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In un paese…

 

Mai più in un paese, urlavo solo poco più di un anno fa. Solo in città, sentenziavo. Perché la città è anonima e poco importa che tu ci sia o no. Il paese ti conosce, ti segue, ti spia e tu non hai vita, non hai riservatezza, conosce i tuoi orari.
Mai gettare via con leggerezza pensieri e idee, è il caso di dirlo. Perché i desideri cambiano, le esigenze si modificano, la vita si evolve.
Forse perché sono stanco, più intollerante a ogni disturbo, a ogni rumore, o qualcosa è scattata dentro, eppure lascerei tutto e cambierei ancora casa. Più lontana, più isolata. Un paese, certo. Con poca gente, poco traffico, poco rumore, un clima più indulgente, più sano. Una vita meno veloce, più vicina a te stesso, più vera. Ho voglia di cambiare casa, ancora. Sì, finché non troverò quella giusta. La mia.

 

 

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Voci

Ci sono voci dentro la pancia, incontenibili. Insetti. Piccoli esseri che cercano di salire, di farsi strada. Hanno voglia di uscire, di farsi sentire. Si arrampicano, salgono con delle scale, si appendono all’intestino, allo stomaco, e procedono. Sono irriducibili.

Le voci fremono dentro e ogni passo è pesato, meditato; si fa sentire. Sono voci che vogliono crescere e diventare grandi, vogliono avere un nome, vogliono evolversi. Sono solo mormorii, arpeggi e accenni di vita vera ma continuano a salire. Arrivano alle costole, lanciano fili, li annodano e si lasciano andare. Si appendono e si attaccano saldamente, una mano dopo l’altra. Le ginocchia si appoggiano, una e ancora una. Gli arti si piegano e le voci salgono, sempre più su, più su, verso la libertà. Appoggiano le mani alla faringe, si tengono stretti perché è scivolosa e continuano a salire, forse troppo. Troppo. Hanno superato la cavità nasale, salgono arrivano al seno frontale…avanzano ancora. Salgono fino al cervello. Penetrano e si fermano. Si sciolgono, diventano parti di esso. Stanno bene. Troppo. Non hanno più velleità, si sentono appagate. Non sentono più il richiamo della libertà. La loro vita diviene quella. Invecchiano, hanno paura di tutto. Avvizziscono, si consumano. Muoiono. 

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Il bianco e la sete (ultima parte)

Ma forse così doveva essere. Se ne rendeva conto. Nessuno era in grado di placare quel bisogno, nemmeno lei. E come avrebbe potuto? Non era riuscita nemmeno con se stessa. C’era voluto tanto tempo: una vita. E ora, al termine della sua vita, aveva capito. L’aveva riconosciuta, e l’aveva incontrata nel futuro. Se solo avesse potuto fare qualcosa! Forse poteva avvertire sua figlia, poteva convincerla che, se avesse voluto, avrebbe potuto fare ciò che non avevano fatto con lei. Sua madre aveva avuto gli occhi chiusi. Suo marito, serrati. Lei invece li aveva ben aperti, aperti perché aveva provato quella stessa sete. Una sete di vita vera. Senza finzioni. Senza paura. Lei aveva gli occhi spalancati e liberi. Poteva vedere limpidamente, chiaramente e senza zone d’ombra. Efisio aveva un segreto, ne era certa. Un segreto che ancora non sapeva di avere ma che aveva iniziato a manifestarsi con una sete interminabile e inestinguibile. Una sete eterna. Sì, non poteva fare niente ma poteva perlomeno informarlo. Glielo doveva, era suo nipote. Sua carne. Glielo doveva, povero Efisio.

«Nonna quanto devo stare qui?»
«Finché non torna tua madre»
«Posso vedere i cartoni?»
«No, a quest’ora ci sono i neri in TV!»
«Ma tu li guardi tutti i giorni!»
«Perché ci sono tutti i giorni!»
«Nonna ho sete»
«Vai a bere, e sta attento a non rompere niente»
«Quanti anni hai adesso?»
«Dodici»
«È così»
«Cosa? nonna»
«Non passerà. Ce l’ho ancora. Non passerà»
«Che cosa? nonna»
«La sete.».

