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i colori delle parole (quinta parte)

Elena annuì dolcemente e, quasi imbarazzata, scostò subito lo sguardo, quasi conscia di ciò che aveva fatto cinque anni prima. I due giovani restarono qualche minuto in silenzio. Nessuno dei due aveva il coraggio di dire o fare qualcosa, poi Elena ruppe il silenzio.
«Vorrei invitarti a un concerto di musica classica e questa volta, stanne certo, ci sarò!»
Carlo sospirò profondamente, le parole della ragazza gli avevano provocato una serie di arabeschi colorati di tonalità rosa e fucsia alternati da un giallo paglierino e qualche spruzzo di viola, cosa poi significasse quella combinazione di colori lo ignorava. Elena attese in silenzio che il ragazzo le rispondesse e quando oramai si era rassegnata ad un diniego, lui acconsentì.

Quando Carlo si presentò di fronte al teatro all’ora concordata, Elena era già lì che lo aspettava. Lo accolse con il sorriso, come sempre; gli allungò una mano e lui ricambiò quel gesto, poi lo condusse dentro il teatro. Si sedettero in terza fila e attesero che il concerto d’archi iniziasse. Carlo rimase in silenzio a guardarla. Tentò di immaginare cosa stesse pensando quella strana ragazza che dopo cinque anni si era ripresentata alla sua porta proponendogli la stessa cosa che gli aveva proposto cinque anni prima e che, senza dare spiegazioni, aveva disertato, ma decise che, qualunque cosa stesse pensando, non gli importava. I colori che aveva visto mentre Elena pronunciava quelle poche parole gli avevano trasmesso calore e sicurezza, e questo era sufficiente.

Mentre continuava a guardare la ragazza di sottecchi, iniziò il concerto. Le luci soffuse la misero completamente in ombra, così Carlo si concentrò sui musicisti e sulla musica. L’opera di Wagner, siffatto dolorosa e ricca di angoscioso amore, catalizzò la sua attenzione e incupì il suo cuore. Sicuro che anche Elena stesse provando il medesimo sentimento si voltò verso di lei. Gli occhi, abituatisi alla penombra, ora distinsero chiaramente il volto della ragazza per niente rattristato e si incantarono nel vederla con occhi chiusi e con un sorriso appena pronunciato sulle labbra. Carlo restò sorpreso nel vederla così serena e quando la lingua della ragazza emerse timida insinuando il labbro superiore, ebbe quasi l’istinto di destarla. Si fermò appena in tempo. Elena aprì gli occhi e, incrociando lo sguardo del ragazzo, rimase a fissarlo. La musica aumentò di intensità e la giovane ebbe un sussulto, come di piacere improvviso. Carlo arrossì e si voltò nuovamente verso l’orchestra, promettendo a se stesso che non si sarebbe più voltato a guardarla.

All’uscita dal teatro, Elena condusse Carlo verso il parco
«Si chiama sinestesia» gli confidò, improvvisamente.
«Cosa?» domandò Carlo, voltandosi verso di lei.
«Quello che ti succede quando le persone parlano. È uno stato che coinvolge la percezione e, più specificatamente, due eventi sensoriali ben distinti. Nel tuo caso l’udito e la vista. Ogni volta che ascolti delle parole, i tuoi occhi vedono delle immagini e dei colori. Come puoi ben capire, quindi, il senso della vista è stato coinvolto da quello dell’udito. Due sensi legati tra loro da un unico evento che apparentemente non dovrebbe coinvolgerli.»
Carlo rimase a bocca aperta. «Come…come sai tutte queste cose? E come fai a sapere che vedo dei colori?» Elena si fermò di colpo e si voltò verso di lui.

«Davvero non ti ricordi di me?» Carlo la guardò come se non comprendesse quella domanda, poi lei gli sorrise, come sempre, con una leggera inarcatura della bocca. «Quinta elementare. Un venerdì mattina hai chiesto alla nostra maestra per quale motivo tu vedevi dei colori quando le persone parlavano. Sono Elena, la bimba arrivata in quinta nella vostra sezione, seduta nel penultimo banco con un apparecchio enorme ai denti.»

«Sei tu?» domandò, stupito. «Perché non mi hai detto niente quando ci siamo incontrati durante la mia festa di compleanno? E perché quando mi hai dato appuntamento non ti sei presentata?» le chiese, finalmente.
«Credi di essere stato l’unico a soffrire per quello che provavi? Anche io ho avuto dieci anni e tredici anni. Anche io ho sofferto come te per ciò che mi capitava!»
«Anche tu vedi i colori?» domandò Carlo.
«No, a me capita un’altra cosa. Ecco perché ti ho chiesto di accompagnarmi ad un concerto di musica classica. Te l’ho chiesto anche cinque anni fa perché pensavo che vedendomi sarebbe stato più facile confidarmi, ma alla fine la paura ha avuto il sopravvento! Io non vedo colori; sento i sapori. Ogni volta che ascolto della musica, il mio senso del gusto si attiva ed è come se mangiassi realmente ciò che ascolto. È come se gustassi prelibatezze mai sentite prima, con miscugli di sapori di ogni genere. Mi sazio talmente tanto che devo farmi forza per mangiare perché, ovviamente, ciò che provo non mi sfama realmente. Ti sarai stupito del mio volto mentre ascoltavamo gli archi. Be’, ero completamente catturata da un gusto sopraffino e quella musica mi provocava dei piaceri al palato che nemmeno immagini.» Elena si fermò un attimo per osservare il viso di Carlo, poi riprese.

«Ho imparato, col tempo, che ciò che mi capitava era qualcosa di incredibile. Non ero malata, anzi, avevo qualcosa in più che gli altri non avevano. Vieni con me!»
Elena condusse Carlo per una stradina che attraversava tutto il parco poi, una volta usciti, lo guidò per un’altra strada fin davanti una palazzina.
«Voglio farti vedere una cosa» e infilata la chiave nella serratura del portoncino, lo condusse su per le scale fino al primo piano. Aprì anche la porta dell’appartamento e lo invitò ad entrare. Carlo si fece timidamente strada e quando si portò dentro la sala da pranzo sgranò gli occhi.

(continua)

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