La finta montagna

Non sempre è salutare passeggiare in un parco, spesso si incontrano persone sgradevoli e talora, queste persone, armeggiano per procurare dispiacere a chi ha la sfortuna di imbattervisi.
Lo fanno per loro puro piacere, o per trarne profitto a breve termine ma a durata altrettanto misera. Intascano ciò che possono e perdono il futuro. Si accompagnano ad altri per non restare soli, si accomunano ai più bassi individui perché l’abisso necessita di un sostegno per essere raggiunto. Sono persone grette, che credono in una superiorità apparente, e che resta tale solo se accompagnata. Sono nullatenenti nel senso più letterale che si possa pensare.

Tuttavia, per quanto possa sembrare assurdo, ci sono persone anche peggiori di queste, talmente misere da essere deprecabili. Questa gente estrae piccoli granelli da ciò che possiede e prova a costruire una montagna. Ma la sabbia non è sufficiente perché una montagna possa elevarsi alta e maestosa, dunque non resta altro che ingrandire ogni singolo granello. Ma per compiere una tale operazione non è pensabile agire sul granello stesso, perché questi miseri individui sanno bene che ciò è impraticabile. Costoro, però, sono scaltri e agiscono con facilità su loro stessi fino a convincersi del contrario. Lavorano sodo perché ciò avvenga, agiscono sul loro sguardo e sul loro pensiero, ingrandiscono la lente di ingrandimento, si avvicinano fino a tal punto da persuadersi della realtà di ciò che hanno davanti.

Eppure, credere che il proprio misero granello sia in realtà una montagna non è sufficiente perché questa resti tale per sempre, è necessario che le montagne vere vengano fatte crollare. È essenziale che ogni singolo monte venga smantellato accuratamente. Bisogna che il misero si armi di scalpello e colpisca le basi della montagna. Il misero sa è che sufficiente battere spesso e ripetutamente, sa che non può permettersi di fermarsi e che qualora accadesse, sarebbe la fine.

Ma non tutte le montagne sono facili da far crollare, alcune sono troppo solide, altre troppo alte, altre ancora lontane, sconosciute. Bisogna individuare quelle fragili, quelle che sono alte ma facilmente raggiungibili, quelle a potata di mano. Una volta determinate, si può partire con lo smantellamento: colpo dopo colpo, solco dopo solco, fino a quando ogni singolo buco non si fonde con l’altro e diventa una crepa tale che il versante della montagna comincia a vacillare.

La vittoria è prossima e il misero sorride perché la montagna che ha di fronte comincia a cedere, perché sa che basterà ancora poco prima che il crollo sia definitivo. E quando la montagna sarà crollata, sarà ridotta in macerie e la polvere si alzerà alta, è probabile che un granello di ciò che prima era maestoso si allontani, voli in alto e arrivi a posarsi sulla mano del misero, che finalmente potrà vantarsi di avere una montagna.

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Mai prima di pranzo

Pochi minuti prima di togliersi la vita, Gavino Serrau ricevette una telefonata che lo informava che un suo conoscente stava morendo di cirrosi. La cosa non lo sorprese, non fosse altro che quella chiamata gli evitò di avvolgersi la corda intorno al collo. L’uomo malato, ormai cinquantenne, era una vecchia conoscenza di Gavino – quando la storia si prendeva ancora gioco di lui –, famosa per le sue serate accompagnate da un bicchiere di whisky e troppe risate. Il liquore salutare, così lo chiamava l’uomo, non era altro che l’unica ragione che lo tenesse attaccato alla sedia, una sedia che scricchiolava ogni qualvolta il peso cambiava posizione. Quello scricchiolio che Gavino puntualmente temeva, si ripeteva ogni dopo cena e restava sveglio anche quando lui aveva già spento la luce nella sua camera. A quei tempi lui non si meravigliava di nulla e prendeva tutto come dato di fatto. Qualcosa da imparare e da non fare.
Gavino chiuse la chiamata con il volto di quell’uomo negli occhi, e nonostante la voglia di togliersi la vita fosse urgente, constatò che rimandarla di qualche ora non avrebbe cambiato nulla.