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Cicale

Un suono, un odore, un colore, uno sguardo, un’intenzione, o la percezione del presente, vivo e pulsante, rimanda a un ricordo lontano, concluso. Si accende un sorriso; si allontana un pensiero.

Piacevole, calda, la reminiscenza sfiora la nostalgia e la trasforma in una fievole mestizia.

Le cicale rinviano al vento messaggi da consegnare, dilatano la vertigine che rimembra trascorsi disinvolti, costruiscono un ponte su cui impegnare un cammino e sul quale voltarsi indietro.

Cantanti e autrici, ignare della loro forza, seguono le trame del tempo. Tessono preziosi filamenti che cuciono su misura per chiunque abbia un frammento da portare a galla. Per chiunque abbia un ricordo legato.

Un suono riconduce a una vita trascorsa, calda, giovane.

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L’ispirazione

Adesso si vede. La luna si vede. La nebbia che copriva ogni cosa, che amorbava ogni luogo, che ne soffocava la visuale si è diradata. Adesso si vede, la luna. È alta nel cielo, è grande, luminosa, candida, viva. È un astro pulsante, che comunica, sussurra al cuore non alle orecchie, la puoi sentire con l’anima non con i sensi. È un astro eterno perché eterno è il suo parlare. Perché le sue parole sono fatte d’aria e sono leggere come l’estate, sono fresche come l’acqua e sono limpide come gli occhi.

Non si può vivere senza quel vociare, senza quel sollettico. No. Perché senza la luna l’esistenza è spenta, è piatta, è nuda. Perché senza di essa non è vita, non è morte, non è speranza. Perché l’aridità può essere spazzata via solo con la sua luce, con la sua luminosità candida. Perché così è da sempre e così sarà. Perché i mari in cui si immerge la accolgono senza timore, perché i cieli che la ospitano piangono per essa, perché la notte che la accompagna vive per lei. Così come l’uomo. L’uomo che non vive per se stesso ma per ciò che la luna gli concede, gli dona, gli suggerisce. L’uomo che non sopravvive quando è notte, quando è buio e quando le tenebre la ricoprono. Perché la luce della luna è più importante di quella del sole. Perché il sole riscalda l’esterno e la luna l’interno, ma è quello della luna il calore necessario. Perché si muore quando si è gelidi dentro, si muore dentro ma si muore anche fuori. È solo questione di tempo.
Ma la nebbia si è diradata e la luna è nel cielo. È alta, è vera. È la luna.

 

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Il sentiero

Un sentiero, curvo,
accompagnato da teneri gambi,
va avanti ma è storto,
qualche filo sottile si intrufola
poi finisce e resta lì.

Non ha senso un viottolo così,
non ha un perché
e, se esiste, vivacchia.

Il sole gli fa da compagno,
l’unico che lo calpesti,
senza ombra avanza
e senza confini si spegne

Sembra che sorrida,
quella mezza via.
Già lo vedo
mentre archeggia la bocca,
è un tiepido gesto
ma poi si inarca verso il basso
e finisce.

È il sentiero dell’uomo,
senza un senso,
senza un perché.
Come l’esistenza,
come la vita.

 

 

 

 

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L’equivoco (quarta parte)

Sconsolato e sazio della sua solitudine, decise di rialzarsi e camminare. Avrebbe potuto cercare di comunicare con chi l’aveva gettato via e fatto cadere nel vuoto, ma prendere quella decisione avrebbe significato arrendersi, ammettere di aver sbagliato e riconoscere che non esiste vita senza di Lui. Come fare, allora, per cercare di oscurare quel sentimento e quella necessità impellente di comunicazione? Scosse il capo e tentò, per quanto fosse in suo potere, di ricusare quel pensiero; non avrebbe ceduto. Chi l’aveva cacciato non era mai stato menzognero, mai. Perché avrebbe dovuto esserlo questa volta.

