli stesso aveva voluto, fortemente. Aveva rinunciato ad una beatitudine perché il desiderio di conoscenza era diventato così pressante da non poterne sopportare più la mancanza. Perché conoscere gli avrebbe dato la libertà che aveva sempre desiderato. Una libertà autentica, fatta di scelte, di ripensamenti, di cadute e di dolore.

(continua)

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L’uomo

L’uomo che ama l’uomo ha un destino più grande di chi cerca di strapparglielo con forza. È un essere senza radici che non produrrà frutto ma che, forte di se stesso, produrrà cose che non moriranno.
L’uomo che vive l’uomo ha in sé tutto ciò che di più bello si possa essere e non esprime desiderio di altro che esserlo.

L’uomo che adora l’uomo è un frutto unico, capace di creare ciò che altri frutti della terra non sono in grado. L’uomo che vive con l’uomo governerà il mondo perché il futuro gli appartiene, perché la forza della sua natura lo condurrà a questo.

L’uomo che respira l’uomo è stato condannato, ma da ciò ha tratto potere. Le angherie dei tanti, gelosi di così tanta forza e incomprensibile vitalità, hanno tentato di cancellarlo da questa terra…ma la grandezza non si può spegnere.

L’uomo che accoglie l’uomo ha un cuore grande, capace di contenere il mondo, ma il mondo è troppo piccolo per contenerlo.
L’uomo amato dall’uomo è invidiato, perché egli possiede il segreto della beatitudine del Bello su questa terra. Perché è in grado di essere sole e luna ed è capace di assorbire in sé tutta la totalità dei generi.

L’uomo cercato dall’uomo è solo, perché la solitudine del cuore genera meraviglia e pensieri immensi.

 

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