La corda che si era procurato per l’occasione l’aveva comprata in un negozio vicino all’appartamento che aveva preso in affitto due anni prima: una casa a poco prezzo ma in ottime condizioni. L’uomo che gli aveva venduto la corda gli aveva assicurato che Ziu Giacinto Cabras, l’allevatore che abitava vicino a sa lolla sparadesa, la utilizzava per legarci i buoi e che questi non riuscivano a strapparla nemmeno quando il prurito tartassava loro le palle.
Gavino sollevò la testa e pensò che era un peccato lasciare quella casa che costava poco: certe fortune capitano poche volte, se non contate, si disse. Il profumo di caffè di cui era ancora impregnata la cucina, perché lì aveva deciso di uccidersi, gli stimolò l’intestino dopo diversi giorni di silenzio e questo lo rese felice. Ma nessun’altra buona notizia sarebbe arrivata quel giorno a bilanciare la pessima appena recapitata, anzi, un’altra avrebbe decisamente pesato ancora di più.

Il nodo alla corda che Gavino Serrau aveva stretto era fatto come Dio comanda, e certamente avrebbe sortito l’effetto desiderato. Quel nodo gliel’aveva insegnato don Pinuccio Loi, quando ancora frequentava gli scout della parrocchia. Un giorno lo aveva preso in disparte e gli aveva messo in mano un cordino colorato, rimasuglio di doni arrivati in parrocchia chissà da dove, poi gli aveva preso le mani e lo aveva guardato in faccia, consigliandogli di seguirlo come si merita, che un giorno fare i nodi gli sarebbe tornato utile, aveva detto profeticamente. Gavino, i nodi, gli aveva imparati a fare, eppure meglio di don Pinuccio, ma le mani aveva deciso di metterle da un’altra parte, dopo aver finito di legare le corde. Col tempo il prete aveva rinunciato ai suoi sogni profondi per instradare il ragazzo su un’altra via che un giorno lo avrebbe messo in contatto proprio con l’uomo malato di cirrosi.
Gavino appoggiò la corda sul tavolo e si vestì per uscire. Chi lo aveva chiamato lo aveva fatto per un motivo ben preciso, ma il prurito era troppo esteso perché bastasse una goccia di medicina per passare. Fece la strada che conosceva e passò di fronte al negozio di frutta di Maria Immacolata Murru, figlia unica di Francesca Dessì che le aveva affibbiato la bottega prima che potesse mandarla a quel paese e che la malattia le cavasse entrambi gli occhi. Maria Immacolata le aveva sputato in faccia e l’aveva maledetta, poi si era presa il negozio.
La fruttivendola vide passare Gavino e gli indicò la cassetta di arance con una faccia che malediceva qualunque cosa gli capitasse di fronte. Lui ebbe la tentazione di fermarsi e di comprare un arancia ma il colore sospetto della buccia e gli occhi della donna lo fecero stare alla larga.
Il profumo di carne arrosto che usciva dalla casa di Stefano Usai, suo vecchio compagno di scuola, gli fece venire in mente che non ci si uccide mai per l’ora di pranzo, che prima è meglio riempirsi lo stomaco, se non si vuole che la vita agiti troppo le acque. Avrebbe dovuto seguire l’istinto, certo.

Be’, se voleva che tutto fosse finito per il primo pomeriggio, avrebbe dovuto accelerare il passo. Gavino inciampò in una buca piazzata proprio al centro della strada, imprecò contro tutto e tutti e proseguì.
La donna che lo aveva avvisato dello stato di salute dell’uomo era Rosaria Ledda, cuoca del convento dei frati, ottima dispensatrice di notizie e impavida raccoglitrice di nuove. Sporca e puzzolente quanto i sei cani che vivevano con lei, era certa che il Gavino a cui si riferisse l’uomo fosse Gavino Serrau: chi altri aveva raccolto il passato insieme a lui, se non proprio il figlio di Salvatore Serrau.
«Fallo venire qui», le aveva detto l’uomo «che non voglio morire prima di rimettere le cose a posto».