L’ospite continuò a vagare senza una meta sulla superficie di un mondo che era diventata la sua casa. Vagò e vagò ancora per milioni di anni fino a quando, con sua meraviglia, degli esseri viventi mai visti prima, che non si muovevano come i precedenti organismi e che, diversamente dagli altri, avevano lo sguardo assettato di sapere, comparvero sulla terra. Possibile che fossero loro? si domandò stupito. La creatura si nascose. Ora che aveva la possibilità di comunicare, si fece indietro. Quegli esseri viventi parlavano tra di loro e con qualcun altro, certamente erano in grado di comprendere anche lui. Erano disponibili a ricevere la conoscenza ed avere la sua amicizia? Non poteva emarginarsi proprio ora, aveva aspettato così tanto tempo che arrivassero, e finalmente era successo: l’essere annunciato sin dagli albori dell’esistenza si era mostrato. Mise a bada l’eccessiva euforia e l’esagerato eccitamento che quel pensiero produsse, e attese in silenzio. Decise che li avrebbe osservati. Sì, prima di mostrarsi li avrebbe scrutati e conosciuti di nascosto.

Era meravigliato. Estasiato dalla grandezza dei nuovi arrivati. Il loro esistere non sembrava dettato da un istinto animale bensì ponderato e ragionato. La causa prima che muoveva il loro agire non era pura istintualità e bramosia di mangiare o possedere, no, era qualcosa che andava oltre. Come se dietro ogni gesto ci fosse un disegno ben preciso. Come se, ad accompagnarli, ci fosse un’alterità altra rispetto a ciò che quegli ‘esseri stessi mostravano. Eppure, ne era certo, loro non erano come lui: erano diversi. I viventi che si erano manifestati erano caduchi. Ne era sicuro. Forse destinati ad un’immortalità futura, ma non presente. Cosa cercavano nel loro esistere? Cosa volevano diventare? Qual era la loro visione del mondo, che scopo avevano? Queste ed altre domande iniziarono ad affollargli la mente e ad attendere risposta. Oh, se solo avesse potuto mostrarsi. Se solo avesse la possibilità di comunicare con loro! Si spostò.

La creatura che volontariamente si era nascosta nell’ombra tentò di scrutare ancora più attentamente i nuovi arrivati ma, per farlo, ne era consapevole, doveva avvicinarsi. Si immerse nell’ombra di una pianta, per poi muoversi tra i cespugli. Avanzò dietro alcuni arbusti e strisciò dietro una roccia. Il suo essere provò a celarsi e a muoversi di soppiatto. Facendo silenzio, si allungò e si restrinse fino ad assumere una forma oblunga e sinuosa. Li vide da lontano: erano là, immobili, che conversavano. E lui avanzò.

(continua)

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L’equivoco (seconda parte)

Schiantatosi nella materia, si lasciò assorbire, diventando così un tutt’uno con essa. Cominciò a nutrirsi di tutto ciò che poteva sfamare il suo istinto famelico che improvvisamente si era sviluppato. Come un neonato assetato di latte materno si scoprì desideroso di nutrimento e di essere appagato. Sensazioni mai provate prima erano adesso divenute impellenti e irrinunciabili. Si trascinò, aggrappandosi alla materia stessa che lo circondava e che aveva deciso di accoglierlo dove nessuno era mai arrivato, beffandosi di chi l’aveva precedentemente cacciato. Ma la massa rovente che tremava e che con voce stentorea faceva udire la sua presenza, non aveva ancora trovato pace e, senza timore, osò scavare fin nelle profondità della materia. Oltrepassando le barriere naturali e infischiandosene dei limiti impostigli, abbracciò i luoghi più oscuri, portandosi dietro colui che era diventato l’anfitrione stesso.