Gavino vide la casa dell’uomo da lontano e il prurito riaccese i ricordi. Lo accolse la puzza di cane e il sorriso senza denti di Rosaria. «È dentro» disse lei, indicandogli la porta. Entrarono insieme e si accomodarono; Gavino dovette evitare di respirare col naso. Rosaria vomitò, senza chiedere il permesso, le numerose scopate odorose fatte con Gesuino Cau, fratello spirituale dell’uomo steso sul letto. Scopate che avevano riempito le sue giornate di cucina mentre ancora era in grado di aprire le gambe: salutari per lei e per il suo portafogli, che di soldi ne accoglieva pochi. Era brava a raccattare roba per i poveri, ma ancora di più a vestire dei frutti generosi di quella povertà i suoi figli. Gavino rammentò il giorno che Giggietto, figlio di Rosaria, entrò con un maglione cucito da sua madre che lui aveva donato gentilmente. «Ti piace?» gli aveva chiesto Rosaria, «l’abbiamo pagato davvero poco». Lui non aveva detto niente, intuendo che oltre la puzza di cane, quella famiglia non aveva altro.
Terminato lo sproloquio di Rosaria, Gavino sorrise tristemente e attese che la donna si decidesse ad accompagnarlo all’inferno.
«Davvero non capisco cosa voglia da te» disse la donna, mentre cacciava via tre dei sei cani che rompevano le scatole per la fame «sono passati tanti anni».
«È vero» disse lui, «sentirò perché mi ha chiamato».
Entrò dentro la stanza e trovò l’uomo disteso sul letto. Era scheletrico, di colore ocra e con la bocca aperta. L’odore dei cani si mescolava con la puzza di merda e urina uniti all’odore di borotalco con cui la donna cercava di coprire il fetore. Gavino si avvicinò al letto e osservò il volto dell’uomo divenuto irriconoscibile.
«Stai morendo» gli disse. Lui aprì gli occhi e annuì con la testa. «Lo sapevi che sarebbe finita così», lui annuì ancora. Gavino scosse la testa. «Cosa c’è?» domandò. L’uomo tentò di dire qualcosa, ma un attacco di tosse glielo impedì.
«Non vorrai scusarti sul letto di morte» disse lui «perché io le tue scuse non le voglio sentire, pensa a morire in pace, che la vita me la sono goduta lo stesso» e non aggiunse altro.

Gavino uscì con la fame che gli rimbombava nello stomaco e con il sole che gli chiudeva gli occhi. Si diresse verso casa consapevole di essere stato uno stronzo ma con la certezza che il coglione non fosse lui. Appena dentro casa andò a prendere la corda e a sistemarla per bene sopra il tubo del gas che sporgeva dal soffitto, la legò il tanto giusto per non toccare a terra, fece il nodo e se la avvolse al collo, salì sul tavolo della cucina e suonò il campanello.
«Chi è?» domandò a voce alta. «Sono Rosaria» rispose una voce da dietro la porta, accompagnata dal latrato dei cani. «Cosa vuoi?» domandò ancora Gavino. «Aprimi che è urgente». Gavino sbuffò, si sfilò la corda, scese dal tavolo e aprì alla donna. Entrarono i cani prima di lei. Rosaria vide la corda.
«Dio Misericordioso, cosa stai facendo?»
«Cose mie» rispose.
«Un altro morto no! Non fare cazzate che di vita ce n’è ancora per te»
«Cosa vuoi?» domandò Gavino. I cani si sparpagliarono per tutta la cucina e frugarono vicino alle sporte di pane che Gavino teneva incastrate in una cesta tra il frigorifero e la cassettiera. «Smettetela» urlò la donna, rivolgendosi ai cani. Poi fissò l’uomo.
«Gavino, Franco sta morendo, abbi una parola buona per lui, per quello che eri»
«Anche io sto per morire, di parole ne ho già dette abbastanza, e lui di minchiate ne ha seminate troppe».
«Cosa ti costa? Anche se sono parole finte…tieni», e prese un foglietto da una tasca «scrivigliele qui, fallo contento, per l’amor di Dio. Scrivigli due cazzate: che lo perdoni, che può morire in pace…».
Gavino fissò il foglietto «Solo se poi tu aiuti me»
«Vattene a cagare», strillò Rosaria «così poi mi mettono in prigione mentre tu te la godi all’altro mondo!»
«Allora te ne puoi anche andare, e portati via questa merda di cani».

Istintivamente Rosaria si mise a cercare i cani che intanto erano riusciti a strappare via dalla cesta il pane e avevano iniziato a mangiarlo e a sbriciolarlo dappertutto.
«Va bene», sospirò lei, facendosi il segno della croce, «ma prima scrivi queste cazzo di righe».
Gavino prese il foglietto, attese qualche secondo poi scrisse tre righe. Piegò il foglietto e lo porse a Rosaria che se lo mise in tasca. «Che muoia in pace!» disse. Lei annuì.
Gavino si voltò verso il tavolo, salì e guardò Rosaria. «Appena mi mollo, sposta il tavolo».
Rosaria annuì e pensò che quella fosse la punizione per essersi scopata un frate, e decise che se la meritava. I cani si voltarono verso i due e incominciarono ad abbaiare furiosamente. Rosaria gli urlò di tacere e loro andarono alla ricerca di qualcos’altro da mangiare.
«Perché cazzo non gli dai da mangiare a quei cani» imprecò lui in piedi, con la corda avvolta al collo.
«Appena rientro in casa, è già pronto» disse lei, senza guardarlo. Gavino strinse la corda, fece un respiro profondo e si buttò in avanti. Rosaria spostò il tavolo di lato lasciando l’uomo a penzoloni. I cani, eccitati dal movimento della padrona e rincoglioniti dalla fame, si lanciarono tra le sue gambe. La donna indietreggiò verso la finestra, andò a mettere un piede sopra un pezzo di pane raffermo lasciato in giro dai cani, perse l’equilibrio e cadde all’indietro sbattendo la nuca sullo spigolo della finestra. Ci restò secca.

Li ritrovarono due giorni dopo, mentre rientravano dal funerale di Franco, ex frate, ex confratello disgraziato di Gavino, parroco emerito del paese. Nella tasca della gonna della donna trovarono un foglietto con scritte poche righe:

ricordami di farlo a notte fonda, la prossima volta.

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Eccole

Eccole, le parole.
Così difficili da raggiungere, così in alto, lontane.
Eccole, così lucenti, quando si lasciano prendere;
tremende, intense.
Eccole, le parole.
Proprio quelle, non altre,
non diverse.
Ordinate, facili, scivolano via, veloci,
non inciampano,
non cadono, non si fermano,
non zoppicano.
Eccole, le parole.
Sono lì, e si lasciano acchiappare,
agguantare.
Così sfacciatamente, con fastidiosa semplicità.
Dopo avermi fatto morire,
dopo l’angoscia, la solitudine,
il deserto.
Eccole, maledette.

Eccole. Le parole.

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Dal basso…

No, non ci sono nuvole,
che se ci fossero le osserverei dall’alto
come si osserva la tenerezza,
allungando una mano, cercando di sfiorarla.
Come si sfiorano le nuvole
quando si posano sulla cima di una montagna.
Come si toccano i sogni
quando ne abbiamo la possibilità.

No, non ci sono nuvole,
che se ci fossero le guarderei dal basso
come si guarda la gioia,
allungando una mano, inutilmente.
Come l’acqua tra le dita, che passa.

No, non ci sono nuvole,
non ci sono,
che se ci fossero, le vedrei.