La luce era divenuta un ricordo lontano. L’oscurità pulsava di vita e, accartocciata su se stessa, si nutriva della sua stessa natura, e colui che ne era divenuto il legittimo padre se ne gloriava e compiaceva perché in essa stessa aveva trovato la sua vocazione e la nuova ragione di esistere.
Un’esistenza, questa, che sarebbe durata a lungo, fino a quando quella stessa pancia in cui era finito e che aveva scelto di portarlo a gestazione non avesse deciso di espellerlo, costringendolo a guardare fuori.

Ma il mondo, fuori da quel ventre, non era diverso dall’interno e colui che si era trovato in quella situazione decise di tornare, e di attendere fino a quando i tempi non sarebbero stati più maturi. Ma la maturità che egli immaginava non sarebbe arrivata presto così egli si dimenticò di se stesso e si perse tentando di acciuffare frammenti di quella possibilità che gli era stata negata e strappata con forza. La sua fame erose i pensieri, costringendolo a divorare il passato per poterlo espellere definitivamente e accogliere il cambiamento. La sua natura non sarebbe mutata, la sua funzione sì. Strappò via la crosta che lo circondava, pezzo dopo pezzo, liberò le catene che lo legavano, la storia che lo accompagnava e il velo che copriva l’esistenza venne definitivamente e consapevolmente squarciato: era libero. Ora aveva la possibilità di conoscere. Era pronto ad accettare ciò che sarebbe accaduto. Il suo pensiero si dilatò a dismisura occupando tutta la crosta e tentando di assorbire più che poté il sapere che avvolgeva quel mondo embrionale. La sua sete di conoscenza si insinuò tra gli anfratti più oscuri e i passaggi più angusti, si intrufolò tra le crepe della materia ed emerse fino in superficie ma di qualcosa o qualcuno che fosse uguale a lui non vi era traccia, così egli non si perse d’animo e imparò a cibarsi della sua stessa solitudine perché questa gli avrebbe dato forza e la spinta per poter sopravvivere.

(continua)

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Mal di denti

Mi piace addentrarmi dentro il dolore. Insinuarmi nelle zone più interne e difficilmente raggiungibili dalla mente, perché una volta trovate risulterebbero troppo atroci da sopportare. E una volta immerso nell’acqua gelida della sofferenza adoro sostarvi, a mollo, in silenzio e in ascolto. È un battito, una pulsazione ritmica che ti toglie il respiro, e che ti parla. Perché il dolore va ascoltato per scoprire dove potrebbe condurci.

Mi piace incontrare il limite e scoprire fin dove posso arrivare, prima che la vita attorno a quel nocciolo di afflizione diventi insopportabile. Il dolore è come un granello di sabbia, è intenso ed è in grado di strapparti via la lucidità. Ma c’è e va tenuto…fino a quando il dentista non decide di toglierlo.

Ahi!

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Sogni

Ci sono sogni che vanno vissuti, e altri no.
Sogni che vanno interpretati e sogni che vanno giustificati.
Alcuni vanno nascosti e altri raccontati.

Ci sono sogni che vanno amati e altri che vanno odiati.
Molti sembrano tali ma nascondono altro.
Ci sono sogni premonitori e altri che sono reminiscenze.
Sogni che vorremmo acchiappare, o che non vorremmo mai avere fatto.

Ci sono sogni di cui ci vergogniamo e altri di cui andiamo fieri.
Sogni incompleti e sogni strampalati.
Sogni che lasciano il segno e che vorremmo fossero reali.
Sogni che non ci fanno dormire e sogni eterni.

Ci sono sogni che vanno seguiti e altri che vanno abbandonati.
Sogni illusori e sogni autentici.
Alcuni valgono il sacrificio altri la morte.
Ci sono sogni che ci spaventano e altri che ci confortano.

Ci sono sogni che sembrano sogni e la vita un sogno nel sogno,
ma quando ti svegli, è la vita.

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