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In un paese…

 

Mai più in un paese, urlavo solo poco più di un anno fa. Solo in città, sentenziavo. Perché la città è anonima e poco importa che tu ci sia o no. Il paese ti conosce, ti segue, ti spia e tu non hai vita, non hai riservatezza, conosce i tuoi orari.
Mai gettare via con leggerezza pensieri e idee, è il caso di dirlo. Perché i desideri cambiano, le esigenze si modificano, la vita si evolve.
Forse perché sono stanco, più intollerante a ogni disturbo, a ogni rumore, o qualcosa è scattata dentro, eppure lascerei tutto e cambierei ancora casa. Più lontana, più isolata. Un paese, certo. Con poca gente, poco traffico, poco rumore, un clima più indulgente, più sano. Una vita meno veloce, più vicina a te stesso, più vera. Ho voglia di cambiare casa, ancora. Sì, finché non troverò quella giusta. La mia.

 

 

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Per l’acqua ci sarà tempo

Ticchettii sui tetti e sui vetri delle finestre,
chiari richiami a una se pur breve attenzione verso l’esterno.
Uno sguardo fugace e l’impressione viene confermata, all’istante.
Ticchettii non graditi, invero. 

Silenziosi e soffici sono attesi da giorni.
In arrivo da lontano.
Il silenzio che scende dall’alto è favorito,
perché per l’acqua ci sarà tempo.

E neve sia, dunque. Fredda, abbondante, bianca,
che di parole nere ce ne sono state anche troppe in questi giorni.

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Diario di una sera

Inverno 1994

Il breviario è dove sta sempre; sul comodino. E il segnalino indica esattamente il punto che deve segnare. Sono seduto sul letto, con le spalle appoggiate al cuscino che è appoggiato alla spalliera del letto. Le gambe sono distese. Sono rilassato, in attesa di iniziare la preghiera della sera, quella che si recita prima di spegnere la luce ma che io puntualmente recito senza obblighi.
Sono immobile, in ascolto del silenzio accompagnato solo dal rumore di cose vecchie che scricchiolano, dal passaggio dell’acqua calda nei tubi del riscaldamento, dalla vita notturna dei frati più anziani del convento. Movimenti lenti, i loro. Conosciuti e rassicuranti. Sono loro, mi dico.

Ammetto di essere una persona estremamente paurosa, che da poco ha vinto molte paure, una tra tante quella della notte e di ciò che contiene. Ho avuto paura fino a quando non ho deciso di smettere. Interrompere il controllo notturno dell’armadio non è stato facile, come non lo è stato quello di controllare sotto il letto. Diventava estenuante farlo ogni sera prima di dormire.
Ogni tanto capita che qualche frate bussi alla mia porta e si metta a parlare delle sue cose, o delle nostre. Parole sempre molto pesate, che non scendono mai in profondità. Che non si dilungano mai oltre confini ben precisi. Così, per passare il tempo e per aspettare un orario più consono per chiudere la giornata. Ci sono molti giovani che vivono in convento con me. Siamo arrivati tutti lo stesso giorno, per ragioni diverse, con storie personali ma con un futuro comune.

La mia stanza è isolata rispetto a quella degli altri, è esposta a sud mentre gli altri vivono guardando il nord e l’est. Una stanza più silenziosa. Tutti i corridoi del convento si affacciano sul chiostro che di notte ospita sempre qualcuno. Qualcuno dei frati, si intende.

Apro il breviario e trovo subito la compieta del giorno. La recito, in silenzio, e cerco di crederci più di quanto riesca ad ammettere a me stesso. Un inno, un salmo e un orazione sono pochi perché riescano a rispondere alle mie domande. Chiudo il breviario e apro un libro. Affondo sotto le coperte e inizio a leggere nello stesso istante in cui percepisco qualcuno che bisbiglia in corridoio. Le porte sono così sottili che non posso sbagliarmi: qualcuno sta parlando. E se qualcuno parla, qualcun altro ascolta. Sorrido, perché comprendo che tra un po’ sentirò bussare alla porta. Invece no. Guardo la sveglia e mi rendo conto che sono le undici e mezza. Tardi per ricevere visite, mi dico. Il vociare si fa più vicino, sorpassa la mia porta e va oltre. A questo punto sono curioso. Mi alzo e mi affaccio fuori. Il corridoio è buio, illuminato solo da poche luci notturne. Non distinguo chi si sta allontanando. La penombra si mangia chiunque stia camminando. Intravedo solo pochi contorni. Una figura minuta, instabile ma tenace si sta dirigendo verso il coro. Esco e guardo verso destra ma non c’è nessuno. La figura è sola, con chi sta parlando? Esco e mi immergo anche io nella penombra. Solo un mese prima non sarei riuscito nell’impresa ma vivere in un luogo “sacro” mi dà forza. Sono in pigiama e mi muovo guardingo. Mi affaccio alla finestra che dà sul chiostro ed è tutto buio. Aspetto qualche secondo e poi mi muovo verso il coro. Piano. Sorpasso una porta e sento che qualcuno russa. Continuo a muovermi e sento di nuovo quel bisbiglio. Non ci sono dubbi, il frate che cammina davanti a me sta bisbigliando qualcosa. Sarà una preghiera recitata a voce alta, mi dico. La figura sale gli scalini che portano al coro. Non accendo la luce. Riconosco il frate e lo seguo. Mi avvicino e la voce del frate aumenta di volume. Ora diventa più chiara ma con un suono che non riconosco.

«Vai via!» dice. Convinto che stia parlando con me accenno un passo all’indietro. Il frate continua a parlare con voce soffocata. «Vai via!» ripete a qualcosa o qualcuno che non riesco a intravedere. Mi accosto con la pelle d’oca. Il frate si muove avanti e indietro nel coro. Lui è così magro e piccolo che a fatica riesco a vedere cosa fa. «Vai via!» continua a ripetere come una litania muovendo la mano destra, poi bisbiglia qualcosa come una preghiera. «Vai via!» ripete a voce più alta. Mi prende un colpo, mi ricordo cosa fa quel frate, il suo passato, chi riceve ogni giorno, perché le persone vengono da lui, quegli strani incontri, il perché il vescovo lo chiama spesso a rapporto, e mi manca il respiro. Faccio qualche collegamento e per poco non mi mangio il cuore dalla fifa. Senza più paura di essere visto o sentito, corro verso la mia camera da letto, mi chiudo la porta a chiave dietro e mi infilo sotto le coperte. Recito ave Maria, convinto che questo servirà a qualcosa. Snocciolo preghiere una dietro l’altra, tremo come una foglia e non riesco a calmarmi. Mi rimbomba nella testa il suono della voce del frate. Chiudo le orecchie e ripenso a me, ai miei timori, e mi ricordo perché è importante avere paura del buio.

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Anamnesys – Prologo

foto (1)

Il mare era calmo come è calma l’ultima ora. Come la morte, che arriva e appiana la vita. Come il dolore nel momento della consapevolezza, dell’accettazione, della certezza. Il mare era calmo e la barca scivolava verso sud. Alejandro volse lo sguardo in là, più che poté. Socchiuse gli occhi, asciugò le lacrime che il freddo gli procurava e impugnò saldamente il timone, ancora una volta.  Lo tenne stretto come si tiene stretta la propria vita quando si è certi che la morte è vicina. Stretto come aveva tenuto stretto i soldi dell’anticipo. Certo, era conscio dell’assurdità delle circostanze, della levataccia alle quattro e dell’inutilità di quell’impresa, ma era altrettanto consapevole che la morte sarebbe stata peggiore di ciò che aveva davanti.
Spostò lo sguardo e lo fece indugiare sul ragazzo incontrato la sera prima. Gli aveva consegnato quel mazzo di pesos perché proprio lui, Alejandro Suarez, lo accompagnasse sulla punta più estrema della Terra del Fuoco: un’isola disabitata e deserta. Avrebbe potuto fare un sacco di cose con così tanti soldi, tante cose. Come riparare quel vecchio gommone su cui a stento forse sarebbero arrivati sull’isola, oppure fumarseli con ciò che di più buono c’era sul mercato, o comprarsi più cibo di quello che si immaginava. Sogni piccoli, adeguati. Non avrebbe potuto sognare altro. Non poteva permettersi nulla, nemmeno di sognare in grande.
Il marinaio lasciò che l’euforia lo abbandonasse per un momento e si concentrò su ciò che stava facendo. Virò di venti gradi e si assicurò che la traiettoria fosse quella giusta, quella sicura. Aveva rinunciato a fare domande e a pretendere risposte. Sarebbe stato addirittura lecito chiedere al giovane cosa avesse da fare a quell’ora su un’isola disabitata e ostile; chi non l’avrebbe fatto? Certo, sarebbe stato lecito, ma non consigliabile. Non lo fece.

Erano in viaggio da tre quarti d’ora. La piccola isola era ancora lontana. Estrasse dalla tasca un sigaro e volse nuovamente lo sguardo verso l’orizzonte. Il mare era nero come ogni futuro che si rispetti. Immobile. Impermeabile. Poteva rilassarsi. Diede qualche tiro, ma il tempo di chiudere gli occhi e di sentire il fumo in gola che un banco di nebbia comparve a sud-ovest. Di scatto, fece virare il gommone di sessanta gradi verso est. Come telecomandata, l’imbarcazione si spostò dove le era stato ordinato dal suo capitano. Il viaggio proseguì. Alejandro si strinse nella giacca.
L’uomo ripensò all’estate appena trascorsa e quel ricordo, seppur tiepido, tamponò per un istante il freddo del presente. Alitò sulla mano che teneva il timone e il suo respiro si fece denso e candido. Spostatosi un po’ di lato, gettò ancora una volta uno sguardo sul ragazzo seduto di fronte a lui. Osservava l’orizzonte.
«Non manca molto!» urlò il vecchio, quasi per cercare di comunicare con lui. Ma il ragazzo parve non sentire. Come se niente potesse turbarlo o distrarlo, continuava a guardare verso la linea che separa il cielo dal mare. Ma la brezza delicata che li aveva accompagnati fino a quel momento iniziò a rinforzarsi. Il gommone cominciò a ondeggiare. Il vecchio non parve preoccuparsi dell’improvviso cambiamento del tempo, si allacciò forte alla panca della barca e strinse con ancora più forza il timone. Aveva abbastanza carburante da andare e tornare dall’isola tre volte di seguito, pensò.

«Tieniti stretto alle corde» intimò. «Ci sarà da ballare!» e rise nervosamente.
I due navigarono ancora per circa un’ora, sballottati da un’onda all’altra, fino a quando non si materializzarono al largo una serie di puntini neri. Stavano arrivando. Mancavano solo poche miglia e si potevano intravedere perfettamente i contorni dell’isola. Il ragazzo si voltò verso il vecchio e comunicò con lui per la prima volta dal momento della partenza, e lo fece con brevità di parole, quasi pesate.
«Quando saremo arrivati, non c’è motivo che lei resti ad aspettarmi, torni tranquillamente alla Deceit»
«Ma…» ribatté Alejandro. Il ragazzo si voltò verso l’isola.
Alejandro non aggiunse altro, si diresse verso una parte di scogliera più bassa e apparentemente più sicura per poter permettere al ragazzo di saltarci sopra. Ma il mare era mosso e l’imbarcazione troppo leggera, barcollarono.
«Appena saremo abbastanza vicini, dovrai saltare sulle rocce» urlò Alejandro. «Dovrai fare alla svelta, o rischieremo di affondare!» Il giovane si alzò in piedi, si tenne stretto alla corda posta sul lato dell’imbarcazione e cercò di restare in equilibrio. Faticarono parecchio per avvicinarsi alla scogliera, gli schizzi gelati delle onde sferzavano il volto e il corpo di entrambi, ma quando finalmente il vecchio riuscì ad affiancare le rocce, il passeggero vi saltò sopra. Il gommone traballò pericolosamente. Alejandro tentò di virare a sinistra in modo da riportare la prua verso il largo. Quando fu certo di essere al sicuro, si girò per controllare che il ragazzo fosse a posto, ma quando si voltò verso la scogliera non vide più nessuno.

 Il giovane si alzò da terra e verificò di non essersi fatto male. Nell’appoggiare un piede sulla roccia aveva perso l’equilibrio e, nonostante avesse fatto affidamento a tutte le sue forze, era scivolato a peso morto su uno scoglio. Un po’ dolorante, ma senza perdere troppo tempo, si rimise in piedi e cominciò a muoversi. Le raffiche di vento gli schiaffeggiavano il viso e per cercare di attutirne l’impatto chinò leggermente il capo chiudendo bene la giacca. Doveva inoltrarsi nella parte più interna della piccola isola, non avrebbe impiegato che pochi minuti per raggiungerla.
Continuò ad avanzare senza fermarsi, chinato, facendo attenzione a dove mettere i piedi e cercando di mantenere un’andatura costante. Poteva sentire l’odore della salsedine invadergli le narici e il freddo penetrargli nelle ossa ma non gli importava: ciò che gli interessava era solo raggiungere la sua destinazione.
Lasciata la parte rocciosa, si incamminò verso la zona più interna dell’isola. Avanzò ancora per qualche minuto. Il terreno era ciottoloso e sabbioso e le calzature che portava – un paio di sandali logori – non erano certamente adatte a quel tipo di suolo.Arrivato di fronte a una macchia formata da arbusti e cespugli si fermò, si guardò attorno e osservò l’ambiente che lo circondava: c’era solo poca vegetazione e roccia, non un animale che si potesse vedere a occhio nudo. L’isola era completamente disabitata. Il giovane fece un ampio respiro e riprese a camminare verso l’interno, superò un primo anello di cespugli finché non sbucò davanti a un’ampia radura. Era arrivato, pensò. Aveva davanti a sé il luogo indicatogli dalla donna: qui avrebbe trovato la sua chiesa.

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Voci

Ci sono voci dentro la pancia, incontenibili. Insetti. Piccoli esseri che cercano di salire, di farsi strada. Hanno voglia di uscire, di farsi sentire. Si arrampicano, salgono con delle scale, si appendono all’intestino, allo stomaco, e procedono. Sono irriducibili.

Le voci fremono dentro e ogni passo è pesato, meditato; si fa sentire. Sono voci che vogliono crescere e diventare grandi, vogliono avere un nome, vogliono evolversi. Sono solo mormorii, arpeggi e accenni di vita vera ma continuano a salire. Arrivano alle costole, lanciano fili, li annodano e si lasciano andare. Si appendono e si attaccano saldamente, una mano dopo l’altra. Le ginocchia si appoggiano, una e ancora una. Gli arti si piegano e le voci salgono, sempre più su, più su, verso la libertà. Appoggiano le mani alla faringe, si tengono stretti perché è scivolosa e continuano a salire, forse troppo. Troppo. Hanno superato la cavità nasale, salgono arrivano al seno frontale…avanzano ancora. Salgono fino al cervello. Penetrano e si fermano. Si sciolgono, diventano parti di esso. Stanno bene. Troppo. Non hanno più velleità, si sentono appagate. Non sentono più il richiamo della libertà. La loro vita diviene quella. Invecchiano, hanno paura di tutto. Avvizziscono, si consumano. Muoiono. 

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Spegne la luce

Spegne la luce quando la luce è già spenta. Quando il pensiero si accende, quando la vita è presente. Quando il ricordo è pressante. Chiude la porta, si avvicina al letto, si infila dentro le coperte, accarezza il corpo e quando arriva si fa sentire; stringe il collo. Stringe, e non lascia respirare. Soffoca.

Due mani, nere e grandi, che opprimono. Stringono forte, fino a quando il respiro non si ferma; non smette di esistere. Arrivano silenziose, le mani, ma si sentono. Si vedono. Il respiro è spento e il cuore batte rumorosamente. Il sonno è morto. Il calore invade il corpo e questo si irrigidisce, si blocca.

Copre gli occhi, tappa le orecchie, chiude la bocca. Crea solitudine. Uccide la speranza. La paura è paura, e non permette di vedere altro.

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